ZONE | Oltrepò Pavese

Vedere l’Oltrepò Pavese vuole dire prima di tutto incontrare la storia di questi luoghi che affonda nel più profondo medioevo e in qualche luogo, all’epoca Romana. L’Oltrepò Pavese è incuneato tra le province di Alessandria, Piacenza e Genova,  creando un importante  crocevia di comunicazione e di commercio tra la pianura ed i centri più popolati e il mare, dove le navi portavano merce di ogni tipo.

La Valle Staffora
La bassa e media Valle Staffora, le valli Nizza, Ardivestra e Luria.

La Alta Valle Staffora
Da Varzi si innalza la valle giungendo ai crinali e monti dell’Alto Oltrepò Pavese

Oltrepò Pavese montano
Le montagne dal Monte Alpe al Monte Penice, alla valle Staffora alta fino ai crinali tra la Cima Colletta e il Monte Lesima e tra il Monte Boglelio e Chiappo. Percorsi panoramici sui crinali dell nostre più importanti montagne e vie sentieristiche di assoluta importanza.

Oltrepò Pavese orientale   
Composto dalle valli dei torrenti Coppa, Ghiaia di Borgoratto e Montalto, le Valli Scuropasso, Versa, e Bardonezza. Percorsi delle colline  della produzione vinicola dell’Oltrepò Pavese.

Paesi e frazioni a ridosso del fiume Po
Siamo nei luoghi  al di sopra della via Emilia fino ai margini del fiume Po

Paesi del Pavese
Aggiungiamo i paesi del Pavese, toccati in principal modo dalla Via Francigena e dal Sentiero Europeo E1

Tre guide raccolgono il meglio di questi luoghi. Andiamo a soddisfare gli amanti dell’escursionismo a piedi, con la bici da montagna o gli amanti armati della sola macchina fotografica.

Intervista di MilanoPaviaTV per un turismo sostenibile

Approfondimento

Oltre al commercio, l’area divenne anche crocevia di religiosità, permettendo ai  pellegrini  di avvicinarsi ai centri religiosi più importanti come la Abbazia di San Colombano, incontro di  vie religiose famose come la Via Francigena e la Via degli Abati, con la conseguente nascita di molti punti di ristoro per i pellegrini. La storia religiosa  vive ancora oggi nelle tante chiese e  parrocchiali di paese, come la Pieve di S. Zaccaria  a Godiasco, la Pieve Romanica dei Cappuccini, la Parrocchiale di S. Germano, gli Oratori dei Bianchi e Rossi in Varzi, la Abbazia di S.Alberto· di Butrio. Non si può non fare cenno al Tempio della Fraternità di Cella di Varzi che raccoglie una collezione di reperti bellici sia all’interno della Chiesa, che sul piazzale antistante dove sono parcheggiati addirittura carri armati ed aerei delle ultime guerre; non una collezione pura e semplice, ma un invito alla pace.
La storia indica anche un periodo molto prolifico, con l’avvento ad esempio dei Malaspina e in particolare di Oberto Obizzo che si insediò nel Castello di Oramala,   creando una serie di fortificazioni nella Valle Staffora, oggi ancora in condizioni buone grazie “purtroppo” ai restauri sovvenzionati dai privati. In tutto l’Oltrepò si creò una rete di fortificazioni, alcune delle quali oggi ridotte a pochi sassi, altre a poche mura ormai cadenti, altre restaurate e recuperate alla vista dell’antica bellezza, altre trasformate notevolmente nella loro struttura architettonica, a causa delle continue lotte o guerre, altre trasformate in ville private e aziende vitivinicole. Citiamo poi tra i castelli visitabili, il Castello di StefanagoIl Castello dei Dal Verme a Zavattarello, e il Castello dei Malaspina a Oramala e per ultimo, il recuperato e grandioso Castello Visconteo di Voghera che ha conservato alcuni dipinti del Bramantino, che aprono le loro porte, soprattutto nel periodo estivo, regalando storie di cavalieri, di dame, di lotte, di guerre e di fantasmi.., decantati durante le numerose manifestazioni culturali che risaltano l’aspetto medioevale dei luoghi.
Lo scorrere di piccoli rii a torrenti ha permesso di costruire i mulini, essenziali per la quotidianità di ogni paese, qualcuno oggi ridotto a pochi sassi, altri ancora funzionanti e visitabili sia dall’escursionista in cerca di avventura sui sentieri che corrono paralleli ai torrenti, o dal semplice visitatore che si vuole avvicinare alle valli senza dover fare troppa fatica. In queste zone, tra collina e montagna si trovamo alcuni dei paesi insigniti del marchio “I borghi più belli d’Italia” citiamo: Zavattarello, Fortunago, Varzi, Porana.
Ciò che forse più di tutti regala emozioni è semplicemente il paesaggio dai colori intensi, i monti, dove la vista all’orizzonte arriva al mare di Liguria, e che regalano due luoghi di assoluta bellezza come la Riserva Naturale Monte Alpe, nei pressi del Passo del Penice, e il Giardino Alpino di Pietra Corva, nei pressi di Romagnese, un,oasi creata per gli amanti delle innumerevoli piante, che trovano dimora tra rocce e piccoli specchi d’acqua.
Le nostre montagne come il Monte Lesima e il Monte Chiappo meta degli amanti della camminata e dello scorrere della bici da montagna.
Per finire basterebbe percorrere con l’auto le strade dell’Oltrepò Pavese orientale, per ammirare un panorama costellato di infinti filari di viti, che regalano nei mesi autunnali, al tramonto, uno spettacolo davvero emozionante, che lascia a bocca aperta. Ecco cosa è la terra d’Oltrepò Pavese, via tra la pianura padana e il mare, un continuo spettacolo di bellezze ben radicate nel territorio che regala emozioni a non finire.

Immagini d’Oltrepò Pavese

La Valle Staffora d.o., le Valli Nizza e Ardivestra

Stiamo parlando della Valle Staffora destra orografica, e delle valli e vallette che si gettano nel torrente Staffora lungo la Valle omonima nel tratto che da Voghera arriva a Varzi. La zona a me personalmente è molto cara perché sono nato a Voghera, ma ho vissuto molto del mio tempo a Varzi, e la mia gioventù si è incrociata con la storia anche della ferrovia che univa Voghera a  Varzi, oggi sostituita da più veloci ma senza dubbio freddi mezzi di trasporto a ruote, ma anche dalla nuova Greenway. Il treno era motivo di gioia soprattutto perché voleva dire che vedevo mia nonna, gli agnolotti di brasato, il salame, la torta di mandorle, vedevo amici con i quali scorazzare per il paese, e mi tuffavo nelle acque dello Staffora, dopo aver costruito la diga e un bel trampolino, anche se il livello del torrente non è tale da poterlo permettere. La maggior parte dei ricordi se ne sono andati assieme al volgere della mia età, ma sono ancora oggi vivi nella mia mente come se fosse ieri. Piccole valli che hanno tutte un una vita simile fatta di lavoro nei campi, di produzione di vino così come in quasi tutto l’Oltrepò Pavese collinare, di produzione di grandi tipicità come il salame, il latte, il formaggio, la frutta. Come tutto l’Oltrepò si possono ammirare i tanti castelli, quello di Nazzano, di Oramala, di Stefanago, Pietragavina, di Verde, di Montesegale, quasi tutti ristrutturati e di proprietà privata ma forse per questo motivo, danno vigore  bellezza a queste valli. Le tante chiese di altrettanti paesini dove spiccano la Pieve di San Zaccaria ma soprattutto l’Abbazia di Sant’Alberto, che ci può regalare emozioni senza dubbio particolari ed uniche.  Possiamo trovare per esempio gli Orridi di Marcellino, pareti argillose a picco sul Rio Fossone, un luogo suggestivo. Questo luogo divide lo stesso di tipo di conformazioni con quelli di Gomo e di Rocca Susella. Nella parte bassa di questa zona si incontrano tre paesini, Torrazza Coste, Codevilla e Retorbido, situati rispettivamente nelle vallecole del torrente Bagnolo, Luria e il Rile di Retorbido. Risalendo lungo questa zona incontriamo la  prima valle che si getta nel torrente Staffora alla altezza di Godiasco, chiamata Ardivestra e percorsa da torrente omonimo. Risalendo lungo la provinciale si incontrano i paesi di Montesegale, Sanguinano, Sant’Eusebio fino ad arrivare sul crinale nei pressi di Fortunago che è senza dubbio uno dei paesi più caratteristici non solo di queste zone e non per niente si fregia di essere uno dei più bei borghi Italia. Saltiamo il crinale opposto alla valle Ardivestra e ci troveremo nella seconda valle che si getta nella Valle Staffora che è chiamata la Val di Nizza tagliata dal torrente omonimo. Risalendo lungo questa valle si arriva a Sant’Albano, pesino caratteristico di queste zone frequentato in estate da villeggianti che trovano qui un ambiente favorevole per la tranquillità, ambienti panoramici, sentieri per poter praticare sport, ma anche per il solo passeggiare, ma soprattutto si trovano ambienti cordiali dove ci si può arricchire con la conoscenza e lo scambio di idee. Paesi colorati di verdi prati esaltati dal paese che si incontra proseguendo lungo la valle che si chiama Valverde.  La strada poi si divede delimitando la zona, a sinistra a Torre degli Alberi e a destra per Pietragavina anche questi erano, e sono paesi che si trovano molto bene nel ruolo di luoghi di villeggiatura. Quasi appena iniziata la Val di Nizza troveremo le indicazioni per la Abbazia di Sant’Alberto e del  Castello di Oramala, lungo una strada per molti tratti  panoramici e per  questo adatta ad una scampagnata in auto o in moto ma soprattutto in bicicletta. L’Abbazia sicuramente è uno dei luoghi più suggestivi dell’intero Oltrepò Pavese ed è sicuramente una meta che non deve mancare nei nostri viaggi, se poi ci portiamo verso Oramala potremo vedere quello che è considerato uno dei luoghi stori di questo territorio. Infine, all’imbocca della Alta Valle Staffora troviamo Varzi. Non si avranno dubbi classificare la località come uno dei borghi più incantevoli non solo d’Oltrepò Pavese. Terra dei Malaspina ha portato con se tradizioni di tutto rispetto. Il centro di Varzi conserva le stradine interne, uniche e affascinanti, poste in doppia fila che inducono il turista a visitare: le Torri Soprana e Sottana, la chiesa dei Bianchi e dei Rossi e la parrocchiale posta nella piccola, ma graziosa piazzetta. Nella piazza del Municipio troviamo il Castello: restaurato, ha ritrovato lo splendore di un tempo. All’inizio del paese troviamo la incantevole Pieve di San Germano (detta Chiesa dei Cappuccini). La piazza di Varzi è molto ampia e punto focale di passaggio dei turisti domenicali.

l Monte Vallassa e la Valle Staffora s.o. - l'archeologia

Tanti sono i punti di interesse storico che caratterizzano questa zona, primo fra tutti naturalmente è il Monte Vallassa, dalla cui cima si gode un meraviglioso panorama sulla Alta Valle Staffora con Varzi in primo piano. Il monte, così come il Monte Penola, risultano una zona di importanza archeologica dove sono stati scoperti reperti che indicano l’esistenza di un villaggio abitato chiamato il “Castelliere di Guardamonte”, ed il ritrovamento di una statuetta bronzea ne dà la conferma. Nella zona compresa tra i due monti sopracitati sono stati scoperti inoltre numerosi fossili marini segni che queste zone erano ricoperte dal mare, molti reperti sono andati persi, ora ancora di più considerando che su questa zona è stato costruito da poco un osservatorio, ma ancora oggi se siamo fortunati possiamo trovarne qualcuno. Il Monte Vallassa ed i suoi torrioni sono meta degli amanti della scalata su roccia. Una sosta poi nei pressi in località Cà del Monte dove potremo trovare gli amanti non solo per il panorama ma anche per cimentarsi con il parapendio. Se poi ci portiamo lungo il sentiero segnalato verso la Valle del Semola che volge verso la Valle Staffora troveremo anche delle grotte che ci riportano a tempi antichi che la storia vuole abitate da un eremita che poi ha dato il nome alle grotte: San Ponzo e la grotta del Santo è accessibile per mezzo di una scalinata in ferro; appena sopra la cappelletta. Da vedere anche se di proprietà privata sono il castello di Pozzolgroppo e Rocca di Montalfeo da poco restaurato. Molto bella e caratteristica è la chiesa parrocchiale del Groppo che si trova nelle vicinanze di Biagasco. Infine nel pressi di Cecima sulla strada che ci porta a San Ponzo troviamo un mulino perfettamente funzionante. Siamo qui nella zona collinare della media Valle Staffora e Curone dove non troveremo le cime più alte ma l’assenza quasi completa dell’asfalto rende questa zona la preferita di molti biker; saliscendi e discese mozzafiato sono qui di casa ed i “bikers” di tutti i livelli si possono cimentare senza paura. Altra zona di notevole bellezza paesaggistica risulta quella a ridosso della Valle del torrente Lella dove troviamo i “calanchi”, vero paradiso per la MTB e ne possiamo godere a ritmo incessante se ci addentriamo poco sopra il paesino di Castello di Nivione, e percorriamo i sentieri, una vera pista da sci su terra, un regalo della natura. Non possiamo dimenticare che lungo tutto l’asse centrale di questa zona passa un tratto della “Via del Mare” che da Tortona passa da Volpedo e scende a Fabbrica Curone dopo una bella e veloce discesa. La Valle Staffora diventerà in questo anno protagonista, essendo parte integrante del passaggio dei pellegrini del progetto della Via dei Malaspina. Ai suoi piedi scorre la ciclabile (Greenway) che collega Voghera a Varzi, posta sul vecchio tracciato della orrmai dismessa ferrovia. Luogo di incontro di ciclisti ma anche di camminatori che gradiscono passeggiare e assaporare i luoghi visti da un’altra prospettiva.

