
Una volta vista la mappa montuosa che compone la ossatura delle Quattro Province, ci soffermiamo più in particolare alle cime che poi sono le più ambite da escursionisti ed amanti della mountain bike.
Dalle sue pendici nascono i fiumi Scrivia e Trebbia, affluenti di destra del Po, all’interno del quali si compone il territorio chiamato delle “Quattro Province”. È situato nel comune di Torriglia in provincia di Genova e si trova a sud del monte Antola. Dal monte Prelà, attraverso i monti Duso e Cremado, si raggiunge in breve la vetta del monte Antola. Sul versante opposto si prosegue lungo la via del Mare, passare Torriglia al di sopra della galleria, ed arrivare al Monte Lavagnola per congiungersi alla Alta Via dei Monti Liguri. 11 panorama, nelle giornate terse di tramontana, spazia dai massicci del Rosa e del Cervino alle Alpi Apuane, ai monti della Val D’ Aveto, fino al mare. Per salire sul Prelà, si parte da Torriglia, via Donnetta transitando in salita al Passo dei Colletti. Essendo una mulattiera composta di sassi incastonati, molti bikers (i più alla conquista della Via del Mare che parte dalle valli Staffora e Curone) si ricordano molto bene di questo sentiero, che naturalmente ha nella discesa il suo percorso naturale, di estrema difficoltà ma anche molto adrenalinico.
Siamo nel centro del Parco che prende il nome dal monte. Luoghi incantevoli attorno a questo monte di fondamentale importanza dal punto di vista paesaggistico ed escursionistico. La sua cima è il nodo delle dorsali che, dal Monte Prelà converge qui il tratto della via del mare, darà inzio ad una serie di dorsali a comporre da una parte, le valli Brevenna, Vobbia, Spinti e Borbera, per gettarsi poi nello Scrivia, e dall’altra alla dorsale che porta al Monte Carmo e al Monte Chiappo dove iniziano le dorsali che comporranno l’assetto geologico della Val Curone e dell’Oltrepò Pavese. Sulla sua cima è posto un cippo a ricordo dei partigiani caduti su questi monti, ed una immensa croce, visibile da molto lontano. Il panorama qui è stupendo ed è per questo che è meta di tanti escursionisti, provenienti dalle più svariate zone del genovese, ma anche dell’alessandrino e del pavese. Al Monte ci si arriva da molte parti, citandone qualcuna: dalle Case del Romano attraverso la via del mare, un tratto abbastanza facile che transita dal Passo delle Tre Croci, che raccoglie qui il sentiero che proviene da Vegni; dalla valle dei Campassi, attraverso sentieri che incontrano paesini sperduti e abbandonati come Reneuzzi; dal Monte Buio attraverso il Valico di San Fermo, con la sua chiesetta posizionata in un punto panoramico; ci si arriva anche da Torriglia dal sentiero della via del mare che proviene dal Monte Prelà prima e dai monti Duso e Cremado dopo. La vista spazia anche al sottostante Lago del Brugneto alimentato dal torrente omonimo, bacino artificiale, riserva idrica del genovese. Arrivati al Lago e provenienti da Bavastri, si può percorrere un ungo sentiero che compone tutto il perimetro del lago. Scendendo di un poco dal monte si nota la bianca chiesetta e le case poste sul passo che porta al Monte Buio. Era qui la sede del vecchio rifugio Musante, rifugio storico per questi luoghi, ora sostituito dal nuovo e più moderno Rifugio posto più in basso a pochi minuti di camminata. All’interno del rifugio si può ammirare il panorama attraverso una grossa vetrata. I sentieri che convergono al Monte Antola sono mantenuti con accuratezza dagli addetti del Parco, dando la possibilità agli escursionisti di accedervi non solo con passeggiate a piedi, ma anche con ciaspole e mountain bikes.
Case Antola
Storicamente uno dei più importanti crocevia delle vie commerciali, un nodo fondamentale per le rotte terrestri tra i porti costieri e la pianura. Lo è stato in passato ma lo è diventato anche per i numerosi turisti che volevano affrontare il percorso. Il luogo è diventato punto di sosta, nacque così il Rifugio Musante. A cavallo tra ‘800 e ‘900 nacquero altre costruzioni che hanno dato lustro al luogo tra cui: Villa Elena diventata abitazione estiva della signora Elena Piaggio figlia della nota famiglia industriale genovese. Rimangono pochi ruderi. La Palazzina Borgonovo abitato da Angiolina Lavarello, cugina di Elena Piaggio, divenne poi il Rifugio Albergo Bensa. Un tempo punto di incontro partigiano che ha visto scontri con i tedeschi-fascisti. Infine il Ristrorante della vetta detto anche Osteria Gattavara o Cà du Cùumbu dal nome di Colombo che lo gestiva. Sorgeva nei pressi della cappella, rimangono pochi resti.
