Le strade del Vino
Una proposta di Percorsi enogastronomici alla scoperta del territorio e delle sue tradizioni.
“Assaggiare” una Regione gustandone i suoi prodotti tipici e le sue specialità enogastronomiche. ‘Scoprire’ un territorio percorrendone strade e sentieri a piedi, in bicicletta, in macchina, visitando borghi, abbazie, ville e castelli. Ecco l’intrigante invito promosso tramite la realizzazione delle “Strada dei Vini e dei Sapori” secondo specifici standard di qualità a rispetto dell’utenza. Si tratta di una iniziativa nata proprio per salvaguardare e valorizzare il territorio e la sua cultura rurale, che si presenta anche come una valida proposta turistica, in grado di integrare le diverse ‘anime’ del territorio lombardo: agricoltura e paesaggio, enogastronomia e tradizione, cultura e arte.
Ripercorrere le tappe della Strada dei Vini e dei Sapori vuol dire addentrarsi in un percorso dove vigne e castelli si combinano dando vita ad un’offerta ricca e variegata.
Oltrepò Pavese
Colli Piacentini
Cortese di Gavi o Gavi
Colli Tortonesi
La coltura della vite nell’Oltrepò Pavese risale a tempi antichissimi, preistorici: un ritrovamento di un tronco di vite-fossile, testimonia della presenza della vite, coltivata o spontanea, da molti millenni. I cenni storici sono di diversi autori ed il più antico è quello del geografo greco STRABONE, vissuto dal 60 a.C. al 20 a.C., i quale dà testimonianza con questa frase: “….della bontà dei luoghi (Oltrepò Pavese) è prova la densità della popolazione e la grandezza delle città e la ricchezza; la terra coltivata da molti e svariati prodotti e l’abbondanza del vino viene indicata dalle botti fatte di legno e più grosse delle case…..”. L’infestazione della fillossera portò un duro colpo alla viticoltura, che gradualmente dovette ricostruire tutto il patrimonio su piede franco con i portainnesti americani. Con notevoli sacrifici di lavoro e di spesa, operando gli scassi a forza di braccia, i viticoltori riuscirono a riportare le viti sulle pendici collinari, ampliando notevolmente la superficie e modificando i sistemi di allevamento.
L’Oltrepo Pavese è una zona da considerarsi ad alta vocazionalità viticola, grazie alle sue caratteristiche territoriali e climatiche, che ben si adattano alla coltura della vite. Naturalmente l’estrema variabilità fanno si che alcune zone si mostrino più adatte a certi vitigni piuttosto che altri, proprio sulla base delle caratteristiche genetiche di questi ultimi.
Nella zona più orientale, con riferimento ai comuni di San Damiano al Colle e Rovescala, al confine con la provincia di Piacenza, è diffusa la coltivazione delle due principali uve a bacca rossa, Barbera e Bonarda pavese, localmente detta Croatina. Qui anche il Pinot nero ed invidiabili vini rossi. La zona, non si presta a bianchi particolarmente freschi ma riesce, comunque, con il Pinot nero a dare buoni vini bianchi fermi. In bassa Valle Versa, nella zona di Canneto Pavese, Montescano, Montù Beccaria, le medesime uve riescono a dare un prodotto ai vini bianchi. La migliore espressione per le varietà a bacca bianca si ha in alta Valle Versa e in alta Valle Scuropasso dove si possono distinguere aree ottime, per le basi spumante con Pinot nero, Chardonnay, Riesling italico, le zone di alta valle, la sponda di destra con Canevino, Volpara e Golferenzo, (le ultime due ottime anche per la varietà Moscato), ed in parte Santa Maria della Versa. Nella sponda di sinistra ha uguale valenza Montecalvo Versiggia. Per i bianchi fermi la zona migliore si sposta ad una quota inferiore verso il fondovalle degli stessi comuni. La zona del Bronese e di Cigognola, che prosegue poi in fascia medio bassa nella collina prospiciente la pianura fino a Corvino San Quirico. Il Pinot nero nelle zone vicine alla pianura può dare anche uve base per rossi, e nella zone più interne, ottime basi spumante e bianchi fermi o vivaci. Nella parte più occidèntale si ha un comportamento simile, per quanto riguarda i vitigni rossi, alla zona precedente, mentre per i bianchi con il Riesling italico si possono produrre vini fermi ma non spumanti di qualità per la degradazione repentina del quadro acidico che il vitigno subisce in queste zone. Con il vitigno Pinot Nero si possono invece produrre, ottimi spumanti. Lo Chardonnay trova spazio sia per le basi spumante che per vini fermi.


