Conservare nella memoria, la necessità di non dimenticare: luoghi, ricordi, date, personaggi. Per non dimenticare la necessità è quella di ricostruire il passato.
Ricordare per amore, perché l’immagine custodita non è solo la fredda descrizione di un evento associato a una data, ma è un insieme caldo e ancora commovente che fa riferimento a momenti di vita, propria o altrui, che ci hanno una volta coinvolto e che ancora sanno darci emozioni. A volte sono emozioni piacevoli, a volte dolorose, ma entrambe sono testimoni di qualche cosa di importante per noi, qualche cosa che ci fa dire.
Ricordare per crescere, per fare tesoro dell’esperienza passata e scegliere, di conseguenza, come organizzare il proprio futuro. Nel giorno della memoria, non ci focalizziamo sul passato, ma soprattutto sul futuro, da creare consapevolmente grazie a quanto imparato da quanto è successo.
Se per i castelli e le torri che hanno origine medievale, dove l’abbandono ha origine più antiche, per i paesini, per qualche cascinale e per i mulini, il periodo dell’abbandono lo si può collocare durante il secondo dopoguerra. Lo sappiamo tutti: l’evoluzione economica, la crisi agricola e la grande difficoltà a raggiungere i paesi più importanti e ricchi di possibilità di servizio hanno spopolato questi paesini. Oggi quasi tutti questi luoghi sono visitabili, solo ripristinando i sentieri e le mulattiere di accesso. Andremo a toccare tutti questi luoghi che meritano sicuramente una visita. I sentieri di accesso spesso sono facili e molto interessanti. Altri luoghi abbandonati si possono visitare semplicemente spostandosi in auto. Potrebbe succedere che si sia rilevato come abbandonato mentre in realtà è in progetto una attività di recupero.
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Borghi – Cascine – Mulini – Essicatoi – Castelli – Torri o se li conosciamo il nome o la zona. Se è inserito verrà evidenziato. E’ in continuo aggiornamento quindi pazienza.
Sulla Mappa digitale troverete la posizione sul territorio
Abbandonata nel 1953 e composta di due nuclei distinti; il primo, detto Avi di là o Superiore (Ovi de là), ospita i resti della chiesetta di San Vito, un essiccatoio per le castagne (“Abègu”), la casa plurifamiliare, la stalla, la cisterna per la raccolta dell’acqua piovana, con le canaline scavate nella roccia. Evitiamo di entrare nelle case, perché i muri sono ormai pericolanti. Superato il borgo, si giunge in pochi minuti al secondo, detto Avi di quà o Inferiore (Ovi de chei), ormai invaso dalla vegetazione e difficile da visitare. Il progressivo abbandono della vallata ha decretato in breve il triste destino di questi due piccoli borghi. Da febbraio a luglio 1944 si insediò il gruppo partigiano al comando di Franco Anselmi “Marco”. Nascondendosi in buche al rastrellamento dell’aprile 1944 e, nel luglio. resistettero per tre settimane all’assedio dei tedeschi Qui puoi vedere la cip video
Camere Nuove e Camere Vecchie legati da quella che sembra una contraddizione: Camere Vecchie è il paesino abitato mentre Camere Nuove è il paesino abbandonato: dovrebbe essere il contrario?. Entrambi i villaggi si trovano sulle pendici del Bric delle Camere, una montagna dell’appennino ligure posta al confine con la Val Vobbia. Diciamo che il più interessante è sicuramente Camere Nuove (non me ne vogliano gli abitanti del paese gemello), uno dei tanti piccoli borghi dell’appennino settentrionale che, dalla seconda metà del novecento, è stato abbandonato. La natura si sta riprendendo i suoi spazi, ed è sempre impressionante vederlo, visitare un paese fantasma lascia sempre