Una fitta rete di musei ci permette di inquadrare in modo inequivocabile la storia, la geologia, le tradizioni, il lavoro e la cultura delle Quattro Province anche se la maggior parte di questi musei li troviamo in Oltrepò Pavese. In ciascun museo si assaporano profumi d’altri tempi, quando qualsiasi oggetto, più o meno utile, era costruito con l’ingegno e con la fatica dell’uomo. Tutto ciò non può essere liquidato e dimenticato: è necessario ricordare e trasmettere ai più giovani la memoria di tutti questi attrezzi, utensili e macchine artigianali, come segno indelebile delle radici della cultura rurale d’Oltrepò Pavese e delle Quattro Province. Ci sono i musei facenti parte del Sistema Bibliotecario Integrato (S.B.I.) allo scopo di rendere visibili i Musei dell’Oltrepò Pavese in un percorso didattico rivolto soprattutto alle scuole, che comprende la Natura, l’Archoelogia, l’etnografia e la Storia dell’Oltrepò Pavese. Fuori dal coro di questi due grandi blocchi troviamo il museo a cielo aperto di Ponti, il museo della Fisarmonica Mariano Dallapè e il Magazzino dei Ricordi di Zavattarello. Ci limiteremo ad elencare i più importanti.
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Il museo si prefigge di ricordare come vivevano gli abitanti di questo paese. Non aspettiamoci di entrare in un museo vero e proprio ma la bellezza dipende dal fatto che è tutto a cielo aperto. Il visitatore si trova a passeggiare tra i vicoli stretti fatti in sasso, assaporando lavori, tradizioni e cultura d’altri tempi e riscoprendo alcune attività che caratterizzavano l’economia agricola montana. Ponti è stata terra di origine di molti carbonai, ma anche di esperti costruttori di ghiacciaie, costruite in legno (la maggior parte erano costruite in muratura). Il pane a Ponti si faceva nel mulino che è ancora funzionante e si presenta in ottimo stato. Il Circolo Ponti Arte ha creato un opuscolo esplicativo corredato da molti schizzi e riproduzioni su olio e acquerelli degli angoli nascosti di questo meraviglioso paesino. Il Circolo, con la Pro loco, organizza attività culturali e visite al Museo dei Ricordi.
Casteggio è un paese rappresentativo per una serie di motivi: per la sua importanza storica (qui si insediarono i Romani che combatterono i Celti e l’avanzata di Annibale; qui è stato trovato un tralcio di vite fossilizzato; qui sono stati rinvenuti reperti archeologici risalenti all’età preistorica, celtica, romana e medioevale). Il museo quindi è stato voluto e realizzato in un luogo speciale qual è la Certosa Cantù. Voluto dalla amministrazione comunale con il supporto di alcuni appassionati e con il materiale per lo più portato dalla Soprintendenza dei Beni Archeologici della Lombardia, si compone di alcune sale tematiche che portano alla luce i ritrovamenti effettuati durante gli scavi archeologici in tutto l’Oltrepò Pavese. Si passa da bacheche, che mostrano una collezione di minerali e rocce, a fossili vegetali e animali, sino a ricostruzioni di ambienti dell’Oltrepò Pavese antico. Si passa alla ricostruzione di una famiglia preistorica che viveva nelle capanne, a ritrovamenti che risalgono all’epoca romana (monili, statuette e brocche in bronzo, una lente di ingrandimento, un fuso, un bicchiere in vetro e così via) fino a ricostruzioni di tombe e a un immenso dolio di Broni (un grosso contenitore per derrate alimentari ritrovato in località Sorino di Broni).
Siamo nel centro dell’Oltrepò Pavese vinicolo, ai piedi di uno dei più bei castelli dell’Oltrepò e dell’Italia intera. Il museo testimonia che non si produceva solo vino, ma tutta una serie di prodotti che hanno caratterizzato la storia di questo territorio, tra cui il miele. I signori Martini e Perotti hanno ideato questo luogo, frutto di esperienza decennale sulla apicoltura; furono loro i precursori di un passaggio da un’apicoltura praticata con arnie tradizionali (bugni villici) ad un’apicoltura che invece utilizza arnie con porta-favo mobile. Costruirono così una moltitudine di attrezzi utili a questo lavoro, realizzati spesso con mezzi di fortuna, ma anche con molto ingegno. Accanto a questi attrezzi, nel museo troviamo i rispettivi strumenti più moderni, come gli affumicatori e gli smielatori: si può vedere e ammirare tutta la storia produttiva del miele, in un percorso didattico inserito in alcune stanze del palazzo Cristina, palazzo storico di Montalto, costruito in pietra, secondo per importanza solo al castello Balduno in cima alla collina sovrastante il paese. Cartelloni illustrativi, fotografie e una moltitudine di attrezzi di assoluto valore storico: il percorso ci permette di conoscere la storia del miele e della sua lavorazione che parte dal polline, alla cera, al miele vero e proprio, alla propoli e alla pappa reale.