Un viaggio alla scoperta dei prodotti Tipici d’Oltrepò Pavese e delle Quattro province, Il Vino
Oltrepò Pavese, Territorio Divino, Itinerario Enogastronomico
Un viaggio nel ritmo del silenzio. Un viaggio dove natura e tradizioni sono protagoniste ….. oltre i confini del tempo, oltre i confini del gusto ….
Un film di Simona Gardini Distribuzione : Aisha Audiovisivi Località Tromba 12
27047 – Montecalvo Verseggia –PV
Tel. 333 3559566 – 334 9799138
sgardini.aisha@libero.it
A gentile concessione fatta con mail del 06 Aprile 2010
Nella parte meridionale della provincia di Alessandria, in un territorio collinare situato intorno al comune di Gavi, vien prodotto uno dei bianchi più noti del Piemonte: il Cortese di Gavi o “Gavi”. Questo vino dalle origini antiche, che si ottiene dalle sole uve Cortese, può vantare notizie risalenti almeno al Seicento, quando le il vitigno viene annoverato per la prima olta tra le uve bianche piemontesi: nel 1659, infatti il fattore del marchese Doria scriveva che nelle terre di Montaldeo, vicino all’attuale zona di produzione del Gavi, “si piantavano viti tutte di Cortese, qualche Vermentino, Nebioli dolci”, proponendo, qualche anno più tardi, di chiarificare il Cortese con il chiaro d’uovo. Il conte Nuvolone, vicedirettore della “Società Agraria” di Torino, in una memoria pubblicata nel 1798 presentò questo vitigno con il nome dialettale di “Courteis”, affermando che la sua uva “ha grappoli alquanto lunghetti, acini piuttosto grossi; quando è matura diviene gialla ed è buona da mangiare, fa buon vino, è abbondante e si conserva”. I primi studiosi, che si interessarono al Cortese dal punto di vista scientifico furono Demaria e Leardi. Nella loro opera del 1870 sui vitigni dell’Allessandrino ne descrivono in modo preciso le caratteristiche. “È il vitigno ad uve bianche più estesamente coltivato nella provincia di Alessandria”, scrivono i due studiosi, aggiungendo che li “vi è indigeno, da lungo tempo conosciuto e coltivato alla rinfusa e misto ad altri vitigni. Oltre alla robustezza e alla sua fecondità, lo rende pregevole la bontà e la squisitezza del suo prodotto, che certamente è tale da raccomandarlo alla diligenza e alla attenzione dei viticoltori. Ha natura rustica e vigorosa, caccia molto, produce frutto a partire dal quarto anno e al quinto è ferace assai e conserva la sua feracità quanto d’ordinario gli altri vitigni. Ama esposizioni soleggiate e di mezzogiorno, lo si trova coltivato e prospera sia in terreni calcarei, sia in argillosi e misti, come in terreni tufacei, resiste bene ai geli invernali e generalmente è poco danneggiato dalla crittogama”. Fu il marchese Cambiaso, nella seconda metà dell’Ottocento, a creare le prime piantagioni specializzate: e in pochi anni il suo esempio fu seguito da molti altri proprietari. Vitigno robusto, il Cortese si è diffuso specialmente in provincia di Alessandria, tra la Bormida e lo Scrivia. Le sue uve producono oggi uno dei migliori vini bianchi secchi piemontesi: tanto che, se nel 1974 ne è stata riconosciuta la “denominazione di origine controllata” (DOCG), con un disciplinare più rigoroso.
Influenzato dalla Val Curone, una citazione particolare merita il Timorasso che sta superando i cento ettari di superficie coltivabile: dalle uve si ottiene un vino elogiato sia dagli addetti ai lavori sia dai buongustai. Già presenti su questi colli nel XIX secolo, le uve prodotte venivano, di norma, vinificate solo con quelle del Cortese e del Citronina. Il vino così ottenuto, dagli inizi del XX secolo fino agli anni Trenta, veniva per la maggior parte esportato; tramanda il Dottor De Polo che, nel 1909, ben 30 mila quintali di tale prodotto furono inviati in Svizzera e parte di questi raggiunse successivamente la Germania. Dal periodo pre-bellico, il Timorasso fu accantonato e solo pochi estimatori lo hanno mantenuto in essere, se pur relegandolo a piccole superfici. Bisogna attendere la metà degli anni Ottanta quando Walter Massa intuì la potenzialità del vitigno e dell’uva omonima: dalle sue quattrocento piante disperse nei vari vigneti, in trent’anni, si sono superate le quattrocentomila, un vero e meritato