L'alto Oltrepò Pavese e l'alta Valle Staffora

Partendo da Varzi, lungo la SS per il Monte Penice e, fatte poche curve, volgiamo lo sguardo indietro, ci accorgeremo della bellezza di questo paese, posto all’imbocco della Alta Valle Staffora, meglio ancora se questo sguardo lo volgiamo la notte: le luci danno un tocco spettacolare a questo che sicuramente lo potremmo considerare un quadro naturale. Salendo inontriamo, in località Collegio, il bivio per Menconico, paese nel quale si svolgono molte attività di svago e svariate feste patronali, tra le quali quella del formaggio “Nisso”, molto saporito e gustoso. Proseguendo sulla statale arriveremo al Passo del Penice e al vicino Santuario posto sulla cima del Monte Penice, tappa fondamentale per l’Oltrepò Pavese. Lo sguardo volge alla Costa del Monte Alpe che, dopo l’incendio che devastò buona parte di questo crinale, sta riprendendo a poco a poco vigore, anche questi luoghi vanno scoperti lungo i facili sentieri che portano alla vetta del Monte, bella vetta della Riserva Naturale. Lo sguardo volge anche verso il Monte Pietra di Corva, anche qui facilmente raggiungibile dai molti sentieri che portano alla vetta, soprattutto da quelli che partono dal Giardino Alpino che da un tocco di prestigio a questi luoghi, ricco di piante e fiori di ogni tipo. Siamo qui alla entrata della Val Tidone che raggiunge in breve tempo il paese di Romagnese, piccolo borgo che ha ritrovato splendore dopo i numerosi recuperi delle abitazioni, riportate ad antichi splendori. Seguendo la valle il bivio ci porta a Zavattarello, uno dei borghi più belli d’Italia, splendido paese che  culmina alla vista del Castello riportato ad uno splendore unico dopo i vari recuperi, uno dei pochi aperti di tutto l’Oltrepò Pavese. Proseguendo lungo queste vallette rigogliose e assolutamente pacifiche e tranquille, arriviamo a Valverde dove appunto spicca il verde dei tanti prati. Si risale poi a Pietragavina dove una visita al piccolo castello, visitabile solo da fuori, attaccato alla chiesa, e ai vicoli del paese. La discesa ci riporta a Varzi. La strada che invece porta da Varzi al Passo del Brallo ci porta a Santa Margherita di Staffora dove, nella parte alta del paese, la bella chiesa fa da punto di riferimento alla vista di tutta la valle. Tutti i paesi che compongono la alta Valle Staffora sono ricchi di storia e tradizioni. Arroccati tra le sinuose curve delle provinciali conservano preziose chiese. Il paese di Massinigo invece rincorre ancora oggi leggende ma anche storie vere che riconducono ai romani, con il ritrovamento del forno, appunto di epoca romana, e al possibile passaggio dei pellegrini per l’Abbazia di Bobbio, meta cardine per proseguire poi lungo la Via Francigena ed arrivare a Roma. La valle Staffora giunge fino ai Monti Lesima e Chiappo mentre il l’Oltrepò Pavese scende fino al lambire della Valle Trebbia.

Il crinale tra la Cima Colletta e il Monte Lesima

Con la unione della sentieristica descritta nel capitolo riguardante il “Crinale Monti Giarolo_Ebro”  possiamo dire con sicurezza di coprire buona parte della sentieristica di tutte le nostre zone. Uno dei punti più altri e suggestivi di queste zone è senza dubbio il Monte Lesima che con i suoi 1724 metri sovrasta maestoso le valli sottostanti secondo solo al Monte Maggiorasca (1804 metri). Purtroppo la postazione radar sulla cima e la sua strada di accesso hanno stravolto parecchio la bellezza di questi luoghi, anche se pedalare in questi luoghi è sempre suggestivo. Dobbiamo per la verità dire che, a parte il crinale che unisce la Cima Colletta al monte Lesima e pochi altri sentieri del versante est del crinale, il resto è stato “brutalmente asfaltato”, siamo in accordo se diciamo che molti paesini sarebbero stati isolati soprattutto nei mesi invernali senza i vari collegamenti. ma noi ragioniamo come amanti della natura e preferiamo il sentiero ed il paesaggio incontaminato, quindi aspettiamoci sì delle belle stradine ma asfaltate. La leggenda indica qui e sul fiume Trebbia il passaggio di Annibale con le sue truppe abbia raggiunto il monte Lesima; da questo episodio  e dal fatto che cadendo si sia ferito ad una mano (lesit manu) nacque il nome del Monte Lesima. Il Monte Lesima  è collegata al Monte Chiappo attraverso il vicino Passo del Giovà e dalla cima del monte possiamo spaziare a 360° con un panorama daverro mozzafiato, che spazia dalla valle Staffora, alla Val Trebbia e la Val Boreca, non a caso è stato scelto per la costruzione della postazione radar. Altro monte che una volta era di notevole interesse è la Cima Colletta, punto di arrivo di una seggiovia che parte dal Rifugio Nassano. I paesi di questa zona sono tutti caratteristici e frequentati soprattutto nella stagione estiva, tranne Brallo di Pregola e passo omonimo che mantiene la fama di centro turistico dotato di alberghi e Pregola dove funziona un famoso centro sportivo C.O.N.I. Di interesse escursionistico per tutti è il rifugio della Faggeta da poco restaurato, luogo incantevole per passare una domenica in pace, per un picnic d una passeggiata salutare e perché no un poco di ristoro di acqua purissima alla vicina Fontana della Bonifica, così come ai Piani del Lesima per una bellissima passeggiata. Altro sito che sicuramente merita è la secolare e immensa rovere che si trova nei pressi di Pratolungo. Non dimentichiamo che dal crinale passa una delle “Vie del Sale” che prosegue unendosi sul Monte Chiappo a quella che proviene dal Monte Giarolo. Non possiamo dimenticare che da questo crinale passa la  Via Longa 1 , una tra le vie più importanti della rete sentieristica. I paesi di di questa zona sono tutti da visitare: Bralello dove nei pressi esistono degli immensi castagni, Barostro, Cencerate, Samboneto, lungo la Alta Valle Staffora, Colleri, Cortevezzo. Pratolungo, Lama, Ponti, Corbesassi, Someglio lungo la Valletta del torrente Avagnone, infine Zerba, Vesimo, Cerreto nel versante che volge verso la Val Boreca.

Oltrepò Pavese

Il crinale tra il Monte Boglelio e il Monte Chiappo

Da questo crinale passano le vie più importanti della sentieristica di queste zone, la prosecuzione della “Via del Mare” e la storica “Via del Sale”. Siamo ai confini con la provincia di Alessandria, vicini all’alta Val Curone. Lungo questo crinale corre dunque il confine tra due province. I panorami sono di una bellezza assoluta, anche in considerazione del fatto che possiamo trovare alcune delle cime più alte dell’Appennino Oltrepadano e Ligure: il Monte Chiappo tocca addirittura quota 1700 metri. Ci sono carrarecce impegnative di lunga estensione, sentieri ripidi e divertenti. Due importanti strade conducono nelle zone alte della Val Curone e della Valle Staffora che si uniscono al Monte Chiappo dove sono situate le sorgenti dei due torrenti. Particolare evidenza merita il Tempio della Fraternità di Cella di Varzi la cui costruzione è legata al ricordo della seconda guerra mondiale. Dal ponte sullo Staffora di Varzi si prende la strada per Castellaro, paesino situato in un punto panoramico sulla Valle Staffora, la cui immane bellezza appare ancora oggi sottovalutata. Scendendo da Cignolo e passando da Casanova Staffora, è doverosa una piccola deviazione al Santuario della Madonna del Bocco, il luogo delle apparizioni mariane alla giovane Angela Volpini. Da qui parte una lunga sterrata: arriva sul crinale dalla parte opposta a quella precedentemente indicata, che inizia da Forotondo. Passiamo Cegni, dove il 16 agosto si celebra il tradizionale “Carnevale Bianco”. Proseguendo lungo la strada, ci inoltriamo nell’alta Valle Staffora e, attraverso una deviazione, a Negruzzo, paesino di rara bellezza. Si prosegue verso Casale Staffora per poi arrivare al Passo del Giovà, fino a Capanne di Cosola, spartiacque per la Val Borbera. Le montagne più rappresentative sono il Monte Boglelio sull’estremità più a nord del crinale e il Monte Chiappo più a sud. Il Monte Boglelio è costituito da un’ampia dorsale piatta coperta nella maggior parte da prati: dalla sua cima il panorama è di notevole livello; in primo piano, spiccano le due valli attraversate, a destra, dal Curone e, a sinistra, dallo Staffora. Proseguendo sul crinale, si alternano i boschi e gli ampi prati che culminano in quelli del Piano dell’Armà,  all’inizio della salita impervia per il Monte Chiappo. Infine, la sterrata per il Monte Chiappo, vera e propria prova del nove per le capcità muscolari dei biker, data la pendenza davvero proibitiva. Punto di incontro tra le valli Borbera, Curone e Staffora, è lo spartiacque tra le dorsali che provengono dal Monte Antola, dal Monte Lesima e dai Monti Ebro e Giarolo. Dalla cima del Monte Chiappo le sorgenti danno vita a due dei più importanti vie d’acqua di queste zone: il torrente Curone e il torrente Staffora.

I Vigneti dell'Oltrepò Pavese

La zona che andiamo a scoprire è molto estesa, comprende molti comuni e racchiude la parte più ad est dell’Oltrepò Pavese collinare. Questa è senza dubbio, una zona di grande produzione di vino di qualità, una serie di vini che si sono conquistati il palmares di migliori a livello nazionale mentre la viticoltura locale si sta prepotentemente conquistando un posto al sole anche sui mercati internazionali, Barbera, Bonarda, Sangue di Giuda, Buttafuoco, Pinot, Riesling, Cortese e Moscato sono solo alcuni dei nomi rappresentativi della vasta gamma di uve oltrepadane, tanto da elevare la sua importanza a livello nazionale. Se ci dovessimo avventurare tra le colline dell’Oltrepò potremo ammirare colline dai dolci pendii, dal colore verde, e lunghe file di vigneti, e ancora più spettacolari saranno i colori nella primavera e in autunno, dove il verde si mischia al colore delle foglie creando panorami naturali di assoluta bellezza. Tre valli tagliano tutta questa zona inserendosi fino a toccare i confini emiliani, la valle del Torrente Ghiaia di Montalto, la Valle Scuropasso, e la Valle Versa, che assieme alla Vale Staffora, compongono la struttura dell’Oltrepò Pavese. Non troveremo grandi cime ma solo colline e sui molteplici cucuzzoli  le Torri e i Castelli, sentinelle perenni di questi luoghi. I paesi e i borghi hanno tutti una bellezza particolare, e la voglia di conservare e non cambiare case, viottoli, chiese, castelli ma di conservare, pulire, migliorare. Potremo trovare piazzette piccole, silenziose, contornate dai colori dei fiori sui balconi, e la gente laboriosa nelle tante aziende agricole, piccole o grandi realtà che fanno da contorno al bellissimo paesaggio. Alcune di queste aziende sono dei veri gioielli che hanno conservato la loro bellezza antica, fatta di ville medioevali e di castelli ristrutturati.  Da Casteggio si entra nella Valle del torrente Coppa fra le colline coltivate a vigna e arriva al comune di Borgo Priolo prima, poi a Borgoratto Mormorolo ed infine a Fortunago. Il paese, appartenuto ai Malaspina e ai Dal Verme, è stato oggetto di un’efficace opera di restauro preservando le case in pietra tanto da ricevere la onorificenza di uno dei più belli borghi d’Italia. Un altro percorso, sempre partendo  Casteggio, ci porta dapprima a Calvignano, poi Montalto Pavese che ci consente di ammirare le sottostanti valli dello Scuropasso e di Ghiaie, mentre tutto intorno trionfano i vigneti, ma non si può fare a meno di vedere il maniero posto nella sua spettacolare posizione tanto da renderlo uno dei più belli del Nord Italia, anche se visitabile solo da fuori. Poco fuori Casteggio ci si può inoltrare trovando alcuni paesini non molto appariscenti ma dalle particolarità molto accese, parlo di Oliva GessiTorricella Verzate dove spicca il Santuario della Passione, Mornico Losana e Corvino San Quirico. La Valle dello Scuropasso lascia Broni e si inoltra all’interno ma una deviazione sulla destra conduce a Cigognola e a Pietra de’ Giorgi dove si possono ammirare i relativi Castelli. Quello di Pietra De Giorgi è stato  costruito dai Beccaria così come quello di Rocca de’ Giorgi che si raggiunge dopo essersi lasciati alle spalle Lirio, passando da Montecalvo Versiggia e nella frazione, sede comunale, di Villa Fornace troviamo la villa Giorgi di Vistarino, impreziosita dal verde del parco che lo circonda. Sulla Valle dello Scuropasso vegliava la rocca, detta “di messer Fiorello”, le cui mura, ora in decadimento, si ergono possenti su un poggio boscoso. Questo itinerario può concludersi toccando Pometo, sede del comune di Ruino. Punto di partenza ideale per la Valle Versa è sicuramente Stradella, città delle fisarmoniche. Due brevi varianti portano a Canneto Pavese e Castana dove i filari delle vigne le abitazioni rustiche, con cantina per la vinificazione, indicano ancora una volta che il radicamento dell’uomo alla terra, in quest’angolo di Lombardia, è avvenuto all’insegna della viticoltura. A Montù Beccaria devo assolutamente citare la ospitalità della famiglia Vercesi padroni di quello che era il Castellazzo. Il suo piccolo giardino contiene angoli e panorami davvero incantevoli. Torniamo ora sulla provinciale per arrivare a Santa Maria della Versa, uno dei principali centri vitivinicoli dell’Oltrepo, la capitale della raffinata produzione dello spumante. Il Castello di Santa Maria della Versa si trova in frazione Soriasco. Comoletiamo la visita alla Valle Versa toccando i paesi di Golferenzo e Volpara fino ad arrivare a Canevino. Torniamo infine a ritroso ma sulla sponda opposta del crinale, siamo al confine della Oltrepò Pavese e della Provincia e le vigne che si vedono sulla nostra destra sono quelle dei vini piacentini. Dopo essere transitati a Rovescala si passa da San Damiano al Colle e a Bosnasco e, con una deviazione, a Zenevredo.