emozioni. Meglio visitarlo in inverno, gli alberi spogli ci verranno in aiuto aprendo gli spazi visivi. Arrivando dal sentiero descritto si arriva alla casa che resiste solo nella sua facciata, ma è comunque la più visibile del paese. A destra, seguendo il sentiero, troviamo panche e tavoli, anche loro in abbandono ed una costruzione “nuova” in lamiera anch’essa in abbandono. Per visitare le altre case, tutte più o meno crollate, bisogna farsi largo tra alberi e spine; come da descrizione si raggiunge la piccola chiesetta: apriamo la porta e vediamo l’altare che si sta sgretolando, sul soffitto qualche affresco ancora in buono stato. Qui puoi vedere la cip video
Tra Ottone e Gorreto troviamo, in località Rocca dei Corvi, la deviazione per Campi. Il nucleo originario del paese (Campi Vecchio) e noto per la coniazione dei falsi luigini alla metà del XVII secolo, fu abbandonato negli anni ‘50 a causa di una frana. Si trova sul sentiero che porta a Bertone. Nel luogo si trovano molti piccoli nuclei tra i quali: Botraia dove, nei pressi si trova il Mulino di Campi, Costa sede dell’Agriturismo Campi, Cabosa, Aglio, Truzzi e Cà di Cuccoli dove si trova la Chiesa di San Lorenzo di Campi. Il feudo di Campi era ampio e possiamo individuarlo dal Torrente Brugneto fino a Corte Brugnatella ai confini del territorio del monastero bobbiese di San Colombano. Sede di questo feudo era nel castello di Catrebbiasca. In un documento del 1197 sono nominati Ogerio, Ceso, Muso, Rolando e Girardo, tutti cinque di Campo e vassalli dei marchesi Malaspina. Nel 1361 Azzone e Federico, figlio di Corradino, marchese di Catrebbiasca detto Spadalunga, ambedue senza prole, cedettero i possedimenti a Galeazzo II Visconti. L’investitura al vassallo visconteo Stefanolo Porri. Ma le vicende e i passaggi non finirono qui e i Malaspina di Pregola rioccuparono il castello. Venduto poi ai Centurione. Del castello malspiniano, dopo la distruzione del castello di Catrebbiasca, avvenuta intorno al 1404, rimangono soltanto le fondamenta della torre, alcune muraglie verso valle e un piccolo vano sotterraneo, forse i resti di una cisterna
La chiesetta è l’unica struttura mantenuta, direi che sicuramente viene usata anche per qualche funzione o festa particolare. Altre case sono decadenti ma mantengono ancora un aspetto soddisfacente, altre ancora sono ormai crollate. Una di queste, a ridosso della chiesa, conserva una struttura in legno che richiama le case tipiche Walser. Qualche cantinetta aperta conserva ancora tinozze e strumenti di lavoro.
Non propriamente un paesino abbandonato, ma alcune costruzioni; si dice, qui sia esistito un antico convento di Frati e delle prime abitazioni che, secondo la tradizione, diedero origine al paese di Berga nel lontano 1253. Ormai in decadimento completo.
Casoni di Vegni dove le piante si sono unite ai muri delle case. Casoni è il più grande dei tre villaggi, ma è anche quello che presenta i maggiori segni di abbandono e distruzione: le case, ad eccezione di una, rimasta grosso modo integra, sono tutte crollate. Possiamo salire nella parte alta del paese e renderci conto della distruzione, un grosso albero, nei pressi di un piccolo pozzo, esce direttamente dal muro, così tutte le altre case sono inesorabilmente “mangiate” dal bosco, gli alberi hanno proteso il fusto e i rami nel tetto, tra le finestre e le porte. Si possono vedere all’interno delle case alcuni mobili in legno, le persiane, le inferriate e parte dei vetri delle finestre. Risaliti con due brevi curve, attraverso tra i ruderi delle case, il sentiero risale bruscamente, per poi ritornare in piano.