Siamo nel centro dell’Oltrepò Pavese vinicolo, ai piedi di uno dei più bei castelli dell’Oltrepò e dell’Italia intera. Il museo testimonia che non si produceva solo vino, ma tutta una serie di prodotti che hanno caratterizzato la storia di questo territorio, tra cui il miele. I signori Martini e Perotti hanno ideato questo luogo, frutto di esperienza decennale sulla apicoltura; furono loro i precursori di un passaggio da un’apicoltura praticata con arnie tradizionali (bugni villici) ad un’apicoltura che invece utilizza arnie con porta-favo mobile. Costruirono così una moltitudine di attrezzi utili a questo lavoro, realizzati spesso con mezzi di fortuna, ma anche con molto ingegno. Accanto a questi attrezzi, nel museo troviamo i rispettivi strumenti più moderni, come gli affumicatori e gli smielatori: si può vedere e ammirare tutta la storia produttiva del miele, in un percorso didattico inserito in alcune stanze del palazzo Cristina, palazzo storico di Montalto, costruito in pietra, secondo per importanza solo al castello Balduno in cima alla collina sovrastante il paese. Cartelloni illustrativi, fotografie e una moltitudine di attrezzi di assoluto valore storico: il percorso ci permette di conoscere la storia del miele e della sua lavorazione che parte dal polline, alla cera, al miele vero e proprio, alla propoli e alla pappa reale.
Durante i viaggi alla scoperta dei paesi e dei castelli dell’Oltrepò Pavese, mentre ci recavamo sulla collinetta che ospita l’antico castello di Montecalvo Versiggia, ci siamo soffermati ad ammirare la bella chiesa dalla quale si gode una bellissima vista panoramica. Annessa alla chiesa, una piccola costruzione ci fece pensare all’abitazione parrocchiale (in effetti, era la ex scuola elementare); invece una targa indicava il “Museo del cavatappi”. La domanda sorge spontanea: quanti cavatappi ci saranno mai al mondo? Tanti, tantissimi, così come i relativi brevetti: ne esistono anche molti pregiati e di valore tanto da scatenare i collezionisti, alla ricerca dei più preziosi. La storia del cavatappi è antica e e risale al 1795, con il primo brevetto che porta la firma di un prete: Samuel Henshall, inglese di nascita. I nomi che ricordano i tipi dei cavatappi sono tanti: a macinino, a farfalla, a rubinetto, a doppia vite, a concertina, a manovella, a due lame e così via. In Italia, numerosi artigiani hanno prodotto una quantità notevole di tipi di cavatappi; anche se purtroppo non registrati come brevetti, se ne possono però ricordare le tipologie: a vite, a due leve, con campana aperta. Il museo li conserva in una quantità davvero invidiabile, da quelli in legno, in argento e in avorio a quelli più comuni, esposti in bacheche di vetro.
Un vero punto fermo della operosità e dell’ingegno delle genti dell’Oltrepò Pavese: ecco il Museo della bambola e del giocattolo, simbolo del gioco e dell’infanzia di tutti noi. A Stradella nasce l’azienda per la produzione di bambole, tutte costruite a mano da donne artigiane. La costruzione della bambola in carta pesta richiedeva un lungo e minuzioso lavoro: dalla costruzione del corpo alla colorazione della “pelle” e dei capelli; con i vestiti, poi, si realizzavano delle vere e proprie bambole non solo per giocare ma anche da collezionare. Il museo è realizzato in una stanza annessa al Municipio, dedicato a Quirino Cristiani, pioniere del cinema d’animazione emigrato in Argentina, ma poi tornato in Oltrepò dove ha trascorso gli ultimi giorni della sua vita. Questo è un piccolo museo per scoprire grandi cose di un passato non tanto lontano che ha creato tanti posti di lavoro: le bambole sono state sostituite dall’arrivo della plastica. Il museo, anche attraverso un lavoro di ricostruzione dedicato alla raccolta di interviste, propone un’esposizione incantevole, arricchita da documenti, fotografie e utensili di lavoro; e bambole di ogni tipo, anche quelle che camminano, le progenitrici delle più famose “barbie”, e addirittura un prototipo del più famoso “Topo Gigio”.