Un poco di storia d'Oltrepò Pavese

LA PIANURA si alterna alle colline così come la nebbia e i campi coltivati vengono sostituiti, man mano che l’altitudine aumenta, da paesaggi appenninici. L’Oltrepò Pavese è una terra complessa, articolata in realtà differenti ma complementari. Un po come la sua storia, la cui colonizzazione si perde nella saga delle truppe romane e delle gesta di Annibale. La luna di terrena compresa tra il fiume Pa e le colline che preannunciano la catena appenninica entrano a far parte del dominio romano al termine della prima guerra punica. Nel 241 avanti Cristo (era l’anno in cui Cartagine fu costretta a piegarsi di fronte alle durissime condizioni di pace), prende quota una lenta ma progressiva conquista della zona da parte delle milizie capitoline. Una volta nelle loro mani la Sicilia e la Corsica, le loro brame si spostarono versa la Liguria. e tanto fecero che si impossessarono del Tirreno non senza aver massacrato le popolazioni indigene. Un fatto che scatenò l’ira ai consoli del senatore Appio Claudio. Successivamente nel mirino finì la terra dei Galli. Una consistente quota dell’Italia settentrionale (Gallia e Cisalpina) venne trasformata in provincia romana. Nel frattempo, si susseguiva la fondazione delle principali città che sorgeranno lungo la via Emilia: si tratta di Modena, Piacenza, Cremona e molti dei più impartanti centri dell’Oltrepo. Nel corso degli anni, quelli che inizialmente erano soltanto castrum militari, si trasformarono in cittadine (tra esse, vanno ricordate Clastidium e Litubium, le odierne Casteggio e Retorbido). L’Oltrepò subì il fenomeno di una fitta migrazione di popolazioni. I Romani subentrarono agli insediamenti che precedentemente si erano stanziati lungo la valle padana. Successivamente, con il crollo dell’impero romano d’occidente, anche l’Oltrepò venne occupato dalle orde barbariche che penetrarono soprattutto nel nord d’Italia. E la zona a sud del fiume Po risentì positivamente di Pavia capitale del regno italico dal VI all’VIII secolo. La sua posizione privilegiata resterà tale fino al IX secolo, sotto il regno gotico e longobardo. Un ruolo centrale, durante il Basso Medioevo, lo giocò la città di Voghera, nata come vicus romano. Fino al 1371 resta la falange dello stato pavese. Successivamente viene ceduta al conte Luigi Dal Verme. Ma già da un secolo (dal 1271) Voghera ottiene dal consiglio dei Mille Credentari di Pavia il diritto di eleggersi un podestà e di governare con statuti propri. Quindi la zona conosce il dominio dei Visconti che costruiscono il castello di Voghera, degli spagnoli alla fine del XVI secolo quando unità territoriali e politiche frammentate vengono sostituite dal dominio iberico. Infine, nel 1743, subentrarono gli austriaci. Con l’occupazione francese nel 1796, l’Oltrepo rientra in un primo momento sotto il dipartimento di Marengo e poi di Genova. Le prime mosse avvengono sotto la dominazione asburgica. Ma è con il governo di Parigi e con Napoleone I che diventa consistente il recupero delle antiche vie di comunicazione oltrepadane, in prima linea la via Emilia. Opera che non viene tralasciata dai Piemontesi dopo il 1815. Dopo l’unità d’Italia, nel 1860, il punto focale del territorio pavese resta l’Oltrepò. Una posizione che non gli viene usurpata neanche nel corso del ventesimo secolo, quando l’Oltrepo pavese diventa uno dei centri a maggiore attività partigiana: saranno le brigate della zona ad opporre una strenua resistenza alle armate nazi-fasciste. Poi, che il secondo dopoguerra sia stato duro anche per l’Oltrepo è indubbio. Ma la posizione centrale del suo territorio, le risorse naturali e l’imprenditoria degli agricoltori ha permesso alla zona di risollevarsi rapidamente e di occupare il vertice della vitivinicoltura.

Romani, Nobili e San Colombano

Ciò che ha impresso in questi luoghi un segno ancora oggi visibile è la storia. Il periodo medioevale ha portato al nostro territorio brillantezza e prosperosità, ma anche battaglie e di sofferenze. E, se si parte da tempi ancora più antichi, si può dire che queste erano zone di passaggio e poi di insediamento: lo si arguisce da alcuni reperti archeologici sul Monte Vallassa e da ritrovamenti che risalgono all’età della pietra e che documentano sul Monte Alfeo e nei pressi di Serra del Monte (il Castelliere di Guardamonte) l’esistenza di vita organizzata. Si trattava di popolazioni liguri (iriati e derthonine) che si sono insediate nei nostri Appennini. La luna di terreno compresa tra il fiume Po e le colline che preannunciano la catena appenninica entrano a far parte del dominio romano al termine della prima guerra punica. Poi occorre un balzo di qualche secolo per arrivare al 238 a.C., quando i Romani iniziarono la guerra contro i Liguri della Riviera; il conflitto durò fino al 224 a.C., anno in cui i Romani entrarono in Valle Staffora, nel territorio “vogherese”. Nel 221 a.C., fortificarono Clastidium (Casteggio), accolti dalle popolazioni liguri che in seguito, con l’arrivo di Annibale nel 218 a.c., compresero come i Romani non fossero esattamente ciò che si aspettavano e così si allearono con le sue truppe. Durante il periodo delle guerre puniche – più precisamente nel corso della seconda – i Romani si impossessarono definitivamente di questi luoghi esattamente nel 197 a.C., trasformando luoghi come Clastidium e Litubium (Retorbido) in vere e proprie cittadine. La maggior parte di queste  testimonianze si ricercano lungo la Via Postumia (l’attuale via Emilia). Casteggio ha avuto una importanza fondamentale, essendo un centro strategico per le milizie Romane. La storia di questi luoghi dice poi che Annibale (abbiamo già citato la Fontana di Annibale a Casteggio) è stato certamente in queste zone e sicuramente ha combattuto in questi luoghi: famosa la battaglia sul Fiume Trebbia, che vide Annibale vittorioso sui Romani. La fornace di Massinigo, ritrovamento di assoluto valore archeologico. Nei secoli successivi, in queste stesse zone, si intensificarono i passaggi di genti dedite ai commerci e Voghera (Iria, poi Vicus Iriae, poi Viquirie, Viqueria e infine Voghera) visse un periodo di notevole importanza, soprattutto sotto il profilo strategico. A proposito di Voghera, occorre ricordare un cavaliere che venne in questi luoghi a combattere: il suo nome è Bevons de Noyers. Da combattente si trasformò in pellegrino e morì nei pressi di Voghera; fu venerato come santo e divenne San Bovo. Ancora oggi riposa nel Duomo di Voghera. Numerose e articolate risultano le vicissitudini relative ai passaggi di proprietà del territorio, dovute a continue guerre tra famiglie nobili. Cerchiamo di riassumerle in poche date. Iniziamo dal XII secolo, quando Federico Barbarossa assegnò a Pavia i feudi Vogheresi e l’Oltrepò divenne Pavese. In seguito ci furono i trattati di Worms (1743) e quello di Aquisgrana (1748) che assegnarono il territorio ai Savoia, Infine, con l’Unità d’Italia, l’Oltrepò si caratterizzò esattamente com’è oggi. Nel corso della storia, va ricordato che, dopo il periodo di Federico Barbarossa, queste zone furono dominate dagli Sforza; tuttavia, a lasciare segni tangibili è il fatto che alcune nobili casate come i Malaspina, i Dal Verme, i Beccaria e i Visconti abbiano costruito una fitta rete di castelli, roccaforti e torri nei cui dintorni sono sorte abitazioni e piccoli borghi,  che ancora oggi conservano le vestigia di un tempo regalando al visitatore e il ricordo di luoghi dal forte sapore evocativo. Oggi molti castelli sono oramai diroccati mentre altri manieri non esistono più perché le pietre furono usate per costruire case; altri ancora sono stati trasformati in ville patronali, o ville annesse ad Aziende Vinicole. Altri, infine, sono stati restaurati da alcuni privati (Montalto Pavese, Cigognola, Montesegale, Brignano Frascata). Alcuni, per fortuna, sono accessibili ai visitatori, come il Castello di Oramala, famoso perché era la residenza principale di Oberto Obizzo del casato dei Malaspina – e addirittura nominato da Dante nella Divina Commedia – il Castello di Zavattarello e il Castello Visconteo di Voghera che, dopo anni di vicissitudini, è stato in parte restaurato. Al pari dei castelli, nel territorio sorsero anche molti luoghi di preghiera: il più importante è sicuramente l’Abbazia di San Colombano, a Bobbio; oltre ad essere un punto cardine per la religiosità, è stato anche un punto importante per il passaggio dei pellegrini che si dirigevano a Roma attraverso la Via Francigena, nei tratti che percorrevano le Valli Curone e Staffora. Abbazie e monaci sono due termini che si associano spesso alla cultura in generale, e in modo specifico anche alla cultura della terra, quindi della vite. Proprio grazie ai monaci, infatti, si sono potute conservare le tradizioni della coltivazione e della produzione del vino. L’Oltrepò, in ogni caso, è caratterizzato – a vederlo da vicino – da una serie di dolci pendii segnati dai filari, che costituiscono solo una parte dell’invitante paesaggio punteggiato da antichi borghi e castelli. L’Oltrepò Pavese copre quel territorio che, dalle rive del Po (come dice il nome “Oltre il Po”),  è composto in maniera articolata da un mosaico geologico che accosta fiumi, pianura, collina e montagna, così da rendere il suo aspetto complessivo tutt’altro che uniforme: alla parte pianeggiante più prossima al Po (dove il terreno, fertile, di origine alluvionale e argilloso, favorisce la coltivazione del mais, del frumento, della bietola e della soia) succede la fascia collinare, con rilievi ondulati costituiti da rocce sedimentarie di carattere argilloso, regno della coltivazione della vite, estesa su una superficie di 16 mila ettari di boschi di acacie e querce, fino ad arrivare alla fascia montana che porta ad incunearsi tra le altre Province vicine e confinanti, formando con esse una porzione di territorio chiamato appunto delle “Quattro Province”.