Ceregate è un paesino fantasma nascosto dove l’Alta valle Staffora si incuea per risalire alle sue sorgenti. Al paesino ci si arriva da due parti opposte: la prima da Cegni, percorrendo un sentiero che parte appena passato il paesino; l’altra scende appena passato il bivio per Negruzzo (una palina in legno la indica): un sentiero impervio ma, in certi punti, molto panoramico. Oggi Ceregate è disabitata, almeno nella stagione invernale. Rimangono alcune case ormai decadenti, al cui interno si scorgono e si immaginano gli ultimi momenti di vita del paese. Quasi come fosse un piccolo miracolo, la chiesetta dedicata a Maria Bambina, a tutt’oggi in ottimo stato, veglia ancora sul paese. Questo luogo si rianima due volte all’anno, quando la parrocchia di Cegni si riunisce la prima domenica di settembre e il lunedì dell’Angelo. Una messa e, nel piazzale adiacente, gli anziani del paese iniziano gli “incanti”, mettendo all’asta i prodotti tradizionali; poi tutti nei prati per un pranzo al sacco. Qui puoi vedere la clip video
Chiapparo si trova sul sentiero che collega Vegni a Magioncalda. Quel che resta di un pozzo ci accoglie, poco più avanti le case. Una di queste è stata ristrutturata, tavoli e panche permettono una sosta, dalla finestra si scorgono attrezzi da cucina. Alcune case, anche se abbandonate, mantengono un decoro, le altre stanno crollando. All’interno di qualche vano sono rimasti dei tavoli e panche. La piccola fontana/lavatoio sembra essere conservata: 1953 sembra essere l’anno della costruzione o forse della ristrutturazione. Ripartiamo, da qui inizia la salita che raggiunge in breve ai Casoni dei Rissotti, due case che ormai stanno crollando.
Altri luoghi abbandonati si possono visitare semplicemente spostandosi in auto: ad esempio, Connio vecchio, nei pressi di Carrega Ligure. Connio invece è stato ricostruito poco più in alto ma i due borghi sono attaccati. Si possono fare tante supposizioni ma, guardando il paese ci accorgiamo che è arroccato su questo costone che si distacca dalla procinciale dai pendii molti ripidi; forse per questo che gli abitanti si sono semplicemente spostati in luogo più sicuro.
Ferrazza dove una casa porta una targa ricordandoci che questi luoghi sono ancora abitati. Il paese, posto in una apertura del bosco, sembra, a prima vista, un paese abbandonato, poi, osservando meglio e nella maggior parte delle case, possiamo vedere i cartelli affissi ad una delle case, indicando il divieto ad entrare nelle case per pericolo crolli. La maggior parte delle case sono con vistose crepe e balconi pericolanti vi sono però altre abitazioni tenute in buono stato ed è possibile comunque rendersi conto che il paese non è del tutto abbandonato, così come indica un cartello posto sulla porta di una casa, perfettamente ristrutturata, che reca sulla facciata un cartello che ci ricorda il nome del paese e l’altitudine; un cartello ci invita al rispetto di questo luogo, accorate parole di chi sta cercando di mantenere in vita questo luogo. Una di queste è la casa della Maria (Mariuccia come veniva chiamata) la vittima del Bellomo. Sopra alle case è anche possibile vedere la vecchia teleferica, collegata alle montagne che sovrastano il paese. Qui puoi vedere la cip video
L’ingresso in paese è quantomeno ricco di emozioni, il cimitero e, sulla destra, il retro del campanile della chiesa. Senza conoscere la storia e le leggende legate a questo luogo, sarebbe quasi tutto normale, un paese abbandonato come ce ne sono tanti in questi luoghi, ma noi siamo arrivati con l’animo di chi già conosce, sensazione che ha colpito anche i visitatori che sono arrivati dietro a noi, il cuore batteva forte e desideroso di spiare tra le mura abbandonate di questo luogo. Spingendo il cancello arrugginito e cigolante, entriamo subito nel piccolo cimitero, molto piccolo, uno così c’è a Pizzonero, le tombe si contano con le dita di due mani, i nomi sono tutti simili segno della parentela che legava queste persone. Ma la nostra attenzione viene immediatamente attirata dalla prima tomba che incontriamo sulla sinistra, una tomba più grande delle altre e chiaramente più recente, l’unica che evidenzia la foto e il nome, Davide Bellomo. È quella del protagonista della vicenda, toltosi la vita nel 1961, a soli 31 anni, dopo aver commesso un omicidio passionale. Il fatto è macabro quindi, come già detto, preferisco rimandarvi ai racconti che si possono trovare sul web. In fianco al cimitero si trova l’Oratorio dedicato a San Bernardo Abate, un caratteristico campanile a vela a cui sono state rimosse le campane. La voglia di fotografare questi luoghi è talmente forte, facendo massima attenzione nell’avvicinarsi, le mura sembrano cadere da un momento all’altro, che prendiamo questo rischio e, senza entrare, immortaliamo l’altare della chiesetta che si sta sgretolando a poco a poco. Poco più avanti si entra nel paese vero e proprio, preceduto dalla bacheca informativa sui percorsi, e da quella che probabilmente è stata la piccola piazza del paese, ora occupata da alcune panchine e dai tavoli a servizio dei camminatori per una sosta rifocillante.