Anche qui sosta obbligata. E’ una cima erbosa sormontata da una immensa croce. Vista panoramica notevole posta sul crinale che ci porterà al Monte di San Fermo.
è una piccola montagna dalla forma piramidale che sorge sullo spartiacque principale appenninico, tra i valichi della Scoffera e della Giassina. Non è una montagna particolarmente emergente o appariscente, ma si trova in una posizione geografica molto importante. Il versante sud è costituito da una grande scarpata rocciosa, che precipita verso l’alta Val Fontanabuona per varie centinaia di metri. Sulla piccola cima del Lavagnola si trovano una panca in legno ed un grande cippo eretto in ricordo dei soci CAI della Sezione Ligure caduti durante la Prima Guerra Mondiale.
Monte Chiappo e Monte Lesima sono le montagne dell’Oltrepò Pavese e della Alta Val Curone. Il rifugio è anche la meta ideale per una sosta, con la vista sul mare a completare la bellezza del luogo. Qui arriva la nuova seggiovia di Pian del Poggio: ripristinata e inaugurata ha già avuto molte visite sia da parte di sciatori che dagli appassionati della MTB.
La storia del Rifugio Nassano ha dei risvolti nostalgici: nacque verso gli anni’ 30, una piccola struttura in legno usata in Voghera per la vendita delle bibite, fu portata fino alla Cima Colletta, e divenne il rifugio. Distrutto durante la seconda guerra mondiale divenne una casermetta in pietra ma fu distrutta di nuovo. Il CAI di Voghera, a guerra finita, si rimise in moto per ricostruire il rifugio e alla fine dell’estate del 1946 il rifugio Vittorio e Aristide Nassano (a ricordo di due vittime della guerra) fu completato: il 22 settembre 1946 giorno dell’inaugurazione. Un tempo qui c’era anche la seggiovia che collegava il rifugio alla Cima Colletta, punto di riferimento degli sciatori di Brallo di Pregola e della Valle Staffora e comprendeva un piste da sci, un percorso adatto anche ai principianti e, per i baby sciatori, c’era anche la manovia destinata al campo-scuola. Ora il rifugio è chiuso in attesa di una prossima apertura.
la vetta si riconosce anche da molto lontano e di conseguenza dalla sua vetta si può spaziare a 360 gradi: da qui, nelle giornate limpide, si vede il mare. Cima erbosa attraversata dal sentiero del crinale sul quale è posizionata una croce con un cippo.
La mole imponente dei suoi pendii mostra contorni più definiti fin dalla pianura, purtroppo deturpati dalla massiva presenza di antenne televisive che nascondono l’imponente statua del Redentore che, con la mano, benedice tutta la valle da più di un secolo. Nel luglio dell’anno 1900 fu posizionata la prima pietra, mentre “il redentore” di rame alta metri 3,20, con notevoli sforzi di trasporto venne posizionata sulla cima. L’11 Agosto del 1901, a seguito di un’immensa festa che richiamò, su questo monte, più di dodicimila fedeli e curiosi, avvenne l’inaugurazione, tradizione rispettata anno dopo anno, sempre in agosto e sempre con una festa che richiama numerosi fedeli e amanti dell’escursionismo. La statua ha subito gravi danneggiamenti; per questo è stata restaurata e riposizionata, il 19 Luglio del 2001, nello stesso punto.
Immaginiamo di essere sulla punta di un immenso cono e voltiamoci a 360 gradi: avremo la sensazione di scorrere una immensa immagine delle piccole valli, paesi, e colline. Al Monte Giarolo si arriva da numerose vie, la maggior parte delle quali corrono sulle dorsali di questo immenso cono: Costa della Gabbia, Costa Vendersi, Costa Lesaie. Vista la posizione dominante e la facilità di attraversamento di questi luoghi, si fa presto a capire che questi sentieri furono solcati da antiche popolazioni, da mercanti e da pellegrini. Discesi sulla zona prativa, si risale poi e si arriva al Monte Gropà (1446 metri). Il grosso ripetitore lo contraddistingue, ma riveste grande importanza turistica per via della stazione sciistica di Caldirola, e ora è anche centro di raduno per gli amanti della downhill. Qui arrivano gli impianti di risalita della seggiovia. Proseguendo, il crinale compone alcuni saliscendi, passa i ruderi del castello di Brusamonica (o Bruciamonica) e si innalza bruscamente portandosi sul Monte Panà (1559 metri): ci offre il panorama racchiuso della valletta del Torrente Albirola, sotto di noi Volpara, in fondo la Valle Borbera. In risalita arriviamo al Monte Cosfrone (1661 metri), da cui si diparte il crinale che poggia verso la Val Borbera oltrepassando i due Monti Roncasso e Pragasso. Raggiungiamo il vicino Monte Ebro (1700 metri). La vetta si riconosce anche da molto lontano e di conseguenza dalla sua vetta si può spaziare a 360 gradi: da qui, nelle giornate limpide, si vede il mare. Cima erbosa attraversata dal sentiero del crinale sul quale è posizionata una croce con un cippo. Si scende ripidi alle Bocche di Crenna (1553 metri), valico tra la Valle Curone e, tramite la valletta del torrente Cosorella, alla Valle Borbera. Si risale sul Monte Prenardo (1654 metri) e si arriva al Monte Chiappo.