Voghera capitale d'Oltrepò

Se la storia dell’Oltrepo pavese è tra le più ricche di avvenimenti di tutta la zona, altrettanto si può dire per la città di Voghera, considerata a ragione la “capitale” di tutto l’Oltrepo. Il bandolo della successione dei secoli può essere impugnato fin da prima della nascita di Cristo, quando i Celti si insediarono lungo le coste del mar Ligure e si spostarono progressivamente verso l’interno lungo la via del Sale e la Valle Staffora. Le notizie meglio documentate risalgono all’epoca romana quando Iria (così era allora soprannominato il borgo da cui nascerà Voghera) venne compresa, secondo la divisione effettuata da Augusto, nella IX regione. L’importanza del centro deriva proprio dalla sua posizione strategica, lungo la via Postumia, la strada che collega Genova con Julia Concordia sull’ Adriatico, e dal traffico di merci e di uomini che ne comportava. La Tabula Peutingeriana (si tratta di una rappresentazione del mondo romano del III secolo dopo Cristo) mostra Iria a circa dieci miglia dall’attuale Tortona.
La posizione di passaggio aveva permesso al centro un deciso impulso economico e sociale. Ma questo fu anche causa di saccheggi da parte dei popoli barbari che mandarono in rovina la città, la quale cambiò nome assumendo quello di Vicus Iriae.
Da qui, attraverso successive variazioni, la denominazione del borgo mutò progressivamente in Viqueria, Vocheria per giungere alla definitiva Voghera.
In epoca altomedievale la città fu sottomessa ai vescovi di Tortona e dopo aver conosciuto questo dominio approdò alla libertà comunale, periodo nel quale non mancarono i contrasti con le città di Pavia e di Tortona. Durante la guerra che vide opposti i comuni lombardi al Barbarossa, Voghera mantenne una prudente neutralità anche perchè la città era sprovvista di difese sia naturali che militari. Questa mancata entrata in guerra valse a Voghera una serie di privilegi e il conferimento di uno stemma che riportava il motto “Voghera godrà grande tranquillità per lungo tempo se saprà vivere cauta”. All’inizio del XIV secolo, Matteo Visconti divenne signore della città e delle limitrofe. Saranno proprio gli esponenti della sua famiglia a far costruire, nel 1377, il castello che ancora oggi costituisce una interessante testimonianza dell’architettura militare. Nel 1436, Filippo Maria Visconti concesse la signoria della città al conte Luigi Dal Verme. I Dal Verme mantennero questo privilegio sino al 1489, anno in cui la città ritorna a far parte dei possedimenti del ducato di Milano.
Alla sovranità spagnola subentrò quella austriaca che durò sino al 1743. In quell’anno venne assegnata ai Savoia che ne fecero il capoluogo della provincia militare. E nel 1798 anche la città iriense entra a far parte dell’orbita francese guidata da Napoleone. La città assunse una fisionomia propria verso la fine dell’Ottocento quando la popolazione raggiunse le 16 mila unità. La città cominciò guindi ad avere un aspetto più ordinato rispetto al precedente grazie all’abbattimento delle vecchie mura. E subito dopo iniziarono a trovare posto le prime importanti industrie, fra cui l’officina ferroviaria, nata nel 1918.

I Malaspina

La famiglia Malaspina deriva da quella degli Obertenghi della marca ligure orientale che, insieme con gli Aleramici del Carretto e altre famiglie, domina la zona dell’Appennino Ligure. I Malaspina non avevano il possesso di molti castelli e territori che andavano dalla vicina Val Trebbia fino alla Lunigiana dove i Malaspina prendevano origine. In parte acquistati o provenienti da investiture o provenienti da antiche “curie”. Che cosa significa Malaspina? Alcuni studiosi, tra cui il Muratori, riprendono la leggenda secondo cui Accino, un antenato del capostipite dei Malaspina, vissuto nel 549, uccide per errore con una spina Teodoberto I, re dei Franchi, mentre preparano insieme un attacco a un nemico comune. La famiglia degli Obertenghi è una delle quattro importanti famiglie che hanno dominato la Liguria. Il castello di Oramala rappresenta la culla degli Obertenghi e poi dei Malaspina. Quella degli Obertenghi è considerata una famiglia di origine probabilmente franca, forse longobarda. L’antenato dei Malaspina è Bonifacio I, detto il Bavaro, vissuto all’inizio del IX secolo, riconosciuto da Carlo Magno come duca. Oberto, il capostipite dei Malaspina, ottiene da Ottone di Sassonia, re del Sacro Romano Impero, la carica di conte del Sacro Palazzo, ossia rappresentante del re, e il feudo della Liguria Orientale; i suoi possedimenti si estendono così su Toscana, Liguria e Piemonte, arrivando quasi a Tortona. Attivo protagonista delle vicende politiche del tempo, Oberto riesce ad occupare alcuni possedimenti fondiari di importanti monasteri come San Colombano a Bobbio ed è coinvolto in numerosi contrasti con l’abate di Bobbio Gerberto d’Aurillac, che diventerà papa con il nome di Silvestro II. I discendenti di Oberto si suddividono in vari rami che danno origine ad alcune importanti famiglie del territorio italiano: oltre al ramo principale dei Malaspina, la linea degli estensi da cui discendono anche gli Hannover, che occupano Ferrara, Modena e Reggio Emilia; il ramo dei Pelavicino (dal cognome molto significativo di uno dei discendenti), che occupano Parma, Piacenza e Fidenza; e altri rami con feudi sparsi nell’Appennino tosco-ligure-piemontese. Nel X secolo, gli Obertenghi s’insediano nella fortificazione di Oramala. Secondo lo storico Guido Guagnini, esisteva una torre a base quadrata di epoca romana, alta 15/20 metri, che faceva parte della linea retta che collega Oramala con le torri di Pozzolgroppo e Sant’Alberto di Butrio. Il primo documento che nomina Oramala risale al 1029: il diacono Gerardo dona al marchese Ugo degli Obertenghi, insieme ad altri beni, la rocca di Oramala. Questa passa ad Alberto Azzo I e a Oberto Obizzo che vi risiede e, nel documento del 1056, viene nominato suo vassallo Rustico da Oramala. Con il termine rocca, Oramala è individuata come fortificazione sulla sommità del monte. Il castello, per brevi periodi, è in possesso dei marchesi d’Este (1157) e del Vescovo di Tortona, anche se è poco chiaro quando avvenga questo passaggio e che cosa precisamente rappresenti Oramala – solo il castello o anche la zona intorno al castello? – ma, nel 1164, Federico Barbarossa riconsegna il possedimento a Obizzo Malaspina. Nel 1167, il Barbarossa viene aiutato da Obizzo a raggiungere Pavia attraverso i sentieri tracciati dai mulattieri nell’Appennino e passa una notte ad Oramala. Nel 1184, nei documenti, viene indicato il “dongione”, ossia un ridotto difensivo interno al castello, circondato da un recinto murato, quindi non una torre nel castello, ma un “castello nel castello”. Situazioni simili si trovano nell’area geografica dell’Oltrepò. In quel periodo, quindi, Oramala è individuata dal dongione a dalla torre. Tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo, la corte di Oramala vive il periodo di maggior splendore sotto il profilo culturale: viene celebrato il joi, la gioia della giovinezza, dell’amor cortese. Importanti trovatori, originari della Provenza, vengono accolti dai nobili delle corti del Nord, tra cui i marchesi di Monferrato, e dai Malaspina. Il castello di Oramala, posto sull’antica strada che dalla Val Bisagno risaliva attraverso il passo della Scoffera in Val Trebbia e, attraverso il passo del Brallo, in Val Staffora, tra Tortona e Pavia, è l’unico castello malaspiniano nominato nei testi trobadorici, a testimonianza dell’importanza strategica rivestita da questa corte nell’ambito del sistema di comunicazione e delle relazioni di potere del tempo. Il primo trovatore a entrare in contatto con i Malaspina è Raimbaut de Vaqueiras, originario della Valchiusa, resa famosa dai versi di Francesco Petrarca. Raimbaut sosta alla corte di Obizzo il Grande: oltre ad essere un eccezionale testimone delle vicende politiche e militari che coinvolgono i Malaspina, è famoso per essere il primo poeta a comporre delle strofe in un volgare italiano: il genovese (nel celebre contrasto con la donna genovese: Donna, vi ho tanto pregata). Negli anni seguenti, durante il periodo della condivisione del potere tra Guglielmo e Corrado (ricordato da Dante come “l’Antico”), altri importanti trovatori vengono accolti a Oramala e celebrano la fama dei Marchesi, che sul modello della corte del Monferrato trovano nella poesia dei compositori itineranti un significativo elemento di prestigio. Aimeric de Peguilhan canterà il suo signore Guglielmo in uno splendido compianto funebre; Peire Raimon crea un componimento basato sul gioco allegorico intorno al nome Malaspina, ripreso poi da Dante e Cino da Pistoia; Albertet de Sisteron, Aimeric de Belenoi e Guihem de la Tor si cimentano nel genere del cortège de dames (corteo di dame), chiamando a raccolta attorno a Selvaggia e Beatrice Malaspina le più importanti nobildonne dell’epoca. Nel 1221, dopo la morte di Guglielmo, avviene la storica divisione dei beni e la distinzione araldica tra i cugini Corrado e Obizzino, con il fiume Magra come termine divisorio: a Corrado, capostipite del ramo dello Spino Secco, toccano le terre poste sulla riva destra del fiume, con capoluogo Mulazzo; a Obizzino, quelle poste sulla riva sinistra, con capoluogo Filattiera. In base alla spartizione, le valli Staffora e Curone vengono assegnate, unitamente a una porzione dei feudi lunigianesi, a Obizzino. Nel 1275, un’ulteriore spartizione assegna ad Alberto, figlio di Obizzino, i castelli di Oramala, Monfalcone e Valverde; al nipote Francesco, Pozzolgroppo, Bagnaria e Pietragavina; agli altri nipoti, Varzi, Santa Margherita e Casanova. Nel XIII secolo inizia il declino, anche a causa del continuo frazionamento del patrimonio tra gli eredi dei Malaspina. Oramala rimane in possesso dei Malaspina fino al XVIII secolo.

CASTELLI, TORRI, RESIDENZE SIGNORILI

Non saremo sicuramente smentiti se affermiamo che in Oltrepò Pavese esistono più di cento tra rocche, torri e castelli: nel bene e nel male, hanno scritto, almeno in parte, la storia di questi luoghi. Hanno portato fino ai nostri giorni storie, leggende nobiliari e le tradizioni più antiche, ma anche un patrimonio immenso d’arte che, per tante ragioni, risulta poco sfruttato. La maggior parte dei castelli erano destinati originariamente solo alla difesa ma, con il tempo, divennero residenze stabili dei feudatari man mano ampliandosi raggiungendo, fino al secolo XVI, momenti di splendore. L’esempio più eclatante era Oramala, sede di una vera e propria corte del XIII secolo, in pratica la capitale dei feudi Obertenghi di queste due valli. Come già detto i castelli erano posizionati su alture che, in sequenza, controllavano la valle principale e le valli minori ma, usufruendo delle grandi disponibilità finanziarie, nel caso dei Malaspina soprattutto con il denaro proveniente dal pagamento delle gabelle, preferirono trasferirsi nei borghi di fondovalle, in case o palazzi signorili. In Valle Staffora troviamo queste residenze a Godiasco, Bagnaria e Varzi. Questo passaggio decretava, ma non era l’unica ragione, la decadenza dei castelli declassandoli ad aziende agricole, oppure finivano in rovina tanto che utilizzarono i sassi come materiale di costruzione. Ecco il perchè alcuni di questi non si trova più traccia. Percorrendo le strade e i sentieri dell’Oltrepò Pavese, siamo sicuramente investiti e abbagliati da queste costruzioni. Sebbene in alcune occasioni c’imbattiamo in pochi sassi, la nostra mente sempre torna indietro nel tempo cercando di capire in che modo quel luogo sia stato protagonista e che cosa vi sia accaduto. Basti pensare ad antiche famiglie importanti come i Dal Verme, i Malaspina, i Beccaria, i Visconti: tutte legate, in un modo o nell’altro, al nome altisonante di Federico I, detto il Barbarossa. In certi luoghi, poi, si possono trovare antiche leggende che s’intrecciano con antiche tradizioni popolari. Una di queste ci porta a Retorbido, dove visse Bertoldo il villano che diede del filo da torcere al Re Alboino. La storia ha portato nella nostra zona anche i trovatori provenzali che avevano trovato più che ovvio incontrarsi presso il Castello di Oramala. Da citare, inoltre, la regina d’Inghilterra, Carolina di Brunswick, che veniva spesso al Castello di Montù dei Gabbi, vicino a Canneto Pavese, per incontrare l’amante e dare sfogo alle proprie dissolutezze. Castelli e torri hanno avuto anche la funzione di presidi alle strade di accesso ad altre valli e al mare: i signori dei luoghi, spesso, hanno imposto pesanti pedaggi, costringendo i commercianti a cambiare rotta e utilizzare nuove vie sui crinali di collegamento tra le diverse valli sulla via per il mare. Più di recente, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, le truppe tedesche si sono impossessate di alcuni castelli e li hanno trasformati in centri operativi: dure battaglie sono state combattute dai partigiani che hanno dato la vita per la libertà. Altri castelli furono distrutti dai bombardamenti tanto che non furono più ricostruiti. Costruire un castello non era cosa semplice e soprattutto era un costo oneroso. Oggi, per la verità, la maggior parte dei castelli recuperati appartengono a privati che hanno sostenuto costi importanti per la ristrutturazione dei manieri. Alcuni sono visitabili quasi tutto l’anno, altri sono ridotti a miseri ruderi. Ogni paese o città ha avuto il suo castello. Alcuni di essi sono stati trasformati in residenze, ma hanno comunque conservato parte delle strutture originali. Citarli tutti, in questa pubblicazione, è forse impossibile: Tuttavia, vale la pena ricordare almeno che quelli visitabili, soprattutto nella stagione estiva, sono il Castello di Oramala e quello di Zavattarello; mentre il maniero di Stefanago è visitabile previa prenotazione. Montesegale apre l’esterno del castello in occasione della festa patronale; e così quello di Nazzano, con visita a Villa San Pietro, posta di fronte.