Ultimo arrivato della famiglia museale: non poteva mancare l’idea di valorizzare il salame DOP di Varzi. Ci ha pensato la Salumeria Dedomenici, restaurando molti strumenti che i nostri padri usavano per produrre il meraviglioso salame, prima dell’avvento degli strumenti più moderni. Il museo è inoltre ricco di molte informazioni su come si produce il salame che, fin da tempi remoti, conserva una rigida procedura relativamente alla lavorazione e alla conservazione.
Il Museo è dedicato a Ferruccio Lombardi del quale possiamo notare la statua bronzea posta all’ingresso del museo, all’interno del Palazzo Garibaldi in Stradella. Il simbolo indicato nel logo raffigura la spilla di origine celtica che si può ammirare in una bacheca all’interno del museo. Nato come “Museo del Po”, il grande fiume che ha fornito molti dei reperti esposti, testimonia l’ambiente naturalistico, fossile e archeologico dell’Oltrepò Pavese e, più in generale, delle Quattro Province. Le stanze del museo sono allestite con ambienti tematici. Per quanto concerne la Geologia, troviamo esposizioni di rocce, minerali, cristalli oltre alle tracce dell’oro del Po che si trovava nelle sabbie del fiume. Si passa alla stanza dedicata all’Antropologia, con resti umani e fossili. E poi la Paleontologia, che espone i resti di mammuth, bisonti e uro. Spazio anche agli animali che popolano il fiume Po e a un’esposizione di farfalle e insetti e alle specie legnose dell’Oltrepò Pavese.
Come il museo di Santa Giuletta dedicato alle bambole, anche il Museo della fisarmonica di Stradella nasce da quello che un tempo era una fiorente attività industriale, conosciuta in tutto il mondo, soprattutto nel periodo antecedente la Seconda Guerra Mondiale. Il museo si prefigge di conservare la memoria storica di un precursore delle moderne fisarmoniche, Mariano Dallapè che nel riparare con successo il suo vecchio “akkordion” (uno dei precursori delle fisarmoniche così come l’antenata “physarmonica” e la “concertina”), capì che una strada imprenditoriale poteva iniziare con sviluppi davvero sorprendenti. La storia narra che dal Trentino stabilì la sua dimora a Stradella e realizzò il primo prototipo di fisarmonica denominata “cassetta” iniziandone, nella bottega artigianale, la produzione in serie. A mano a mano, il successo portò alla espansione dell’azienda nonché a notevoli miglioramenti e trasformazioni della fisarmonica. Adottando il sistema di accordi precostituiti chiamati i “bassi di Stradella”, favorì per l’azienda una svolta internazionale. Come per il museo delle bambole, anche qui gli operai non erano solo esecutori, ma veri e propri artisti, trasformando le fisarmoniche in vere opere d’arte, che possiamo vedere e ammirare all’interno del museo. Nacquero diverse aziende ch si specializzarono nella produzione di fisarmoniche, tutte sotto l’ala e l’insegnamento del primo maestro: Mariano Dallapè. Addirittura oltre un miglioia gli addetti nel settore (un numero elevatissimo per la sola Stradella) per una richiesta di approvvigionamenti che proveniva da tutta Europa. Dopo la guerra e soprattutto nel periodo alla fine degli anni ’50, le cose non andarono più nel verso giusto e così quasi tutte le aziende iniziarono un lento declino che arrivò ai primi anni ’70 con la chiusura definitiva delle fabbriche. Ne rimangono solo alcune, tra cui quella di Dallapè, che sono rivolte ad una produzione di artigianato di elevata qualità. Il museo si trova all’interno del Palazzo Garibaldi in Stradella (così come il Museo Naturalistico) e, attraverso un percorso guidato in alcune stanze del palazzo, vi si può visualizzare la storia della fisarmonica dalle origini fino ai giorni nostri. Attraverso una suddivisione in tre settori, si possono ammirare foto e documenti del primo costruttore nonché il famoso prototipo di fisarmonica, le tecniche di lavoro e alcuni strumenti per realizzarle e una serie di innumerevoli fisarmoniche, che lasciano stupito il visitatore perché esteticamente e funzionalmente sono vere opere d’arte.