Il Monte Boglelio (1492 metri) è costituito da un’ampia dorsale piatta coperta nella maggior parte da prati: il panorama è ampio e spazia dallaVal Curone e, a sinistra, dalla Valle Staffora. Proseguendo sul crinale, si resta sulla parte che poggia verso la Val Curone Alta, boschi e ampi prati del Piano della Bonazza. Risalito il Monte Bagnolo, il Monte Lesima e la Cima Colletta si presentano; si scende al Colle della Seppa (1481 metri), crocevia tra il sentiero di crinale e le Valli Curone, risalendo da Bruggi e la Valle Staffora dalla strada che collega Casanova Staffora al Passo del Giovà. Oltrepassata la difficile cima erbosa del Monte Bagnolo, si prosegue con saliscendi gustandoci le zone prative e si arriva quindi ai piedi del Monte Chiappo (1700 metri), una zona prativa dove si possono trovare cavalli al pascolo. L’ultimo tratto è ripido ci porta in vetta, il rifugio ci attende per un pasto caldo.
Posto sul crinale che proviene dal Monte Penice, componendo successivamente i crinali che avanzano sulla Costa di Lazzarello, sul confine Piacentino. Assieme ai Monte Pan Perduto, Sassi Neri e il Groppo compone un gruppo di cime dalle origini molto antiche, infatti, le origini le rocce sono di origine ofeolitiche, cioè di origine magmatica, chiamate anche “pietre Verdi”. In questa zona sono di colore nero e ci si accorge di questo percorrendo i sentieri del Giardino Alpino di Pietra Corva e a ridosso delle penici degli altri monti. Il monte, così come il Monte Alpe, lega le sue notizie al Giardino Alpino omonimo, così come i sentieri ben segnalati che portano al Monte Pan Perduto e in cima al Monte Pietra Corva, con due sentierini altrettanto ripidi. Arrivati in cima ci si accorge della stranezza della sua cima, sembra quasi di essere su un grande divano, fatto apposta per gustarsi il panorama, mentre il lato a nord sporge a strapiombo.
Monte Pan Perduto (o Pianperduto)
Man mano che si sale, dapprima sulla dorsale erbosa, poi tra le rocce, il panorama che si apre dinnanzi ai nostri occhi è una meraviglia. Dal Monte Penice alla Pietra Parcellara, che svetta tra le colline dominando la vallata di Perino, e fino a Romagnese, sul lato opposto di vallata. La vista è davvero infinita ed ecco riconoscibili, alle spalle delle montagne della val Trebbia, le più imponenti cime della val d’Aveto, con il Maggiorasca e il Bue ben riconoscibili, alle spalle della Sella dei Generali. La cima del Pan Perduto è particolare, con spuntoni di roccia ofiolitica che sbucano come patate dall’erba gialla e secca dell’estate ma non si può non fermarsi, seduti sulla roccia, ad ammirare una vista sulla val Trebbia da lasciare senza fiato.