Luoghi di Culto

In Oltrepò Pavese si trovano numerose chiese e pievi. Questi edifici, luoghi di fede ma anche di sosta, tappe intermedie di faticosi pellegrinaggi, sono situate in zone collegate alla via Francigena e alla Via del Sale, grandi direttrici viarie percorse non solo dai pellegrini, ma dai mercanti. Sono capolavori e patrimonio di architettura e religioso del quale le Quattro province sono ricche. Molte di queste, originariamente parrocchiali, sono state abbandonate, nel corso dei secoli, dai fedeli, che hanno preferito recarsi, per comodità, nelle chiese più recenti e più centrali. Questo disuso, in un certo senso, ha tutelato il patrimonio architettonico-culturale e artistico, consentendo lo conservazione degli stili. Spesso, infatti, l’ininterrotta funzionalità di un edificio comporta, per una serie di esigenze pratiche, continui rimodellamenti fino a cancellarne la struttura originaria. Per fortuna, nel nostro territorio, questo non si è verificato e le strutture artistico-religiose hanno mantenuto nel tempo la loro originale bellezza. La maggior parte delle nostre chiese è visitabile durante le funzioni religiose domenicali; altre vengono aperte durante eventi mensili o annuali. Per chi volesse cimentarsi in qualche percorso per MTB abbiamo inserito negli itinerari tematici alcuni percorsi che consentono di apprezzare quanto più possibile il valore artistico delle nostre chiese, pievi e oratori. Esistono poi alcuni itinerari che, per quanto possibile, seguono le orme dei pellegrini che qui transitavano per recarsi alla Abbazia di Bobbio, a variante della Via Francigena, segnalando la presenza di alcuni luoghi adibiti a ricovero dei pellegrini, alcuni scomparsi, altri ancora visibili, altri ancora riscontrabili in qualche maceria e nei ricordi ancora vivi tramandati nelle generazioni.

Hospitales``, Xenodochi, Conventi, Ospedaletti

Ci siamo immaginati alcuni pellegrini che, provenienti da luoghi diversi, prendevano la loro borsa e il lungo bastone per  avventurarsi dalla Via Postumia sui crinali dell’Oltrepò Pavese, verso i vari punti di ristoro, xenodochi e hospitales, raggiungere Bobbio, e intraprendere il cammino verso Roma. Bobbio è stato il fulcro di questi pellegrinaggi, richiamando le genti delle valli limitrofe, che trovavano nel monastero una utile tappa per pregare e riposare. Vennero così creati nei punti strategici del cammino una serie di “hospitales”, xenodochi, conventi, ospedaletti, atti ad ospitare i viandanti, per le soste intermedie, fornire cure mediche e il necessario ristoro. Le strade più importanti si possono sicuramente individuare nelle strade provinciali odierne, che raggiungono i colli e i passi naturali, mentre per i sentieri la cosa diventa più complicata; ma con lo studio, la ricerca e il ritrovamento di reperti direttamente sul terreno, si può ricostruire quelle che un tempo erano le vie di comunicazione principali. Si fanno supposizioni, ma alimentate da prove identificate sulle mappe antiche e sugli scritti autentici di allora. C’è una collana di libri belli e molto dettagliati, ricchi di documenti, scritti da Fiorenzo De Battisti (“Storia di Varzi”), in cui si illustrano alcuni punti strategici, quali gli xenodochi: ad esempio, nei pressi di Varzi a Casa Cagnano; a San Silverio, vicino a Trebecco; a Ranzi, sempre nei pressi Varzi, che era considerata una “corte”, il convento di San Giacomo, nei pressi della già citata Fonte di San Giacomo, che alcuni indicano come la sorgente del torrente Staffora, dove si trovano alcune lastre che ne indicano l’esistenza; e il convento di Vallescura, nei pressi del Passo della Scaparina, punto strategico per il passaggio e la discesa verso Bobbio. Anche a  Redavalle si trovava uno xenodochio, che serviva da tappa per i pellegrini che si avventuravano verso Bobbio arrivando dalle colline dell’Oltrepò Orientale.

PAESI | A | B | C | D | E | F | G | I | L | M | N | O | P | R | S | T | V | Z

Paesi d’Oltrepò Pavese pianeggiante a ridosso del fiume Po, collinare, della Valle Staffora, montano e orientale dei vigneti. Rigorosamente in ordine alfabetico.

PAESI | A

Arena Po

◾VIDEO: Arena Po

◾ LE FRAZIONI : Ca’ de Ratti, Chieppa, Fabbrica, Fornace, Ghelfa, Monteacuto, Parpanese, Piantà, Plessa, Ripaldina, Salerno, Zappellone

Anche se appena scostata rispetto alla via Postumia, deve le sue origini all’intensificarsi dei traffici commerciali tra i borghi dell’entroterra padano e quelli adriatici lungo l’importante arteria di traffico fluviale costituita dal Po, che ha sempre avuto un peso notevole nelle vicende di questo comune, nato probabilmente come stazione di transito sugli itinerari percorsi da uomini e merci. Nel corso del Medioevo, per la sua posizione strategica, al confine con Piacenza, fu al centro di continue lotte tra questa città, e Pavia, rivestendo un ruolo importante anche nella guerra tra i piacentini e Federico Barbarossa. Acquistata nella seconda metà del XII secolo da Giacomo Portalbera e Riccardo Sacchetti, divenne in seguito possedimento dei Beccaria, ai quali subentrarono i Visconti, e altri nobili. Tra i monumenti spiccano: la chiesa di San Giorgio, del XIII secolo, e la chiesa di San Rocco. In frazione Ripaldina si trova la chiesa di S.M. delle Grazie. La prima citazione, scritta dell’esistenza del castello risale al 1145, all’inizio delle lotte tra l’impero e i liberi comuni: Nell’anno 1145 essendo consoli Fulco Avogadro e Obizzo Filiodoro “gli huomini d’Arena arresero il lor castello à piacentini, et giurarono loro fedeltà“. Nel 1164 l’imperatore Federico I assegnò il castello, insieme al borgo, al comune di Pavia. La località fu assediata nel 1216 dai milanesi e dai piacentini e, nel 1356, dalle forze viscontee, in entrambi i casi Arena Po non fu conquistata. Nel 1263 fu occupata da Ottone Visconti, vescovo di Milano. Nel 1290 poi il dominio passò a Manfredino Beccaria, ghibellini di Pavia, mentre nel 1304 il castello risulta sottomesso ad Alberto Scoto, signore di Piacenza. In seguito, con il consolidarsi della signoria di Milano Arena Po entra nella sfera del dominio dei Visconti. La distruzione di un’ampia parte di castello, di cui vediamo solo le fondamenta, avvenne nel 1656 ad opera del governatore di Milano, il cardinale Trivulzio, che temeva potesse cadere nelle mani dei nemici. Dopo molti anni di abbandono, nel 1999 divenne proprietà della famiglia Roveda che ne curò il restauro. La chiesa di San Giorgio fu eretta nel secolo XIII in stile romanico, utilizzando i resti di un precedente tempio del 1021, di cui è stata conservata la torre campanaria, considerata il campanile romanico più antico della provincia.

PAESI | B

Bagnaria

◾VIDEO: Bagnaria e frazioni

LE FRAZIONI : Casa Arcano, Casa Galeotti, Casa Massone, Livelli, Ponte Crenna, Spizzirò, Torretta, Mutti, Moglia, Coriola

Di maggior interesse è la parte alta del paese, che domina sulla statale della Valle Staffora. Il borgo conserva caratteristiche medioevali rappresentate dai classici vicoli che portano alla piazzetta, oggi restaurata, antistante la chiesa, e da quello che rimane del castello. Nella via prospiciente la chiesa, si trova un edificio che mantiene reperti storici degni di rilievo: riportano all’epoca della casata dei “Malaspina” con lo stemma del ramo spinato dei nobili. Il tragitto lungo i tipici vicoli conduce alla panoramica vista del paese. La rocca, probabilmente, risale all’XI secolo. Non è menzionata nell’investitura del 1164, mentre è ricordata negli atti di divisione del 1221 e in quella del 1275 in base alle quali era assegnata ai Malaspina del ramo di Olivola. Questi ne conservarono la proprietà fino alla estinzione del 1413, dove passò alla città di Tortona che lo vendette ai Busseti, ottenendone la investitura nel 1467 da parte del duca di Milano. I Busseti alienarono le loro proprietà ai Fieschi che ne ottennero la investitura feudale nel 1513. La congiura dei Fieschi decretò la perdita dei loro feudi a favore di Andrea Doria che, con i loro successori, mantennero la proprietà fino al termine del regime feudale, da parte di Napoleone, del 1797. Dopo questa data i Busseti mantennero la proprietà che, dopo la loro estinzione vennero scambiati con quelli di Montegioco della famiglia Tamburelli di Gremiasco; un ramo del quale venne a stabilirsi nel palazzo rimanendoci fino alla metà dell’800. Nella parte più alta del borgo medievale di Bagnaria si ergeva la fortificazione militare dei Malaspina, oggi visibile solo in parte poiché il terremoto del 1828 ha distrutto gran parte della costruzione originaria. Anche la parte alta del borgo si era sviluppato in epoca medievale, tanto che i Malaspina costruirono una vasta dimora posta dietro la chiesa, ornata da un portale con stemma gentilizio. Nel Medioevo giocò un ruolo poiché si collocava su importanti vie di comunicazioni per il commercio e per i pellegrinaggi, in direzione del monastero di San Colombano a Bobbio). Sicuramente questa importanza era ridimensionata dalla vicina Varzi. La chiesa di San Bartolomeo Apostolo conserva una facciata è in stile romanico a capanna spezzata e da poco sono stati ripristinati gli intonaci esterni. All’interno è visibile, sopra il secondo pilastro a sinistra, la figura di Sant’Alberto.

Anche Bagnaria ci propone molte frazioni:

Sulla sponda opposta a Bagnaria, sulla strada che porta a San Sebastiano Curone, troviamo il paesino di Coriola e, più all’interno, c’è l’oratorio della Madonna del Caravaggio, costruito tutto in pietra. Dal piccolo piazzale si gode la vista panoramica su Bagnaria e Varzi. Livelli invece ci propone alcune chiese tra cui il piccolo Oratorio di San Rocco, a forma di capanna, con un portico in posizione panoramica lungo un sentiero, tra campi coltivati, che collega le frazioni di Livelli a Casa Massone. La Parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo che si trova nel centro del paesino, con un campanile e, sul fianco, le targhe dei caduti in guerra. Infine l’Oratorio della Madonna della Neve costruito in pietra, con un portico anch’esso in pietra, ed è posto sulla strada che conduce a Livelli. Per poter visitare l’Oratorio di Sant’Antonio da Padova di Casa Galeotti bisogna, dalla provinciale di valle Staffora, attraversare il ponte sul torrente Staffora seguendo le indicazioni per Casa Galeotti: lo troviamo, tra campi coltivati, leggermente scostato dal paese, servito da una stretta stradina asfaltata. L’oratorio ha anche un campanile e un portico: tutte le murature sono intonacate di bianco. Dopo Bagnaria, l’ultimo paesino prima di arrivare a Varzi è Ponte Crenna: l’Oratorio della Madonna Pellegrina s’incontra non appena imboccata la strada che conduce a Livelli. Di recente costruzione (1946), conserva la statua della Madonna Pellegrina.

Barbianello

◾VIDEO: Barbianello

LE FRAZIONI : Bottarolo, San Re

La storia di Barbianello potrebbe essere ricondotta come dipendenza di un più antico luogo detto Balbianum, situato presso il Po e verosimilmente distrutto dal fiume stesso prima della fine del medioevo. Barbianello a sua volta appare alla fine del XII secolo, quando il territorio già apparteneva al dominio pavese. Era incluso nella podesteria o squadra di Broni, e rimase poi al feudo di Broni nei successivi passaggi dai Beccaria (dal XIII secolo al 1536) ai conti Arrigoni di Milano, cui restò fino all’abolizione del feudalesimo (1797). L’altra attuale frazione, San Re, fu un antico possesso del priorato cluniacense di San Maiolo di Pavia, noto fin dal 1210, e denominato inizialmente San Riellus. Nel 1564 passò in proprietà al collegio Borromeo di Pavia. Feudalmente apparteneva anch’esso a Broni. Nel 1818 il comune di San Re fu soppresso e unito a Barbianello. La chiesa parrocchiale di San Giorgio Martire è situata in centro paese e fu eretta poco dopo il 1558. A San Re si trova un piccolo oratorio.

Barostro

◾VIDEO: Barostro

LE FRAZIONI : frazione di Brallo di Pregola

Barostro, paesino ricostruito interamente in pietra. La Chiesa di San Fermo è stata ristrutturata nel 1984: all’interno si trova un altare in pietra. La troviamo percorrendo le stradine interne del paese da poco rifatte, con il campanile intonacato di grigio e rosa.

Bastida Pancarana

◾VIDEO: Bastida Pancarana

LE FRAZIONI : 

Bastida Pancarana appare verso la fine del XIV secolo come appartenente al feudo di Pancarana, signoria del Vescovo di Pavia. Probabilmente si trovava allora a nord del Po, nel territorio della Lomellina: in effetti amministrativamente rimase unito alla Lomellina fino al 1800, anche se almeno dalla fine del XVI secolo era passato sulla sponda oltrepadana. Doveva essere nato come porto fortificato, e nelle mappe geografiche attorno al 1700 è indicato come forte rovinato. La vicinanza del Po creò sempre gravi problemi. Nel XVIII secolo era divenuto un grosso paese dalla pianta regolare che si estendeva ampiamente a nordest del centro attuale; ancora più a nordest vi era un altro grosso paese, dipendente da Bastida, che si chiamava Mezzano. Alla fine del secolo (XVII) sempre per le alluvioni, Bastida è ridotto a un piccolo settore, da cui riprese a espandersi. Dalla fine del XIX secolo un poderoso argine difende il paese. In centro troviamo la chiesa di Can Bartolomeo Apostolo.