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Situata sulle pendici del monte Gavasa, è stata abbandonata a metà degli anni ’50; resta ben conservata una casa con stalla, che è diventata bivacco dopo la ristrutturazione nel 2006 effettuata dal CAI di Novi Ligure in collaborazione con la Comunità Montana Valle Borbera e Valle Spinti. Nelle strette vicinanze si trova un piccolo ma profondo pozzo per la raccolta dell’acqua. La chiesetta della Madonna di Rivarossa è in zona panoramica sulle strette della Val Borbera; tenuta in ottimo stato di conservazione ci permette, al suo interno, di vedere alcune fotografie risalenti all’epoca del restauro
Rovaiolo Vecchio, fa parte del Comune di Brallo di Pregola. Lo possiamo trovare scendendo dal Passo del Brallo verso Ponte Organasco, appena dopo Lama troviamo il sentiero segnato dai segnavia bianco-rossi (125) cheattraversa il torrente Avagnone e finalmente risale al paesino. Abbandonato nel 1960 dai residenti minacciati da una frana. Dovettero per questo lasciare il paese e, grazie ai contributi pubblici andarono a vivere dalla parte opposta, proprio di fronte al di là del Torrente Avagnone. Venne chiamato Rovaiolo Nuovo. Rovaiolo Vecchio non subì nessuna frana e la beffa fu che il nuovo borgo venne colpito da una frana che però non provocò danni. Ora possiamo avventurarci tra le case trovando stalle, forni e fontane. Per la facilità con il quale si può raggiungere il borgo viene visitato spesso dai tanti curiosi affascinati dai questi borghi abbandonati ma anche dai tanti escursionisti che si vogliono cimentare lungo il ripido sentiero (segnato con il 125) che porta al Monte Lesima e che scorre lungo, questa Vallone dal nome inquietante “dell’Inferno”; sentiero per Escursionisti Esperti ripido e, in alcuni tratti, saremo aiutati dalla corda. Niente di pericoloso ma, in questi casi, si deva fare attenzione.
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Nei pressi di Casone, dalla provinciale verso il Passo del Brallo al di sotto della strada, troviamo questo paesino, poche case diroccate nei pressi del quale troviamo alcuni tumuli strutturati con una certa importanza.
Il Molino del Cognassi si trova nell’area compresa tra Valformosa e Bralello, in comune di Santa Margherita Staffora, lungo il fosso del Freddo, sul sentiero che collega Bralello a Fego che porta a costeggiare il Torrente Montagnola, a metà percorso troviamo una quasi nascosta deviazione, Questa porta ad un muro di cinta costruito con pietre del posto, il mulino è nascosto tra la vegetazione, una piccola deviazione ci porta al mulino. Il mulino è realizzato interamente in sasso ed è costituito da più edifici, comprendenti una stalla e una cascina. La ruota di questo mulino è molto stretta e alta una decina di metri. Il Molino del Cognassi era un punto importante per l’economia della zona: produttori e agricoltori di frazioni limitrofe, come Cencerate, Valformosa e Barostro, vi portavano infatti mais, grano e castagne per la produzione di farina, prezioso elemento per il sostentamento e perno fondamentale dell’economia del territorio. Sopra il mulino troviamo una vasca costruita in terra che dava alimento e forza alle pale.