Risalendo le strade che, a sud di Tortona, si diramano a ventaglio verso l’Appennino, ci si inoltra in tre valli che dal confine con l’Oltrepò pavese volgono verso ovest: la Val Curone, la Val Grue e la Valle Ossona; percorrendo i crinali delle colline che fanno da spartiacque, ci si può beare di una ricchezza paesaggistica di rara bellezza ove i vigneti, in coltura specializzata, lasciano spazio a colture diversificate e ad aree boschive, il tutto intercalato da piccoli borghi dalla storia antica. Superata una certa altitudine, percorrendo le vie montane, si possono apprezzare le magie di una natura incontaminata che nella stagionalità delle sue vesti dona rinnovate emozioni. Da lassù, nei giorni sereni, l’occhio può spaziare verso nord fino ad impattare contro la cerchia delle Alpi e, in mezzo all’armonia dell’ambiente, abbandonarsi a momenti di grande suggestione. Rientrando sui colli tortonesi, è doveroso soffermarsi sulla realtà vitivinicola del territorio che ricopre una superficie di circa duemila ettari; ad imperare è l’atavico Barbera che in certi terroir esprime il massimo splendore e ricopre ben il 75% dell’intera area vitata; trecento ettari accolgono lo storico e vigoroso cortese dalle estreme esigenze pedo/climatiche; mentre duecento sono al servizio di vitigni diversi: Croatina, Dolcetto, Freisa, Moscato e altre varietà ancora di minore importanza per la zona. Una citazione particolare merita il Timorasso, che sta superando i cento ettari di superficie coltivabile; dalle uve prodotte si ottiene un vino elogiato sia dagli addetti ai lavori sia dai buongustai. Già ben presenti su questi colli nel XIX secolo, le uve prodotte venivano, di norma, vinificate unicamente a quelle del Cortese e del Citronina. Il vino così ottenuto, dagli inizi del XX secolo fino agli anni Trenta dello stesso secolo, veniva per la maggior parte esportato. Tramanda il Dottor De Polo che nel 1909 ben 30 mila quintali di tale prodotto furono inviati in Svizzera e una parte di questi raggiunse successivamente la Germania. Dal periodo pre-bellico, il Timorasso venne accantonato e solo pochi estimatori lo hanno mantenuto in essere, se pur relegandolo a piccole superfici. Bisogna attendere la metà degli anni Ottanta quando Walter Massa intuì la potenzialità del vitigno e dell’uva omonima, dalle sue quattrocento piante disperse nei vari vigneti: in trent’anni, si sono superate le quattrocentomila piante, un vero e meritato trionfo per il territorio. Non solo vini e cibi, ma anche arte, paesaggi, antichi manieri; i colli tortonesi hanno dato i natali a vari personaggi illustri: santi come Don Luigi Orione, musicisti quale Don Lorenzo Perosi, artisti del calibro di Pellizza da Volpedo e di Felice Giani, ma…. anche l’indimenticabile Fausto Coppi, il campionissimo detto “Airone”. Tutto questo l’Autore sa trasmetterlo attraverso le esperienze da lui vissute, offrendoci l’opportunità di approfondire la conoscenza di questo territorio in modo dettagliato e renderci partecipi di tante realtà da scoprire.
Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente la conservazione della viticoltura piacentina fu garantita dall’opera dei monaci di San Colombano, che rivitalizzarono il tipo di vinificazione in uso ai popoli celtici, che producevano vini leggeri e dissetanti e li conservavano in botti di legno. Per quanto riguarda la produzione del vino, in provincia di Piacenza vi sono due denominazioni DOC, la Gutturnio DOC e la Colli Piacentini DOC. Il vino Gutturnio, che dà il nome alla Gutturnio DOC, è un uvaggio di Croatina (localmente chiamata Bonarda) e Barbera, tipologia di vino disponibile anche nella menzione “classico”, ossia proveniente dalla zona di coltivazione più antica. Il suo nome è legato ad un fatto storico, risalente al 23 maggio 1878, che ha segnato la svolta nella viticoltura emiliana. Infatti il fondo del Po restituì, appeso all’amo di un pescatore, un’antichissima coppa d’argento, il “gutturnium“, un grande vaso vinario risalente all’epoca romana. La DOC più vasta della provincia di Piacenza è la Colli Piacentini DOC, che include le sottozone Valnure, Trebbianino Val Trebbia e Monterosso Val d’Arda. Oltre ai vitigni a bacca nera, in zona si coltivano anche vitigni a bacca bianca, primo tra i quali l’autoctono Ortrugo, che, oltre a essere vinificato in purezza, nelle tipologie fermo, frizzante o spumante, entra nell’uvaggio del Vin Santo di Vigoleno, presente come tipologia all’interno della stessa denominazione. L’Ortrugo è affiancato a vitigni aromatici come la Malvasia di Candia aromatica e il Moscato bianco, oltre a varietà internazionali come lo Chardonnay e il Pinot Nero, in particolare per la produzione di spumanti. In provincia di Piacenza sussistono anche le denominazioni Terre di Veleja IGT e Val Tidone IGT, oltre alla Emilia o dell’Emilia IGT, condivisa con le altre province Emiliane.