Bocco

◾VIDEO: Bocco

LE FRAZIONI : frazione di Brallo di Pregola

Con case in pietra e panorami naturali sulla Alta Valle Staffora.

Borgo Priolo

◾VIDEO: Borgo Priolo e frazioni

LE FRAZIONI : Arpesina, Biancanigi, Boffinisio, Ca de’ Bergognoni, Ca de’ Gallotti, Ca de’ Guerci, Ca Percivalle, Cappelletta, Casa Perotti, Fornace, Gallà, Ghiaia dei Risi, Òlesi, Pianetta, Rivazza, Schizzola, Staghiglione, Stefanago, Torrazzetta, Torre Bianchina, Torre del Monte

Il comune e tutte le frazioni limitrofe risalgono ad antica origine. Un tempo, il comune era collocato a Torre del Monte, mentre Borgo Priolo rappresentava una frazione, così come lo era Staghiglione. Solo dopo il verificarsi dei trasferimenti di proprietà da parte dei nobili dell’epoca, quali i Beccaria e i Dal Pozzo, e dopo la nascita dell’unione di Torre del Monte e Staghiglione, il comune divenne Borgo Priolo. È collocato alla confluenza dei torrenti Ghiaia di Montalto e Ghiaia di Borgoratto che danno origine al torrente Coppa. All’interno del paese, si possono scorgere alcuni frammenti di quello che era lo storico castello, ora inglobato in abitazioni private. Al centro del paese si trova la chiesa dedicata a San Carlo, edificata per una maggiore comodità di accesso da parte dei fedeli, dato che la Parrocchia di Nostra Signora della Guardia di Torre del Monte si trova lungo la strada statale. Montefratello o Monte Ferratello fa parte delle località lasciate nel 1028 da parte del diacono Gherardo all’Obertengo marchese Ugo. Passato di mano ai Dal Verme ai Medici di Voghera. Ritornò poi l marchese Ercole Malaspina di Godiasco. Rimase ai discendenti fino alla metà del ‘700. Dopo Ercole iniziò la lenta rovina tanto che venne usato per la costruzione di altre abitazioni. Esistono oggi pochi muri sulla collina dove esisteva il fortilizio.
Le frazioni sono state, nei tempi passati, sedi di altrettanti castelli: Torre Bianchina, un piccolo, ma interessante borgo posto su alcuni sentieri altrettanto interessanti, per una sana escursione; la villa, che probabilmente ospitava un piccolo castello, conserva alcuni olivi che si scorgono dalla cancellata esterna; a Torre del Monte esisteva il castello, ora trasformato in residenza privata e una piccola, ma antica chiesetta; Casa Perotti, frazione limitrofa, offre la possibilità di ammirare le mura di quello che doveva essere una piccola rocca, oggi restaurata e inglobata in una nuova abitazione.
A Casa Percivalle, un’altra frazione di Borgo Priolo, si trova il piccolo e caratteristico Oratorio Sacro Cuore di Gesù. Eretto nel 1949, nel cui interno c’è un prezioso mosaico che raffigura il “Sacro Cuore” e un dipinto d’epoca cinquecentesca denominato “Deposizione”.
Sulla strada che collega la Valle Schizzola ad Olesi si trova la località Torrazzetta, una bella villa, in stile medievale, con torre: di costruzione recente, tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, è avvolta da un meraviglioso parco ricco di Cedri del Libano tra i quali ne spicca uno imponente.
Mentre a Staghiglione la bella Chiesa di San Lorenzo Martire è arroccata sul poggio che domina l’intero comune e tutta la valle; tra l’altro, sembra che il paesino fosse parte di un piccolo castello. Dal sagrato si può godere di un bel panorama sulla valle del Ghiaie di Borgoratto. La chiesa ha subito alcuni restauri compiuti tra il 1849 e i primi anni del Novecento. Entrando in Staghiglione si trova un oratorio con campanile: si trova incastonato tra le case del piccolo borgo.
Proseguendo verso Fortunago si coglie la vista della caratteristica Parrocchiale di San Martino Vescovo di Biancanigi.
Paesino, con poche anime, posto su un crinale colorato ai piedi del castello di Stefanago.
Il castello di Stefanago è arroccato su un poggio, a controllo delle valli dei torrenti Schizzola e Coppa, e Ariale. Attorno al castello si trova un piccolo borgo agricolo che fa parte della azienda vinicola dei Baruffaldi, gli odierni proprietari. Dal castello si gode un bellissimo panorama a 360 gradi, con spazi dedicati fino alla pianura padana; e se ci si porta sulla torre, mediante la scala, si può dare un tocco alla piccola campana e godere dello spettacolo panoramico. Le leggende del castello sono in parte evocate da Defendente Sacchi nel romanzo “La pianta dei sospiri”: lunghe battaglie tra i signori del castello e quello di Nebbiolo, lotte per una fanciulla di quest’ultimo casato. Al castello si arriva percorrendo una strada di ciotoli e pietra, interna alla tenuta, che attraversa il parco secolare mantenuto spontaneo e un po’ selvaggio. Arrivati nella parte alta, a destra troviamo la cantina dell’azienda, a sinistra si arriva al giardino, ai cortili, alla terrazza, ai sotterranei, alle antiche cantine e alla piccola cappella dedicata alla Madonna del Carmelo: spazi che vengono aperti ai visitatori in occasione di manifestazioni direttamente organizzate dal Castello di Stefanago oppure durante la giornata dedicata al patrimonio. Il nucleo più antico del castello risale all’XI secolo; il maniero è stato poi ampliato con l’ala sud nel XIV secolo, fino ai giorni nostri, quando i Conti Baruffaldi, che tutt’ora lo occupano e che qui gestiscono l’omonima azienda agricola, lo presero in mano ridando con dedizione al castello la bellezza che da sempre gli appartiene. All’interno del Castello di Stefanago: percorsa la rampa di accesso, ci troviamo ai piedi della imponente torre, sotto la quale si trova la preziosa chiesetta, adibita a luogo di preghiera dai nobili succedutisi alla proprietà del castello. L’oratorio fu edificato tra il 1450 e il 1500. Gli alberi in un castello non possono mancare: anche il castello di Stefanago non è da meno. Vi si trova, infatti, una bella e imponente rovere e, nel giardino all’italiana, vi si trova una saphinia che impressiona per la forma assai contorta ed è sicuramente di rara bellezza.
Percorrendo la cresta sovrastante la valle dell’Ariale, appare un paesaggio diafano e spettrale al tempo stesso. Due laghetti e molta argilla dalle tante venature di color ocra indicano la strada ai piedi del castello di Stefanago.

◾CASTELLI, TORRI, RESIDENZE SIGNORILI: Castello di Stefanago+ link video su youtube

◾GIARDINI, PARCHI, RISERVE: Castello di Stefanago, Giardino all’italiana + link video su youtube

Bognassi

◾VIDEO: Bognassi

LE FRAZIONI : frazione di Varzi

Sulla strada statale del Penice, un bivio conduce a Bognassi. La Parrocchiale di Sant’Andrea si trova isolata lungo la strada che unisce Bognassi con Santa Cristina. Oltre ad affreschi eseguiti da Clemente Salsa nel 1936, si trovano due altari minori di pregevole interesse. Costruita in pietra, così come il campanile, ha subito ristrutturazioni nei primi anni del 1800 e, in seguito, anche nel 1900. Proseguendo verso Santa Cristina, si trova una cappella in località della Costa di Bognassi, restaurata poco tempo fa. All’interno ci sono tre statue: due raffigurano la Madonna, una San Pio da Pietrelcina.

Borgoratto Mormorolo

◾VIDEO: Borgoratto Mormorolo e frazioni

LE FRAZIONI : Boiolo, Braglia, Cà Bernocchi, Gabbione, Illibardi, Inveriaghi, Zebedo

Il paese conserva, come unico rilievo artistico, l’austera Chiesa parrocchiale, posizionata nella parte alta del paese, in grado di dominare la valle del torrente Ghiaia-Coppa. Visitabile proseguendo dalla strada provinciale, appena passato il paese, in direzione Costa Cavalieri, in prossimità del cimitero. Sul campanile posto sul retro della pieve è murata una testina in marmo, che sembra di epoca romana, forse trovata durante uno scavo fatto nelle vicinanze. Sul fianco si trovano murate alcune croci in pietra di fattura altomedievale. Il borgo possiede tuttavia un certo fascino, rappresentato da alcuni vicoli interni, particolari, che lasciano intravedere un panorama naturale talmente bello da attirare la maestria di numerosi fotografi professionisti e non. Partendo da Borgo Priolo, fino al termine della valle, sulla cresta dove sorgono Costa Cavalieri e Villa Galeazzi, si può percorrere la Costa Pelata, vero paradiso per camminatori e biker, dove paesaggi lunari si alternano a campi coltivati e a vigneti che rappresentano le eccellenze dell’Oltrepò Pavese. Dal paese si può accedere alla Costa Pelata attraverso un sentiero che conduce anche a una fonte di acqua solforosa, tipica in queste zone. La nostra giornata può e deve culminare con un bel sacchetto di “brasadé” (ciambelle) da gustare e portare a casa. Concentrando l’attenzione sul panorama, tra Fortunago e il Castello di Stefanago e più in là verso il maniero di Montalto Pavese, si percepisce il fascino dei luoghi e l’energia che trasfondono all’animo le bellezze naturali circostanti. Intuibile la ragione per la quale chiunque sia coinvolto da cotanta attrattiva benefica passi una vigorosa giornata ricca di spunti e contenuti salutari. Sulla strada che porta da Borgo Priolo a Borgoratto Mormorolo si trova questa Casa Bernocchi e il suo piccolo oratorio.

Bosmenso

◾VIDEO: Bosmenso

LE FRAZIONI : frazione di Varzi

Bosmenso è raggiungibile dalla strada che porta a Casanova Staffora, attraversando il ponte sul torrente Staffora. La chiesa di San Giorgio è subito ben visibile appena attraversato il ponte, posta in un largo piazzale a ridosso del torrente. All’interno troviamo dipinti raffiguranti San Giorgio e la Madonna con Bambino. A Bosmenso si concentrano molti sentieri che si collegano a Castellaro e alla Via del Sale.

Bosnasco

◾VIDEO: Bosnasco e frazioni

LE FRAZIONI : Cardazzo, Sparano

All’interno della produzione vinicola dell’Oltrepò Pavese Doc, Bosnasco offre interessanti spunti fotografici lungo le strade che attraversano i vigneti, a settembre nel periodo della vendemmia e a ottobre, quando le viti si colorano di gialli e di rossi intensi. Bosnasco è stata terra di conflitti che, nel Medioevo, hanno portato a lotte sanguinose: il Rio Sanguinale ricorda, almeno nel nome, la crudità di quelle battaglie. Il paesino è piccolo, ma interessante. In centro paese, di fronte alla chiesa, si staglia l’antico e ben conservato Palazzo Scarpa, con la simbolica torre in pietra, centro di numerose manifestazioni. La Parrocchiale di San Lorenzo, eretta nel XVI secolo, è arricchita all’interno da importanti affreschi. La frazione più importante è Cardazzo, dove possiamo visitare un palazzo di pietra, all’epoca usato come dogana e oggi in decadimento. In centro paese si trova la Parrocchiale, ristrutturata qualche anno fa.