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Il mulino è stato da poco restaurato ed è raggiungibile da un sentiero che parte proprio dal paese di Berga
Il Mulino dei Gatti conserva due macine circolari sotto un tetto, parte crollato, coperto di muschio.
Attraversato il ponticello sul Rio dei Campassi troviamo il Mulino Gelato: si nota quel che rimane del meccanismo che raccoglieva le pale Pelton, grandi cucchiai di legno interamente scavati a mano. Ora non ci sono più e non si può trattenere la rabbia perché, con tutta probabilità sono state rubate.
Sul sentiero 245, che unisce Campassi a Vegni, troviamo il Mulino di Agneto che conserva ancora la sua grossa ruota
Il paese viene nominato in un documento del 1250 in cui si dice che Ogerino di Guglielmo di Bertone era eletto fratello e chierico della chiesa di San Piero di Casanova di Tortona. Feudo dei Malaspina passò nel 1665 a feudo dei Centurione Scotto. La chiesa di Bertone fu rifatta nel 1842. Per la toponomastica molto probabilmente deriva dall’antico ligure Bhers, veloce, ripido, quindi significherebbe paese scosceso. Sul torrente si trovano i ruderi del mulino.
Paese posto a circa 935 metri. Il nome del paese richiama quello di Cartagena, uno dei luoghi che ci portano ad Annibale; storia o leggenda mescolati assieme. In ogni caso, sono stati i luoghi dov’è passato il condottiero.
Con un sentiero si può raggiungere il mulino. Atti storici depositati presso l’Archivio di Stato di Genova indicano che a Fontanarossa e precisamente a Ferriere, possa essere nata Susanna da Fontanarossa, madre di Cristoforo Colombo, come del resto attesta anche un’iscrizione su marmo nel centro del paese.
Seguendo il sentiero per Bogli (121), sul Torrente Boreca vediamo mulino, ora in disfacimento, affiancato da una bella e copiosa cascata.
Siamo nel comune di Brallo di Pregola. Provenienti dal Passo del Brallo passiamo il paese di Colleri, il mulino si trova sul sentiero che parte qualche centinaio di metri dopo il paese, segnalato dai segnavia bianco-rossi. Del mulino rimane la grande ruota e alcuni macchinari ormai schiacciati dal tetto che sta cedendo, un vero peccato non poter recuperare almeno le macchine che hanno sicuramente un valore storico. Qui puoi vedere la clip video
Situato sul sentiero (segnalato dai segnavia bianco-rossi) che parte circa 200 metri dopo Casa del Lago, dalla strada che porta a Menconico, il mulino si trova sul Rio Fondega. Mulino completamente distrutto, sono visibili ancora le due macine e i pali che componevano la struttura del palmento. Qui puoi vedere la clip video
Il mulino si trova sul sentiero segnalato dai segnavia bianco-rossi, che parte in località Riva, nei pressi di Menconico, e attraversa il torrente Aronchio per portarsi sulla sponda opposta, lo troviamo arrivati al torrente. Durante la seconda guerra mondiale il mulino ha https://www.youtube.com/watch?v=6bAKBChLVaQrivestito importanza fondamentale come mezzo di sostentamento per gli abitanti del luogo. Attualmente il mulino è in cattivo stato di conservazione, ma comunque ancora completo di tutti i meccanismi per il funzionamento. Il fabbricato è costituito dal corpo centrale del mulino con a fianco la grossa ruota e da una scala interna che porta ai piani superiori ; al primo piano si trova la cucina, mentre al secondo piano sono situate le camere da letto e il solaio in assi di legno. Al piano terra a fianco del mulino si trova la cantina, a forma di grotta, che aveva anche la funzione di porcilaia. A lato del mulino vi sono le altre costruzioni ormai crollate mentre un portico è stato ripristinato e trasformata in ricovero per legna. Per poter visitare il suo interno mi sono avventurato non considerando i cartelli che indicano lo stato pericolante della struttura. Si sta cercando di rivalutarlo e ristrutturarlo per attività culturali. Qui puoi vedere la clip video
Nel comune di Zavattarello, situato nella località Le Moline in centro paese nei pressi della piccola chiesa, il mulino è in disuso; è visibile solo la grande ruota esterna. Si sta cercando di rivalutarlo.