Non è esattamente un monte, fra quelli citati in precedenza, dalle imponenti cime, ma sicuramente è un monte che richiama contenuti storici e archeologici di estrema importanza. La visita in questo luogo è da non perdere per varie ragioni tante sono le attrazioni. Salendo da Serra del Monte verso il Monte Penola, si arriva in una zona prativa di estrema bellezza, proprio di fronte al Monte Giarolo. Un rinnovato agriturismo ci regala la possibilità di una sosta. Alla fine del prato, se proviamo ad affacciarci alla balconata, ci si accorge di questo immenso strapiombo: un bacino fatto ad arco all’interno del quale, sul fondo, scorre il Rio Frascata. Da qui parecchi amanti del parapendio si lanciano per voli a dir poco spettacolari; chi scrive ci ha provato, all’inizio con paura, ma in breve l’adrenalina si è trasformata in emozione pura, grazie agli esperti manovratori che lo hanno accompagnato nel volo. Alcuni sentieri entrano in questo bacino con passaggi tra le rocce davvero emozionanti. Proseguendo sulla strada, in direzione di Musigliano, un bivio a sinistra conduce invece verso l’Osservatorio di Ca’ del Monte (dove si svolgono attività culturali) e, con un sentierino di accesso, ci si porta sulla cima del Monte Vallassa. Il punto di osservazione è stupendo oltre che panoramico; ma, molto vicino, si può trovare quello che è stato il punto abitativo di antichi visitatori; non si vede molto, anche perché i ritrovamenti sono gelosamente custoditi nei musei di Tortona e Torino. Affacciandosi dal monte, si potranno vedere temerari in scalata, essendo questa una palestra di roccia, supportata anch’essa da un agriturismo da poco rinnovato. Dall’Osservatorio, un sentiero porta alla Grotta di San Ponzo. Il luogo, di notevole rilevanza sotto il profilo religioso, è anche importante per scoprire le due grotte scavate nella roccia, dove è vissuto il santo. Le escursioni e i sentieri sono molti e s’intrecciano in una fitta rete di percorsi, adatti alla mountain bike. Le emozioni che si possono creare sono tante: vale la pena passarci una giornata intera, magari con un altrettanto emozionante assaggio di prodotti tipici.
Sarà per la centralità, i suoi possenti contrafforti, ma 1′ Alfeo, con la sua fierezza discreta, rimane la montagna più rappresentativa – quasi simbolica – della Val Boreca. Più di duemila anni fa i progenitori dei montanari assistevano commossi al sorgere del sole dietro l’Alfeo. Fu così che misero lassù, una statuetta.
E’ una delle montagne più belle e imponenti dell’Appennino ligure. Sorge sul lato sinistro della Val Trebbia, tra la val Boreca e la val Dorbera. Situato nel cuore delle quattro province fa parte del Gruppo del Monte Antola. Ha l’aspetto di una grande piramide isolata, con i fianchi ripidi. Il versante settentrionale, molto ripido e interamente boscoso, ospita le piccole frazioni della Val Boreca del comune di Ottone: Belnome, Tartago, Pizzonero e Suzzi. Sul versante meridionale, invece, dove si trova la frazione di Bertone, appartenente al Comune di Ottone, la vegetazione copre i fianchi della montagna fino a 1500 metri di altezza, per poi lasciare il posto ad estesi prati contornanti la vetta, sulla quale si trova una statua della Madonna con bambino che ci accoglie. Una cassetta delle lettere per metterci una preghiera. Luogo di arrivo ottimo per una breve sosta e riprendersi dalla fatica fatta. La vetta è molto panoramica e ci regala forti emozioni, ai nostri piedi una vera mappa topografica.
Dalla cima è possibile godere di una vista ampissima, che si apre a 360° e che si spinge, in condizioni di cielo terso, fino alla pianura padana (a nord) e al mar Ligure (a sud). Si riconoscono, da sinistra, il monte Lesima, grazie al pallone sommitale, e il Penice, per la selva di antenne che lo cinge; quindi sullo sfondo i monti Mosso, Lazzaro e l’inconfondibile profilo seghettato della Pietra Parcellara. Alla destra del solco scavato dal fiume Trebbia si individuano le dorsali dei monti Capra, a dividere la valle da quella del torrente Perino, e Osero, a separare quest’ultima dalla val Nure. Proseguendo verso est si scorge l’Aserei, con la striscia di pineta sommitale, e più lontano il monte Menegosa; oltre l’avvallamento del Mercatello si individuano il monte Carevolo, quindi le praterie del Crociglia e la parete rocciosa della Ciapa Liscia con i monti Bue e Maggiorasca in secondo piano; sullo sfondo il monte Penna. Verso oriente si possono apprezzare, in primo piano ai piedi del monte, i verdi pascoli di Prà di Cò, che rompono il pendio declinante verso il Trebbia. In direzione sud la vista spazia sull’alta val Trebbia, dai monti della val d’Aveto alla catena dell’Antola.
Non a caso fu una montagna sacra (assieme al Penna ed al Penice) agli antichi e fieri abitatori di queste montagne, i Liguri, che la consideravano abitata e permeata del loro dio, signore della luce e protettore delle greggi. Su questa montagna un sonetto (vedi Monte Lesima) indica una certa considerazione, mentre sulle le antiche mappe, viene messo in evidenza rispetto ad altri monti più alti. Su diversi testi, considerazioni riportate su leggende, storie vere o tradizioni popolari, il monte veniva considerato anche un “covo di vipere” e “nido di acquile”.