Brallo di Pregola

◾VIDEO: Brallo di Pregola

LE FRAZIONI : Barostro, Bocco, Bralello, Casone, Cencerate, Colleri, Collistano, Corbesassi, Cortevezzo, Feligara, Lama, Pianellette, Piani del Lesima, Pietranatale, Ponti, Pratolungo, Pregola, Rovaiolo, Selva, Someglio, Valformosa, Valle Superiore

prima parte

Il comune di Brallo di Pregola si estende su un territorio molto vasto, spalmato su tutta l’alta valle Staffora: si dilata fino a lambire la Valle Trebbia attraverso la valle dell’Avagnone fino a raggiungere i paesini di Lama e Rovaiolo. La sede comunale è al Passo del Brallo, vero incrocio di strade e sentieri, prima fra tutte la strada che collega la Valle Staffora alla Valle Trebbia, via Ponte Organasco, e le strade che conducono ai passi del Penice e delle Capanne di Cosola. C’è un notevole numero di sentieri tra cui alcuni itinerari di lunga gittata quali la Via Longa e il Sentiero Europeo E7; e infine altri percorsi che si collegano alle Vie del Sale e del Mare. Detto anticamente Pietra Grua ossia Pietra Aguzza, l’antico castello, che era in un certo senso la capitale feudale dei Malaspina di Pregola e Val Trebbia, sorgeva sulla roccia soprastante il paese ed ora ne restano ben pochi avanzi. La località è ricordata nell’investitura malaspiniana del 1164, ma il castello è citato per la prima volta nell’atto di divisione dei beni malaspiniani del 1221. Nel 1266 fu assegnato ad Alberto, stipite appunto dei Malaspina di Pregola, ai cui discendenti rimase anche in seguito; nelle divisioni dei beni malaspiniani del 1453 si stabilì che il castello di Pregola avrebbe dovuto rimanere in comune tra tutti i discendenti della famiglia. Fu preso e distrutto nel 1575 dal marchese Gian Maria Malaspina e non fu più ricostruito; con i materiali da esso provenienti fu forse edificato verso la fine del 1500 l’attuale palazzo Malaspina di Pregola, che rimase ai discendenti della famiglia fino alla loro estinzione nel 1924. Fu poi acquistato dai Leveratto Mangini che lo cedettero nel 1972 a Siro Tordi. Vi furono compiuti recentemente lavori molto radicali e fu distrutto il grande stemma a stucco dei Malaspina che sovrastava il camino della sala padronale”. Percorrendo la statale che porta al Passo del Brallo, la deviazione ci conduce prima a Casone, piccolo e ridente paese formato da case in pietra. Immersa nel borgo, troviamo la chiesa dedicata a San Rocco. La chiesa e il campanile sono intonacate di un bianco splendente, segno di una ristrutturazione abbastanza recente.
Proseguendo si arriva a Pregola dove spicca la Parrocchiale di Sant’Agata, tra case ricche di balconi fiorati. La chiesa risale ai tempi dei Longobardi, sulle macerie del vetusto oratorio di San Rocco, ricostruito con l’aiuto della popolazione che si adoperò nel portare le pietre adatte allo scopo. Il campanile è ancora in pietra a vista mentre la chiesa è stata ristrutturata alcuni anni or sono. In fronte, quello che un tempo era il castello già precedentemente descritto. Una bella rosa dei venti porge la vista in un punto panoramico, indicando le più importanti cime della zona. Degno di nota è il luogo di aggregazione di importante rilevanza rappresentato dal “Centro Federale Tennis”, frequentato da numerosissimi ragazzi.
Risalendo si giunge al Passo del Brallo crocevia di tante strade. Qui troviamo la Parrocchiale Maria Santissima Immacolata, di recente costruzione – la fine dei lavori risale al 1965.
Risalendo verso la cima Colletta, si incontra Bralello dove troviamo un piccolo Oratorio ristrutturato con intonaco bianco e sasso. Da qui parte un bellissimo sentiero che porta a Fego e conduce in breve tempo a un castagneto secolare e al Mulino dei Cognassi. Tutti gli anni qui si svolge la festa della Madonnina.

seconda parte

La strada porta a Cima Colletta dove troviamo il Rifugio Nassano, un tempo punto di incontro per escursionisti e sciatori che scorazzavano lungo le piste da sci della Cima Colletta. Ora in attesa di una sua riapertura. Il Monte Lesima è accessibile poco più avanti anche per mezzo di alcuni sentieri.
Portandosi verso la Alta Valle Staffora, si incontrano in sequenza: Valformosa, con la bella parrocchiale dedicata a San Leonardo.
Barostro, paesino ricostruito interamente in pietra. La Chiesa di San Fermo è stata ristrutturata nel 1984: all’interno si trova un altare in pietra. La troviamo percorrendo le stradine interne del paese da poco rifatte, con il campanile intonacato di grigio e rosa.
Cencerate sorge su uno sperone delimitato da profondi burroni. Qui, sui resti di un antico oratorio che esisteva già nel XII secolo, fu edificata l’attuale Parrocchiale di San Giovanni Battista, decorata e affrescata dal pittore tortonese Domenico Fossati. Il paese costituito da tante fontane che si trovano anche sulla bella strada che porta sulla panoramica del Monte Lesima.
Ripartendo dal Passo del Brallo si possono percorrere due strade panoramiche sul torrente Avagnone. Quella di sinistra porta in Val Trebbia: s’incrocia per prima Feligara, con caratteristici viottoli interni, adornata dal piccolo Oratorio di San Rocco. L’oratorio è posto in posizione panoramica sulla valletta e la cima del Monte Lesima. Per arrivarci, si scende attraversando il paese.
Si può poi entrare in Colleri trovando Chiesa di San Innocenzo. Di stile romanico, la facciata è in pietra a vista, con tre piccole finestre. L’interno presenta un’unica navata con un prezioso altare in marmo, di nuovo restauro, dai semplici colori bianchi e arancioni.
Il vecchio Mulino Prenzone si trova sul sentiero che parte qualche centinaio di metri dopo il paese, segnalato dai segnavia bianco-rossi. Del mulino rimane la grande ruota e alcuni macchinari ormai ammalorati e schiacciati dal tetto che sta cedendo.
Più in là si scorge Collistano, ai piedi di Colleri, piccolo e ridente borgo dominato da una chiesa ormai sconsacrata: poche anime hanno visto la loro chiesa morire a poco a poco, in un processo di lento decadimento; solo il campanile dà segni di resistenza. Secondo i racconti dei paesani, pare che la chiesa, non molto tempo addietro, fosse frequentatissima da ogni dove. In seguito, le oggettive difficoltà nel raggiungerla e la presenza della vicina Parrocchiale di Colleri hanno portato all’abbandono e addirittura alla sconsacrazione.
Pietranatale. È davvero una sorpresa trovare un bellissimo albero di gelso, nascosto tra le poche case di questo paesino.

terza parte

Pratolungo, invece, è il punto di passaggio per la Valle Trebbia. appena fuori del paese, si scorge la grossa Rovere della Pieve; dopo appare il paesino di Valle. Quasi arrivati in Val Trebbia, poco prima di attraversare il fiume sul Ponte Organasco, una brevissima deviazione porta a Lama e alla sua chiesa, posta in fondo al paesino, a ridosso del Torrente Avagnone, lungo un sentiero molto bello che risale tutta la valletta. La storia di Rovaiolo invece è particolare. Rovaiolo vecchio è il paesino che si raggiunge da un sentiero poco sotto Lama che porta al Monte Lesima attraverso il vallone dell’Inferno. Paesino ormai abbandonato causa una possibile frana, ricostruito in toto e posizionato sulla provinciale.
Sempre dal Passo del Brallo, restando sempre sulla Valle Avagnone, s’incontra Someglio e veniamo ripagati dalla vista di questo tranquillo paesino ai piedi del crinale che collega i Monti Lesima alla Cima Colletta. La Chiesa dei Santi Protasio e Gervasio, così come la Parrocchiale di Montebello della Battaglia, è dedicata ai due martiri.  È un vero gioiello da ammirare: è in stile romanico, costruito in pietra a vista e coperto da lastre di pietra locale, con il campanile eretto dai Malaspina e adibito anche a torre di avvistamento. L’edificio è di piccole dimensioni così come il sagrato, accessibile per mezzo di un portale costruito in arenaria. All’interno troviamo i dipinti, oltre a quello dei santi Gervasio e Protasio, di San Fermo, qui venerato il 9 agosto, e di Sant’Ambrogio. Troviamo anche una fonte battesimale in pietra locale, scoperta durante gli scavi di restauro.
Cortevezzo è un tranquillo paesino di poche case. Prima di entrare in paese troviamo la chiesa diroccata e ormai abbandonata.
Corbesassi, uno dei più popolati. Meritevole di attenzione è la Parrocchiale dei Santi Marziano e Colombano. Per arrivare alla chiesa, bisogna attraversare tutto il paese scendendo dalle caratteristiche stradine. La chiesa appare quasi incastonata tra le case. La piazzetta sembra comunque in contrasto con l’imponenza della stessa chiesa. Una tela rappresenta San Francesco; purtroppo si trova in cattive condizioni e necessita di un urgente lavoro di restauro. Altrettanto belli sono i viottoli in pietra.
Ponti, un altro piccolo paese, sta cercando di ripristinare tradizioni antiche. Una breve, ma intensa camminata nel paese è necessaria per scoprire le bellezze di questo luogo. Per trovare l’Oratorio di Sant’Anna, si scende nella parte bassa del paese lungo stradine acciottolate. Dall’interno si scorge il vicino paese di Corbesassi, come in un piccolo acquerello a colori. Il Museo dei Ricordi di Ponti si prefigge di ricordare come vivevano gli abitanti di questo paese. Non aspettiamoci di entrare in un museo vero e proprio ma la bellezza dipende dal fatto che è tutto a cielo aperto. Il visitatore si trova a passeggiare tra i vicoli stretti fatti in sasso, assaporando lavori, tradizioni e cultura d’altri tempi e riscoprendo alcune attività che caratterizzavano l’economia agricola montana. Ponti è stata terra di origine di molti carbonai, ma anche di esperti costruttori di ghiacciaie, costruite in legno (la maggior parte erano costruite in muratura). Il pane a Ponti si faceva nel mulino che è ancora funzionante e si presenta in ottimo stato. Per arrivare al mulino, si segue un breve sentiero che parte dal paese. Il mulino, unico rimasto di tre, conserva la grande ruota e i macchinari all’interno. Possibile visitarlo durante le iniziative e le feste organizzate dalla Pro Loco.
Il castagno di Ponti è un esemplare estremamente vecchio, avendo circa 600 anni. Ha una circonferenza di 580 cm e un’altezza di 10 metri: resto di una dimensione probabilmente più imponente soprattutto per quanto riguarda l’altezza. Caratteristici i rami e il tronco, che hanno disegnato sembianze umane. Lo si raggiunge lungo un sentierino che si scosta dal paese, in mezzo ad altri castagni di notevole grandezza: segno che questo è un punto adatto per questi “mostri”. Interessante, inoltre, la fontana, dalla quale sgorga un’acqua assai limpida che val la pena di assaggiare.
Ai Piani del Lesima, poi, si possono organizzare ed effettuare gite interessanti, con escursioni verso il crinale tra Monte Lesima e Cima Colletta, ai cui piedi si trova un caratteristico ristoro per i camminatori e gli escursionisti, sia quelli abitudinari che occasionali. I paesaggi che si intravedono sono magnifici per chi ama il verde e la natura e per chiunque sappia apprezzare le antiche tradizioni.
Il parco prende il nome dal Monte Lesima (1724 metri), uno dei più alti delle Quattro Province. Non ci sono segnavia che ci portano al Parco, ma lo possiamo circoscrivere facilmente disegnando una via che unisce questo crinale con la Cima Colletta, il Monte Terme, il Monte Tartago e la cima del Monte Lesima dove passa il confine con la provincia di Piacenza.

◾MUSEI: Ponti,  Museo dei Ricordi + link video su youtube

◾GIARDINI, PARCHI, RISERVE: Parco del Monte Lesima + link video su youtube

Bressana Bottarone

◾VIDEO: Bressana Bottarone

LE FRAZIONI : Argine, Bottarone, Cascina Bella, Ferragutti

Famosa perchè diede i natali, il 31 gennaio 1813, al politico Agostino Depretis, otto volte Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia tra il 1876 ed il 1887. Il comune di Bressana Bottarone, appartenente alla provincia di Pavia, venne costituito nel 1928 con i soppressi comuni di Bottarone e Bressana. Il Municipio, in stile del ventennio, fu eretto nel 1937. La chiesa Parrocchiale di San Giovanni Battista fu costruita nel 1844 e ampliata con l’aggiunta delle due navate laterali nel 1922-25. Fu dichiarata succursale autonoma nel 1844 e parrocchia con decreto vescovile il 6 febbraio 1953. Prima di essere eretta in parrocchia, ecclesiasticamente era detta Bressana d’Argine. Di importanza è il castello di Argine. La sua costruzione in laterizio risale al XIV–XV secolo e le sue caratteristiche sono quelle tipiche dei castelli pavesi. Nel XV secolo appartenne alla squadra feudale di Casteggio, infeudata ad Angelo Simonetta, nel 1466 ai Visconti di Modrone. Con il trattato di Worms del 1743 Argine venne inglobata nei territori di casa Savoia. Oggi è dotato di una grossa torre quadrata che si eleva oltre il corpo di fabbrica, una torre di dimensioni minori sul fronte sud e un abbozzo di torre senza finestre e merli a nord. Il ponte levatoio ha lasciato il posto ad un ponticello fisso in muratura.

Broni

◾VIDEO: Broni

LE FRAZIONI : Casa Bernini, Cascina Monache, Casottelli, Cassino Po, Colombaia dei Ratti, Colombirola, Fontanile di Vescovera, Pirocco, Vescovera

Posta all’imbocco della Valle Scuropasso, Broni si estende ai piedi delle colline dell’Oltrepò Pavese. La sua storia trae origine da radici antiche che riconducono all’epoca romana. In seguito, da feudo, qual era, viene retta dal predominio della Signoria dei Beccaria e degli Aicardi poi Conti di Broni Visconti Scaramuzza. Susseguitasi nei secoli la loro supremazia, se ne vede delineare la fine con la Casata degli Arrigoni il cui dominio resiste sino all’abolizione del feudalesimo. La storia, che ben si coniuga con cultura e arte, spinge ad ammirare della città di Broni la bellezza della piazza principale dedicata a San Francesco d’Assisi. Qui troviamo l’antica Basilica di San Pietro Apostolo: all’interno, un’iscrizione cristiana ne conferma la presenza già dal V secolo, con accanto almeno un oratorio. Anche questa basilica, legata al culto di San Contardo, ha subito nei secoli alcuni ampliamenti, dovuti all’aumentare dei pellegrini che accorrevano a venerare il santo. Oltre ad alcune tele di pregevole fattura, come la “Battaglia di Lepanto”, la basilica è famosa per le spoglie del santo e anche per una raccolta di manoscritti antichi e di paramenti sacri. A pochi passi dalla piazza dove sorge la basilica, c’è la chiesa di Santa Marta, più piccola, ma che ha grande valore storico e religioso, legato a San Contardo: i paesani vollero costruire la chiesa proprio nel punto sul quale, nell’anno 1249, il santo morì. Costruita in più sequenze, tanto che il campanile fu edificato quasi cento anni dopo, conserva al suo interno una tela del santo pellegrino. La chiesa è ancora oggi uno dei simboli della ridente cittadina. Per arrivare al colle di San Contardo, bisogna inerpicarsi lungo una  ripida stradina che attraversa le vie interne di Broni. Prima di arrivare al colle, s’incontra un’artistica Via Crucis, formata da quindici stazioni che, realizzate dallo scultore Angelo Grilli, accompagnano il cammino dei fedeli. Si arriva così in questo luogo suggestivo, per posizione e significato religioso, su cui sorge una piccola cappella dedicata al santo patrono. Non si può non notare lo spettacolare panorama che, nelle giornate più limpide, porge un’ampia vista su Broni, sulla pianura padana e sulle colline adiacenti, in cui spiccano la Rocca di Montalino di Stradella e il Castello di Cigognola. Imboccata la Via Recoaro troviamo la accogliente Cappella Madonnina Rio Frate o della fontana. Proseguendo arriviamo alle Fonti di Recoaro, centro di benessere e di svago caratterizzato da fonti di acque solforose.