Percorrendo la stradina stretta che porta sulla parte alta di Cella di Varzi, veniamo colpiti da alcuni cimeli di guerra come un aereo da combattimento: avvicinandoci al Tempio, ci accorgiamo della quantità di mezzi corazzati che riempiono il piazzale adiacente, ai piedi della statua di Papa Giovanni XXIII, con la mano alzata, quasi a simboleggiare che la potenza del santo abbia fermato lo sparare incessante di questi mezzi da guerra. Le domande che possiamo porci sull’inutilità della guerra si affacciano spontanee a mano a mano che entriamo nel Tempio, tutto arredato di cimeli di guerra, carri armati, cannoni, missili e altro ancora, a simboleggiare orrore e distruzione: in ogni caso, la chiesa ha inteso accogliere strumenti di morte all’interno di un luogo di vita e speranza. Questo è l’intendimento che don Adamo Accosa, cappellano militare, ha voluto dare a questo luogo, spinto da Angelo Rocalli, non ancora Papa Giovani XXIII, che inviò la prima pietra proveniente dall’altare della chiesa nei pressi di un paesino della Normandia, andata distrutta durante lo sbarco degli alleati. Il Tempio è stato ricostruito nel 1951, sulle macerie della precedente chiesa: da allora è stato un susseguirsi di arrivi da ogni parte del mondo di materiale bellico che il prelato ha pazientemente posizionato all’interno della chiesa. Non solo è arrivato materiale bellico, ma anche pietre di altre chiese come, ad esempio, le pietre delle guglie e parte del pavimento del Duomo di Milano: parti rovinatesi durante i bombardamenti. Oltre a una moltitudine di oggetti come elmetti, divise, fucili, munizioni, quadri, fotografie, possiamo trovare altri oggetti particolari come la fonte battesimale costruita con un otturatore di un cannone da 305 della Andrea Doria, la famosa corazzata italiana; e, appesi al muro, un crocefisso e l’immagine di Cristo costruiti con fucili, baionette e altri armi. Un’altra immagine da ricordare del Tempio è sulla balaustra dell’altare, dove ci sono delle piccole urne in cui sono poste le sabbie dei più famosi fiumi della Terra: dal Gange al Don e così via.
Situato nell’ala ristrutturata dell’ex Caserma di Cavalleria, luogo storico di notevoli dimensioni, edificio militare vanto dell’intera città, il Museo di Scienze Naturali di Voghera, con il Museo Archeologico di Casteggio e il Museo Naturalistico di Stradella, completa il quadro di riferimento per gli studiosi e gli appassionati della storia naturalistica, archeologica, storica, zoologica e paleontologica dell’Oltrepò Pavese. Le stanze sono state arredate con bacheche e vetrine, in cui sono stati posti una serie di reperti che riguardano la mineralogia, la zoologia, la botanica e la paleontologia. Spiccano l’omero di plesiosauro trovato nelle vicinanze di Zavattarello e il cranio di un grande cervo ora estinto. Il museo riveste anche un’importante funzione didattica: numerosi gli eventi che durante l’anno coinvolgono numerosi studenti.
Anch’esso situato all’interno della Ex Caserma di Cavalleria, il luogo per ospitare un museo di questo tipo è assolutamente azzeccato, perché il Museo Storico è completamente dedicato alle guerre combattute ancora con cavalli, fucili e baionette. Mentre nel Tempio Sacrario della Cavalleria (la “Chiesa Rossa” di Voghera) si possono ammirare tutti gli stemmi dei reggimenti di cavalleria italiani, costruiti in pietra, all’interno del Museo si possono ammirare gli stessi stemmi, però costruiti in legno. Entrando, si è subito accolti da una stanza immensa che oggi funziona da sala per convegni, sulle cui pareti si possono ammirare grandi bacheche: all’interno, una moltitudine di divise militari, nelle varie forme, dedicate alla Marina, alla Cavalleria, alla Fanteria e all’Aviazione. Una stanza in particolare, dedicata alla Cavalleria, è stata allestita in quelle che un tempo ospitavano i cavalli. All’interno del Museo ci sono poi curiosità di assoluto interesse, come l’auto crivellata di colpi di arma da fuoco nella quale furono uccisi il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e la moglie Emanuela Setti Carraro. Potremo vedere la pistola Beretta che uccise Benito Mussolini e Claretta Petacci. Troveremo quindi una collezione di uniformi militari, armi da fuoco, elmetti, stemmi, bandiere originali. L’archivio di calendari militari, stampe, manifesti, libri e cartoline, molte delle quali sono affrancate quindi di assoluto valore storico e filatelico, è davvero impressionante. Una quantità di tempere di Tino Vescovo, nome storico della grafica militare, quadri di pittori locali e di Mario Maserati, uno dei fondatori della famosa casa automobilistica, per la quale realizzò anche lo stemma a tre punte che possiamo vedere sulle auto. Fondatore del Museo Storico di Voghera è stato Giuseppe Beccari, insignito del titolo di Grand’Ufficiale della Repubblica Italiana, dirigente a livello generale dell’Associazione del Fante, di cui ricostituì la sezione vogherese nel 1969.