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Il Molino del Cognassi si trova nell’area compresa tra Valformosa e Bralello, in comune di Santa Margherita Staffora, lungo il fosso del Freddo, sul sentiero che collega Bralello a Fego che porta a costeggiare il Torrente Montagnola, a metà percorso troviamo una quasi nascosta deviazione, Questa porta ad un muro di cinta costruito con pietre del posto, il mulino è nascosto tra la vegetazione, una piccola deviazione ci porta al mulino. Il mulino è realizzato interamente in sasso ed è costituito da più edifici, comprendenti una stalla e una cascina. La ruota di questo mulino è molto stretta e alta una decina di metri. Il Molino del Cognassi era un punto importante per l’economia della zona: produttori e agricoltori di frazioni limitrofe, come Cencerate, Valformosa e Barostro, vi portavano infatti mais, grano e castagne per la produzione di farina, prezioso elemento per il sostentamento e perno fondamentale dell’economia del territorio. Sopra il mulino troviamo una vasca costruita in terra che dava alimento e forza alle pale.
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Si parla di questo luogo che ci ha costretto a ben più di una visita ma finalmente lo abbiamo trovato. In effetti solo qualche pietra ma di resti non ve ne sono; l’unico suffragio sono le mappe che indicano questo luogo come il castello.
Siamo in val Boreca nei pressi del paese abbandonato di Campi Vecchio; pochi sassi.
Valle Curone sul sentiero che scende appunto al paesino di Cantacapra, indicato dagli storici del quale rimane solo che pochi sassi.
Agli inizi del ‘500 era del marchese Barnabò Malaspina di Godiasco. Barnabò ebbe ad scontrarsi con il duca Massimiliano Sforza, potente signore di Milano; il castello venne danneggiato dalle artiglierie e il marchese fu catturato e giustiziato con cruenza nella piazza di Voghera. I figli di Barnabò riuscirono a recuperare il castello ma, nel 1530 il nuovo duca di Milano Francesco II Sforza se ne impadronì di nuovo confiscandone anche il feudo. Alla confisca i Malaspina si opposero in nome delle antiche investiture. Soprattutto il marchese Cesare mandò avanti la causa per lunghi anni. Causa che terminò nel 1613 con un rimborso in denaro in cambio del feudo che passò agli Sforza. Ora rimangono le rovine nella altura in fronte al paese e al Tempio della Fraternità.
Il castello si trova in fronte a Fabbrica Curone appunto nella frazione di Castello; spicca la torre.
Pochi resti in decadenza in fronte al paese di Montacuto
Nella parte alta del paese troviamo i ruderi della torre, resto del castello.
Nel 1330 entrò a far parte dei possedimenti della famiglia Spinola. Fu proprio la nobile famiglia che, nella prima metà del Trecento, edificherà ad una quota più bassa un nuovo castello, i cui resti sono tuttora visibili. Interessato dal passaggio dei soldati francesi del duca d’Orléans Luigi di Valois nel 1394, la dominazione del castello seguì parallelamente la storia della famiglia Spinola che scelsero il maniero come centro di controllo del feudo inserito nei Feudi imperiali. La soppressione dei Feudi Imperiali portarono ad un inesorabile declino e abbandono del castello. Oggi si sta tentando di restaurarlo.
Percorrendo la Valle Scuropasso, si arriva nella parte alta, dove la valle si stringe a Rocca de’ Giorgi. Sede di un’antica pieve della diocesi di Piacenza, fu fortificata fin dall’Alto Medioevo – si dice – da un antico signore di nome Aimerico. Si chiamava, infatti, Rocca di Aimerico quando, nel 1164, è citata tra i luoghi dell’Oltrepò che passarono sotto il dominio pavese. Seguì la signoria della famiglia pavese Campeggi, per cui prese il nome di Rocca Campesana; per poi passare sotto il dominio dei Sannazzaro e di Fiorello Beccaria, che ricostruì la Rocca. Da allora fu detta Rocca di Messer Fiorello, o Roccafirella.