È il fulcro di questa tratta e di tutte le varianti. Il monte è inconfondibile da qualsiasi parte lo si voglia trovare, con la sua “palla” bianca, adibita a stazione radar. L’altezza del monte è di 1724 m, superato solo dal Monte Maggiorasca (1799 m), dal Monte Nero (1753 m) e Penna (1735), parlando di vette dell’Appennino Ligure. La vetta però non è in corrispondenza della stazione radar, ma dal punto dove è posizionata la immensa croce in metallo. Dal monte si gode un bellissimo panorama che spazia dalla Valle Staffora alla Valle dell’Avagnone e la Vai Trebbia e, seguendo il crinale, i Monti Tartago, Terme e la Cima Colletta. Proprio su questo crinale transita il sentiero Europeo E7 e la Via Longa 1, che prosegue verso il Monte Chiappo. La sponda che volge ad est è ripida e rocciosa, detta Rocca del Lupo (secondo la leggenda sarebvbe precipitato un lupo) consegna le sue sponde prative verso il Monte Lesimina sopra l’abitato di Zerba, lungo la Costa del Gazzo. 11 crinale dalla Cima Colletta al Monte Lesima è ricco di una fitta rete di sentieri quasi tutti segnalati dai segnavia bianco-rossi. La storia del Monte è legata al condottiero Annibale, si dice, ma rimane una leggenda, infatti che si ferì una mano “Lesit Manu”, da qui il nome “Mons laesae manus’ infine al toponimo di Lesima il Passo è breve.
Dal Monte Penice al Monte Alpe il passo è breve: ci si arriva dai Tre Passi dalla via più facile che parte proprio dietro il sentiero di fianco all’Oratorio dell’Ospedaletto. Posto sul crinale che proviene dal Monte Penice, dà vita, attraverso la Costa d’Alpe sul quale transita il sentiero omonimo, alle dorsali delle valli dell’Oltrepò Pavese collinare. Dal monte si gode la vista sulla Val Tidone e sulla Valle Staffora con vista sui Monti Penice, Alfeo, Lesima, Chiappo, Ebro, Boglelio e Giarolo, in un’infinita foto panoramica. Le notizie e la storia che riguardano il monte sono legate profondamente alla Riserva Naturale costituita per salvaguardare il territorio, la fauna e la flora di questo luogo davvero unico. Legato da un breve crinale che parte dalla Costa d’Alpe, il Monte Calenzone (1151 m) volge verso la Val Tidone tra i boschi attorno a Zavattarello e al piccolo, ma panoramico anfiteatro su Romagnese, chiusa, dall’altro lato della Val Tidone, dalla Costa di Lazzarello fino al Monte di Pietra Corva.
Sulla prosecuzione della via del Sale, che proviene dal Monte Chiappo, troviamo le erbose cime del Monte Cavalmurone e del Monte Legnà. Due cime molto vicine in vista panoramica sulla Vale Boreca e la Valle Borbera, ma soprattutto è sul Monte Legnà convergono i due sentieri che provengono da queste due valli: il primo attraverso la mulattiera che parte dalla strada che proviene da Artana-Bogli e dalle Capanne di Cosola, la cui prosecuzione converge a Cartasegna, mulattiera un tempo molto frequentata e dal sapore storico essendo, tra storie e leggende, Cartasegna uno dei paesi popolati dall’esercito di Annibale. Vicina all’assonanza a Cartagena. L’altro sentiero proviene da Daglio attraverso il Monte Porreio. Sulla cima del Monte Legnà si trova una croce in metallo.
Sicuramente uno dei luoghi più caratteristici delle Quattro Province. Simili ai torrioni dove si incastra il Castello della Pietra di Vobbia. Spoglie di vegetazione richiamano gli escursionisti ma anche gli alpinisti con qualche ascesa anche impegnativa. Delle Rocche del Reopasso fanno parte alcuni torrioni: “L’Anchise” (incudine), “il Grillo” detta anche “Lumaca del Reopasso”, “la Biurca” (la forca) nelle due cime Nord e Sud, “la Carega do Diao” (la sedia del diavolo), la più alta di questo gruppo, dalla forma di una sedia. Di questo gruppo fà parte, più spostato a sud verso Crocefieschi, il Monte Castello (947 m) sede di un antico fortilizio. Il lungo crinale termina al Monte Reale che tratteremo a parte. Il ritrovamento di un’ascia in pietra verde (datata 400 a,c,) ci porta a considerare la probabile frequentazione di questi luoghi in tempi preistorici. Si può capire che questi luoghi siano un meraviglioso punto di osservazione tra la Valle Scrivia e la Val Vobbia.