Il Magazzino dei Ricordi: è come compiere un viaggio immersi nella vita e nel lavoro artigianale dei nostri nonni, con una serie di ricordi, in un luogo delizioso come Zavattarello; un vero tuffo nostalgico, che attira gente di tutte le età da ogni parte del mondo. L’idea del Magazzino è venuta a Virgilio Bruni, che iniziò a raccogliere qualsiasi attrezzo; con una sorta di tam tam, gli abitanti del luogo iniziarono una vera e propria processione con il solo scopo di arricchire questo luogo. Il magazzino è diviso in piccole stanze; così si è riuscito ad accomunare tutti questi attrezzi con le attività lavorative e artigianali di un tempo. Nelle varie stanze troviamo l’angolo del sarto, il negozio del barbiere, una scuola, il calzolaio, il fabbro, il falegname: tutte le stanze sono piene di attrezzi da lavoro nelle varie forme e dimensioni. Il magazzino contiene anche fotografie e molte chicche da scoprire. Tutto il materiale è di notevole interesse anche per le attività didattiche delle scuole, che ogni anno usufruiscono di questo luogo per ricerche e visite istruttive.
Un’altra perla di questo piccolo ma creativo paesino, creato per salvaguardare e tramandare alle generazioni future l’antica cultura contadina. Numerosi i pezzi in mostra: strumenti, attrezzi, oggetti e macchinari, tra cui una selezionatrice, utilizzata nei mulini ad acqua per selezionare il grano, e un ventilatore, che serviva per separare le granaglie dalla pula. Tra le curiosità dell’esposizione: l’antico metodo della “carbuneina”, chiamato in italiano carbonaia. Il procedimento, basato sull’esperienza pratica, si tramandava di generazione in generazione ed era costituito da un rudimentale ma efficace impianto chimico, che serviva a trasformare la legna in carbone attraverso una lentissima combustione, attuata tramite la progressiva mancanza di ossigeno e la distillazione.
Casa Coppi, l’abitazione in cui nacquero i fratelli Fausto e Serse Coppi, si trova nel suggestivo borgo collinare, a pochi chilometri da Tortona. Luogo di affetti e ricordi più intimi, più riservati dell’esistenza del Campionissimo. Visitando Casa Coppi, i ciclisti appassionati, gli estimatori del Grande Airone e i turisti curiosi ritroveranno gli oggetti e l’atmosfera cara al Campionissimo, personaggio schivo che anche nei momenti di maggior celebrità tornava qui, al paese, per ritrovare se stesso, la cara famiglia e i vecchi amici. C’è un altro personaggio che, all’interno del paese, custodisce ricordi, maglie altro ancora dei fratelli Coppi e di altri ciclisti famosi.
Si trova nel seicentesco Palazzo Spinola di Rocchetta Ligure, di cui occupa alcuni locali, un tempo utilizzato a scopo difensivo e come dimora della servitù. Il museo è intitolato dal 2003 al comandante partigiano Gian Battista Lazagna, “Carlo”, ideatore del primo “Museo della Vallata e dei Partigiani”, realizzato nel 1990. Qui troviamo i cimeli utilizzati dai partigiani: dalla ricetrasmittente paracadutata con la missione Pee Dee ai codici cifrati trasmessi da Radio Londra; dai pannelli esplicativi ai disegni e ai fumetti di Franco Fossati. Un esempio di informazione partigiana.