Il castello si trova in posizione strategica sulla altura di Roccaforte Ligure
Il castello si trova in posizione strategica sulla altura in fronte al paese di Sorli. Si raggiunge con un sentiero (200) che parte dal paese.
Il castello si trova sulla strada che porta a Vergagni; pochi sassi ma il ricordo del luogo è sempre vivo
Il castello si trova in posizione strategica sulla valle Lemme. Posizionato sulla altura ben visibile dal paese e raggiungibile con un sentiero che parte tra le case del paese.
Villa Fontana il nucleo da quale si accede ai ruderi del Castello malaspiniano, situato in posizione strategica dove si può ammirare un bellissimo panorama della Val Boreca e della Val Trebbia. Da qui si può ammirare una della anse che il Fiume Trebbia compone, punto di incontro di molti fotografi. Il fortilizio è ricordato in documenti del ‘300. Nel luogo c’era forse un castelliere ligure utilizzato come luogo di controllo contro i Romani. Ne danno testimonianza gli otto bracciali (armille bronzee) ritrovati nel 1888 attribuiti al X sec. a.C. e conservati ai museo archeologico di Milano. Restano alcuni tratti dei muraglioni e la base di una torre cilindrica con feritoie. Ha subito un restauro recente.
Posto sulla altura sovrastante il paese di Dernice a guardia della val Curone e della via chiamata dei Feudi Imperiali.
La casa si trova sulla via del mare in posizione di controllo sulla val Brevenna
La Cascina Bruzeta è posta sulla importante via studiata dal cartografo della Repubblica di Genova Matteo Vinzoni per evitare il feudo di Carrosio, che impediva appunto il passaggio per il Passo della Bocchetta.
Casoni dei Rissotti si trova sul sentiero tra Vegni e Magioncalda nei pressi del paese abbandonato di Chiapparo
Siamo sul torrente Liassa, ai piedi del Monte Cosfrone, zona ricca di acqua, lo si può capire dalle tante fontane poste lungo i sentieri. Qui esiste ancora l’unica ghiacciaia o neviera della Val Borbera, una fossa con muri in pietra, costruita dagli abitanti di Piuzzo, fossa dove si accumulavano strati di neve che, mantenuta durante l’estate, permetteva la conservazione del latte, dei latticini e di altri prodotti alimentari contadini. Qui puoi vedere la cip video
Gli “Abèghi”, sono gli essicatoi delle castagne e, nella Valle Spinti, ed in particolare in questi luoghi, ci raccontano una storia antica; una passeggiata immersi in questi castagneti, ricca di colore. Un cartello informativo, ad ogni essicatoio, ci darà molte notizie sulla vita di questi luoghi. L’Abègu Ciape, l’Abègu Apricusa, l’Abègu Nurtiù, l’Abègu Costa sono quelli che incontreremo lungo l’anello che parte da Grondona segnato con i segnavia 280, 281 e 283 Qui puoi vedere la cip video
Cavità artificiale con pareti in sasso levigato che serviva a conservare la neve per mantenere freschi i cibi e bevande quando il caldo diventava insopportabile. A questo bene era legato un vero e proprio mestiere, quello del nevieraio (giassin). Preparava la neviera, stendendo sul fondo della cavità numerosi rametti e foglie per evitare che il ghiaccio toccasse il suolo. Era necessario pressare la neve il più possibile per ricavare spazio. La profondità delle neviere, scavate nel terreno, impediva alla neve di sciogliersi, anche perché protetta da un tetto di paglia a forma di pagoda che la sovrastava. La neve ghiacciata, avvolta in sacchi, era trasportata a valle con le gerle o i vaiardi, portantine in legno a quattro mani: con muli o carretti arrivava in città di notte per evitare le temperature troppo elevate. Questo prezioso bene rappresentava una importante fonte di guadagno. A Genova il commercio della neve fu sottoposto nel 1640 a una tassa chiamata la Gabella della Neve che rimase fino al 1870. Tra il Passo della Bocchetta e il Passo dei Giovi si trova anche la Giassea do Sexeo (Ghiacciaia del Cereseto), di notevoli dimensioni.