La parte opposta del crinale che inizia con le Rocche del Reopasso è il Monte Reale. La panoramicità da qui è completa ma il monte e la sua chiesetta sono visibili anche da molto lontano. Sulla sua cima sorgeva un castello che oggi è stato rimpiazzato dalla Cappella di Nostra Signora di Loreto che è stata costruita dagli a abitanti di Ronco Scrivia paese posto ai piedi del monte. Appartenuto ai vescovi di Tortona era ambito per la sua posizione di controllo sui pedaggi feudali, ebbe alcuni passaggi di proprietà tra cui i Genovese che però dovettero poi restituirlo previo un pagamento ingente. Annesso alla chiesa è il piccolo rifugio attrezzato per la sosta degli escursionisti, anche con pochi posti letto. Infatti la meta è molto ambita anche perché si può raggiungere con molta facilità. La seconda domenica di luglio e la terza di settembre si svolgono due manifestazioni molto seguite.
Due torrioni molto simili a quelli delle Rocche del Reopasso. Al di là della bellezza di questi due torrioni ciò che rende questo luogo particolare, unico e di rara bellezza è il Castello della Pietra, dichiarato come “Monumento pregevole d’arte e di storia. Incastonata tra due “torrioni” di conglomerato “puddinga” che fungono da bastioni naturali. Nessuna foto può rendere l’idea della bellezza di questa singolare fortezza. Costruito nel 1252 di proprietà di Opizzone della Pietra e Guglielmo della Pietra è passato di mano in mano dalle famiglie nobili più famose tra cui gli Adorno. Dopo la soppressione dei Feudi Imperiali, fu incendiato dai soldati di Napoleone. Passo poi di proprietà a Clementina Botta Adorno. I Visconti poi lo cedettero definitivamente al Comune di Vobbia. Sembra ci fosse una scala in pietra che portava alla cima del torrione, accesso ad un posto di osservazione. Oggi vi è un accesso piuttosto ardito che permette di portarci nella parte alta. Oggi visitabile con visite guidate.
Proseguendo sulla Via del Mare, ci si imbatte in queste due creste erbose. Per arrivare sulle cime si possono percorrere i sentieri di cresta oppure le mulattiere che percorrono la loro base. Il Poggio Rondino è il primo incontrato, completamente erboso, sulla cima una croce in legno che rimane anche affrontando le intemperie. Il Monte Carmo è senza dubbio più panoramico con vista che spazia molto lontano alla vista del mare. Dal Monte Carmo nasce il torrente Boreca che attraversa la valle omonima. Sulla cima troviamo un cippo e la croce incastonata. Un piccolo filo unisce il Monte Carmo al Monte Alfeo attraverso i Monti Pecoraia, e Zovallo fino al Passo della Maddalena, proseguendo verso la sella prativa dei Monti Busasca e Ronconovo, il Cappello e la ripida salita verso il Monte Alfeo. E spunto di escursione molto panoramica, la cui partenza sono le Capanne di Carrega, dove si trova l’ex rifugio ora un punto di ristoro con cucina, per imboccare il sentiero che sale verso il Monte Carmo. Se troppo lunga il solo arrivo alla cima del Monte Carmo appagherà il nostro appetito.
Monti Cavalmurone (1670 m), Monte Legnà (1669 m)
Provenienti dalle Case del Romano e dalle vicine Capanne di Carrega, proseguendo per Fascia, all’altezza di una curva secca sulla sinistra, parte un sentiero che solca la Costa del Fresco, proprio sopra l’abitato di Fascia, tra le Valli del Cassingheno e del Terenzone. Passata la salita ci si imbatte in una meravigliosa prateria dalla pendenza modesta tagliata in due dal sentiero. In fondo si erge il Monte della Cavalla, noto ai molti escursionisti per la meravigliosa nascita primaverile dei narcisi (vedi capitolo deicato). Il sentiero prosegue, accattivante per gli amanti della MTB, alla vista di Fontanarossa, luogo incantevole della vicina Val Trebbia.
La Cappella di San Fermo o, come dicono i cartelli, la Abbazia di San Fermo. Chiamata anche Cappella di San Clemente. Possiamo, anzi dobbiamo risalire per visitarla, è posta sul Monte di San Fermo cima erbosa, il luogo è per più di una sosta, ma un punto per ammirare il panorama a 360° che raccoglie le montagne più belle delle Quattro Province e, più in fondo, le Alpi: le bacheche ce le indicano. Sulla sommità si trova la Cappella dove, secondo gli storici, sorgeva la Abbazia omonima. Nei pressi si trova la Osteria di San Clemente segno di passaggio.
E’ posto sul crinale che da Avosso (Casella) porta, passando dai Monti Banca e Monte Penzo, ai piedi del Monte Prelà. Posto tra la Val Brevenna e la Val Pentemina è crocevia delle due valli. Deve il suo nome al Re Longobardo Liutprando che, tra teorie e leggende, richiama il suo passaggio per, nel 725, passò da Savignone per recuperare le spoglie di Sant’Agostino. Guardando ora il crinale sembra impossibile che si passato da qui. Consideriamo poi che si pensa sia passato da quella Via chiamata dei Feudi Imperiali proveniente dalla Val Vobbia e, attraverso il Passo della Vittoria è sceso a Genova. Il ritorno o, viceversa è stato sulla Via che oggi chiamiamo la “Via del Mare” che passa dal crinale che collega il Monte Antola. Può darsi sia passato dal crinale o poco sotto (Val Brevenna o Pentemina) o addirittura dal crinale. Sul monte è posta una piccola croce. E’ stato ripristinato un sentiero che richiama il Cammino di San’Agostino che da Montoggio porta al monte. Qui lo proponiamo. Sul Monte Penzo è posizionata una cappelletta.
Il monte Penna è situato fa parte Parco naturale regionale dell’Aveto, ed è alto 1735 m s.l.m. I versanti del monte mostrano due facce completamente diverse: Il versante settentrionale mostra un andamento assai ripido di nuda roccia basaltica, mentre il versante meridionale ci mostra la imponente foresta demaniale. Il monte sovrasta le valli Ceno e Taro. La vetta, situata al confine tra Emilia-Romagna e Liguria, ospita una statua della Madonna in trono, rivolta verso la val di Taro e il paese di Alpe, perché portata dai suoi abitanti come segno devozionale, oltre a una cappella in pietra, con l’ingresso posto verso la Liguria, ed un alto parafulmine.
Il nome del monte Aiona (1701 m.) deriverebbe o da un termine pre-latino della lingua ligure che significa regione delle acque, o in alternativa potrebbe essere un accrescitivo della parola aia. La montagna si trova sullo spartiacque Ligure/Padano al confine tra la valle Sturla (a sud) e la vallata dell’Aveto. A sud-est il Passo della Spingarda la separa dal Monte Nero mentre a nord-ovest il crinale continua verso il Passo delle Lame. La montagna è caratterizzata da versanti erbosi e poco inclinati; sul punto culminante sorge una croce metallica con nei pressi una tavola di orientamento. Oltre alla croce metallica,nel pianoro della vetta vi sono delle pietre che contengono dei particolari materiali che attirano i temporali e la corrente elettrica.
l monte Maggiorasca è la vetta più alta dell’Appennino Ligure (1804 m.). Domina la val d’Aveto e la valle del Ceno. Il gruppo montuoso del Maggiorasca comprende anche le vette del monte Bue, del monte Nero, costituendo un importante nodo orografico tra le vallate del Nure (Piacenza), del Ceno (Parma) e dell’Aveto. La sommità del Maggiorasca, ampia e a forma di sella, è costituita di basalti; al suo limite meridionale, su un ripiano posto a un’altitudine di circa 1.800 m s.l.m., sorge la statua di Nostra Signora di Guadalupe, eretta nel 1947, mentre sulla vetta vera e propria (1.804 m s.l.m.) è stato collocato un impianto per la ripetizione di segnali televisivi.
Il monte Penna è situato fa parte Parco naturale regionale dell’Aveto, ed è alto 1735 m s.l.m. I versanti del monte mostrano due facce completamente diverse: Il versante settentrionale mostra un andamento assai ripido di nuda roccia basaltica, mentre il versante meridionale ci mostra la imponente foresta demaniale. Il monte sovrasta le valli Ceno e Taro. La vetta, situata al confine tra Emilia-Romagna e Liguria, ospita una statua della Madonna in trono, rivolta verso la val di Taro e il paese di Alpe, perché portata dai suoi abitanti come segno devozionale, oltre a una cappella in pietra, con l’ingresso posto verso la Liguria, ed un alto parafulmine.
La montagna rappresenta da un punto di vista idrografico la convergenza tra Valle Sturla la Val Taro e la Val d’Aveto. Si tratta di una ampia cupola principalmente boscosa; il punto culminante è segnalato da un cumulo di pietre. Nell’antichità la zona tra il Monte Nero e il Monte Penna fu probabilmente teatro di alcuni scontri legati alla discesa di Annibale in Italia. Per il crinale sul quale sorge la montagna, che oggi fa da confine tra Liguria ed Emilia-Romagna, in precedenza passava la frontiera tra il Ducato di Parma e il Regno di Sardegna.
Posto sul confine delle province di Piacenza e Pavia, in vista tra le valli Staffora e Trebbia, si pone in prosecuzione del crinale che proviene dal Monte Lesima e continua lungo la cosiddetta Via Longa o Sentiero Europeo E7, attraverso il Monte Pan Perduto e il Monte di Pietra Corva. Alla vetta del Monte Penice si arriva attraverso il Passo del Penice, raggiungibile dalla Val Trebbia via Bobbio, dalla Val Tidone via Romagnese, dalla Valle Staffora via Varzi, dal quale arriva anche la strada che si collega dal Passo del Brallo attraverso il Passo della Scaparina. Alla cima del monte si giunge attraverso una bella strada che, passata la stazione radiotelevisiva, seguita dagli ultimi tornanti, esce in vista panoramica sul monte, di fianco ai prati che circondano la vetta sovrastata dal santuario dedicato alla Beata Vergine. Le numerose strade fanno del Monte Penice e dei passi sottostanti un crocevia di accesso non solo oggi ma anche nell’antichità. Il monte ci riserva una lunga storia che inizia dai Liguri, primi abitanti di queste zone che – sembra – si recavano sulla vetta per i loro riti religiosi. Resta l’ipotesi che il toponimo del Monte Penice derivi, con molta probabilità, da “Pen” ossia “testa” (così come per il Monte Penna), nome usato dai Liguri per indicare la vetta di un monte, venerata appunto dalle popolazioni di quegli anni. La storia del Monte Penice è complessa e ricca di fatti che hanno contribuito a scrivere la storia non solo dell’Oltrepò Pavese, ma anche delle zone circostanti. A partire dai Liguri, poi si passa ai Romani che con i Celti si scontrarono più volte. Entra in campo Annibale, lo storico condottiero che riuscì a sconfiggere, sulle rive del Trebbia, il grande esercito romano insediandosi, con elefanti ed esercito, addirittura nella Pianura Padana. L’arrivo poi di Federico Barbarossa cambiò radicalmente la storia di questi luoghi: soprattutto con la regina Teodolinda e un vecchio monaco come San Colombano. I pellegrini iniziarono a transitare da questi passi per recarsi a Bobbio in visita al monastero: ne danno segni tangibili gli scritti, gli xenodochi e/o ospita letti che sorsero in questi luoghi: l’oratorio dell’Ospedaletto in località Tre Passi, crocevia per la Val Tidone, e il Convento di Vallescura, nei pressi del Monte Scaparina, crocevia per la Val Trebbia. Di questo convento restano solo poche pietre, poiché le altre sono state usate per la costruzione delle cascine (oggi c’è un albergo), in località Roncassi, e qualche leggenda. Resta il fatto che di questi edifici rimangono gli scritti direttamente dall’archivio del Santo. Sulla sommità del monte, il Santo mise la propria mano, anzi le pietre, per costruire il santuario che, nel corso degli anni, è stato ampliato e rimodernato, se pur conservando le antiche fattezze. Facciamo un salto di qualche anno per portarci fino ai nostri giorni e a un evento funesto come la seconda guerra mondiale che su questi luoghi ha visto la grande resistenza dei partigiani contro le formazioni italo-tedesche della Sichereits. I giorni più vicini a noi registrano pellegrinaggi verso questo luogo di culto e anche occasioni di svago: la seconda domenica di settembre, ad esempio, si svolge una bellissima festa che raduna molti visitatori, desiderosi di assaporare gli ultimi giorni di caldo nell’autunno che avanza, coricandosi sui prati e lasciandosi andare ai canti tradizionali tra pic-nic e profumi dei prodotti della tradizione locale. Il richiamo turistico però è evidente per gli amanti delle scalate sulle bici da strada e anche per gli appassionati di mountain bike. I sentieri sono tanti e tutti molto panoramici e tecnici. Dalla vetta scorre il sentiero Europeo E7 che dà vita a tanti altri sentieri di accesso: il primo scorre dalla vetta del monte al Passo della Scaparina per poi allungarsi verso il Passo del Brallo e il Monte Lesima; un sentiero scorre dal Passo del Penice al Passo della Scaparina in posizione panoramica sulla Valle Trebbia e Bobbio, che si pone proprio sotto il Monte Penice. Un sentiero scorre dalla vetta verso i Tre Passi, giusta continuazione dei sentieri che provengono dal Monte Alpe. Un altro sentiero parte dal piazzale del Passo del Penice per inoltrarsi lungo il crinale verso il Monte Pan Perduto e il Monte di Pietra Corva attraverso il Giardino omonimo. Vale la pena, in ogni caso, andare sul Monte Penice per il solo piacere di guardare in silenzio i luoghi, i monti e i crinali che da qui si possono ammirare come in una meravigliosa cartolina, magari seduti al bar sottostante il santuario, bevendo una bibita fresca. Per i fedeli, non può mancare una preghiera all’interno del santuario, luogo tranquillo e austero, in un silenzio spezzato solo dai rintocchi della campana e dal vento.