PAESI | C

Calvignano

◾VIDEO: Calvignano

LE FRAZIONI : Travaglino

Percorrendo la strada che da Casteggio conduce a Montalto Pavese, spicca Calvignano, terra di prestigiosi vitigni e di bellezza assoluta. Lunghi e ordinati filari di viti offrono uno spettacolo naturale di impeccabile richiamo ed enunciano l’emblema di rinomati vini. I profumi della natura inebriano l’aria e i colori caldi dello spettacolo naturale che si staglia concede un senso di pace. Sebbene si abbiano relative informazioni, Calvignano ha avuto un’importante storia legata alle Signorie dei nobili Sannazzaro e Bottigella. Nel paese risalta la piazza con il Palazzo del Municipio e la Parrocchiale di San Carlo. Ricostruita nel 1844, la Parrocchiale è stata restaurata nel tetto, negli intonaci e nei serramenti. Percorrendo la strada provinciale che da Casteggio porta a Calvignano, ci si imbatte in questo oratorio dedicato al santo protettore delle pestilenze: San Rocco. Si dice che l’oratorio sia stato costruito proprio a seguito della peste di manzoniana memoria. Il manufatto è in pietra a viste ed è stato restaurato alcuni anni or sono.
Lungo il viale che porta alla frazione di Travaglino, si scorge il caratteristico palazzo che oggi è parte di una famosa e storica azienda vitivinicola dell’Oltrepò Pavese. Esistono solo pochi mattoni di quelle che erano le mura del Castello di Calvignano: oggi è un’abitazione privata che si scorge poco sopra il palazzo dell’Azienda Travaglino.

Campospinoso Albaredo

◾VIDEO: Campospinoso Albaredo

LE FRAZIONI : Albaredo Arnaboldi, Baselica, Campospinoso, Case Basse, Moranda

Campospinoso appare per la prima volta nel 1250, nell’elenco delle terre del dominio pavese. Apparteneva alla al feudo di Broni, di cui seguì sempre le sorti; appartenne perciò ai Beccaria e, in seguito alla confisca di metà di questo feudo fu assegnato con il vicino Albaredo ai Visconti Scaramuzza (1531). Successivamente fu venduto agli effettivi feudatari di Broni, gli Arrigoni di Milano, in mano ai quali restò fino all’abolizione del feudalesimo. Nel 1928 a Campospinoso fu unito il comune di Albaredo Arnaboldi, e prese il nome di Campospinoso Albaredo. Il comune di Campospinoso Albaredo fu soppresso nel 1948, e al suo posto furono ricostituiti i comuni preesistenti di Albaredo Arnaboldi e Campospinoso con i confini precedenti al 1928. Nell’agosto 2000, i due comuni sono associarono nell’Unione Comuni Campospinoso Albaredo. Si compone di due nuclei tra loro quasi saldati, Campospinoso e Albaredo-Casenuove, più un nucleo minore, detto Casebasse, situato nel territorio del soppresso comune di Albaredo Arnaboldi. La chiesa di Santa Maria Maddalena è inserita in un vecchio palazzo nobiliare, ora destinato a casa di riposo. In frazione Baselica si trova la chiesa di San Giovanni Battista. Ad Albaredo Arnaboldi si trova la chiesa di Santa Maria Maddalena e la chiesa di Santa Maria della Neve.

Canneto Pavese

◾VIDEO: Canneto Pavese

LE FRAZIONI : Beria, Caccialupo, Colombarone, Montebruciato, Monteveneroso, Montù de’ Gabbi, Casa Bazzini, Casa Zangobbi, Vergomberra, Vigalone

Canneto Pavese, uno dei centri più importanti della produzione vinicola dell’Oltrepò Pavese, si colloca in posizione panoramica sulla strada proveniente da Broni. Lungo il percorso, si possono ammirare, soprattutto nel periodo estivo, da luglio a ottobre, i grossi bacini a ferro di cavallo in cui crescono rigogliosi lunghi filari di viti. Hanno colori che cambiano: si passa dalle sfumature del verde intenso alle tonalità di giallo per poi passare alle gradazioni di un rosso deciso. Lo spettacolo che si presenta in questi territori è di incantevole suggestione. La Chiesa Parrocchiale dedicata a San Marcellino Pietro ed Erasmo, nel centro del paese, in Via della Chiesa, è interamente costruita in mattoni e ha lineamenti molto semplici; spicca il campanile. Chiamata il “piccolo duomo”,  è ben visibile a chi attraversa le strade e i crinali che sovrastano i vigneti Doc oltrepadani. La forma della facciata è a capanna e lungo tutto il suo perimetro spuntano alcune file di mattoni, a testimoniare i rifacimenti di cui ha necessitato la parrocchiale. All’interno spiccano alcune statue e dipinti, ma ciò che più colpisce è l’organo ancora funzionante costruito dai fratelli  Ligiardi. Una piccola storia suffragata dagli scritti dell’allora parroco racconta che, nel 1648, la chiesa fu saccheggiata. Si sostiene che al suo interno fossero collocate le botti del famoso vino Buttafuoco, dalle particolari qualità ancora oggi rinomate. Una vecchia sconsacrata chiesetta, ormai abbandonata, si scorge nella parte bassa del paese, all’imbocco di un sentiero segnalato. Dirigendosi verso Montù dei Gabbi, è possibile notare un cancello e una torre in pietra, facente parte di una residenza castellata ora trasformata in una nota azienda vinicola: è il segno tangibile della presenza di un antico castello, così come lo sperone che s’incontra percorrendo la strada verso la fine della frazione. Le tracce di queste antiche vestigia denotano la presenza di una presenza nobiliare. Si narra che Carolina di Brunswick transitasse nel castello nel corso di un viaggio d’amore con il suo ciambellano nonché amante. Al di là delle leggende, occorre prestare attenzione alla graziosa fontana chiamata “il Barozzino” che appare appena poco distante, sulla strada di Monteveneroso. Ristrutturata, ha mantenuto tutte le caratteristiche tipiche dell’epoca. Sempre a Monteveneroso, borgo collinare, si trova la chiesa dedicata a San Siro, riedificata nel 1862. Scendendo verso la Valle Versa, si trova il pozzo di Sant’Antonio Abate, anch’esso degno di nota.

Casa Matti

◾VIDEO: Casa Matti

LE FRAZIONI : frazione di Romagnese

Risalendo verso i Tre Passi, si arriva a Casa Matti, una volta centro importante per le piste da sci e gli sport invernali sino al Passo Penice, ora attivo solo per l’attività sportiva con piste di sci d’erba.
La Chiesa parrocchiale di Nostro Signore Gesù Cristo Lavoratore è situata sulla provinciale che collega il Passo del Penice alla Val Tidone: è una delle poche di origine moderna. Si può trovare un crocefisso costruito dai maestri del legno. La fontana di Casa Matti si trova al bivio per il Monte Penice: si tratta di un piccolo capolavoro per una fontana molto grande.

Casale Staffora

◾VIDEO: Casale Staffora

LE FRAZIONI : frazione di Santa Margherita di Staffora

Una stradella che esce da Negruzzo giunge a Casale Staffora. La Chiesa di San Lorenzo è situata su un promontorio a lato del paese. Immersa nel verde, la chiesa fu edificata nel 1570. La facciata presenta un profilo del tetto a capanna, mentre la pianta è rettangolare, a navata unica, con due cappelle laterali: sopra l’ingresso, c’è il dipinto raffigurante San Lorenzo. Oltre alla tradizione orale, la presenza di un eremo in questa zona pare essere suffragata dai resti murari in sasso ritrovati negli anni ’30; inoltre, sulle mappe, resta ancora l’indicazione della Fontana del Convento.

Casanova Lonati

◾VIDEO: Casanova Lonati

LE FRAZIONI : Campanina, Candiana, Case Forni, Casotti del Furbo, Pelucca, Pioltina, Vercesa

Si trova nella pianura dell’Oltrepò Pavese, alla destra del torrente Scuropasso. Appare per la prima volta nel 1250, nell’elenco delle terre del dominio pavese. Era signoria di una famiglia Lonati da cui prese il nome. Apparteneva alla squadra e poi al feudo di Broni, di cui seguì sempre le sorti, nei passaggi dai Beccaria agli Arrigoni di Milano (1536), cui restò fino alla fine del feudalesimo (1797). La chiesa di Casanova Lonati, dedicata a San Giovanni Battista, si erge nel cuore del paese. Ha origini antiche, risalenti probabilmente al periodo medievale. Documenti storici indicano che una prima edizione della chiesa potrebbe essere stata eretta entro il XIII secolo, quando la zona cominciava a svilupparsi come un centro agricolo e commerciale.

Casanova Staffora

◾VIDEO: Casanova Staffora

LE FRAZIONI : frazione di Santa Margherita di Staffora

◾MULINI: Museo didattico produzione farina Mulino Pellegro + link video su youtube

Giungiamo dove inizia la parte alta della valle, qui troviamo Casanova Staffora, sede del comune. A Casanova di Sinistra, la parte più antica del paese, rispetto a Casanova di Destra costruita in tempi più vicini, si trova la chiesa dedicata a San Michele, costruita in mattoni e pietre locali. La forma tipica è a capanna con il tetto ancora in legno e un campanile che, nella parte a sostegno delle campane, ha una forma architettonica di pregio. Percorrendo la strada che da Casanova Staffora porta a Capanne di Cosola, s’imbocca la stradina ripida che porta al Santuario della Madonna del Bocco: una chiesa moderna, capiente e semplice, quindi un luogo non di importanza architettonica, ma di importanza culturale e religiosa, frequentato da molti fedeli. La storia di questo luogo inizia il 4 giugno 1947: protagonista è l’allora bambina Angela Volpini, residente a Casanova Staffora. Come tanti bambini di allora, anche Angela aiutava i genitori contadini a svolgere lavori domestici e lavori nei campi. In particolare, portava le mucche al pascolo. Racconta la stessa Angela Volpini che quel giorno, mentre si trovava nei pascoli del Bocco accompagnata da alcuni amici coetanei, le apparve il volto di una donna dolcissima e bellissima. La storia prosegue con il decreto del Vescovo di Tortona che, nel 1957, acconsentì alla costruzione del santuario. Un sentiero conduce alla Cappella della Apparizione: oltretutto, per gli amanti dell’escursionismo, questo è un luogo di passaggio assai importante perché è la via di accesso che porta al Monte Boglelio e alla Via del Sale: una mulattiera larga e dalla pendenza non eccessiva; un’escursione interessante che culmina sulla Via del Sale, nei pressi del rifugio Azzaretti in località Piano della Mora. La chiesa è sempre visitabile; vi sono poi alcune manifestazioni legate all’apparizione: la più importante si svolge a settembre. Il Mulino Pellegro è un esempio e un prezioso simbolo odierno del lavoro di un tempo, visto lo stato di conservazione e la funzionalità, ancora oggi perfetta. Un esempio per tutti i mulini che esistevano in Oltrepò Pavese e nelle Quattro Province, funzionanti fino a non molto tempo indietro e che oggi sono devastati dal completo abbandono. Il mulino lo troviamo risalendo da Casanova e imboccando una stradina che porta a Castellaro, nei pressi del torrente Staffora, un luogo incantevole dove ci accoglie questo complesso di edifici rurali in mezzo ai quali spicca la grande ruota rossa alimentata dall’acqua, convogliata in un fossetto e pescata direttamente dal torrente Staffora. All’interno dell’edificio si possono vedere i palmenti, uno per il mais e uno per il grano, e tutte le macchine, ancora funzionanti. L’esistenza del mulino risale al 1275 ma è solo nel 1835, con l’allora proprietario Pellegro Negruzzi, dal quale prende il nome, che si conosce la storia tramandata fino a Giacomo Negruzzi. Il mulino, nel 2004, è stato restaurato e trasformato in museo didattico, disponibile per le visite telefonando al custode del luogo. Non solo si può ammirare il mulino, ma le altre strutture conservano alcune stanze dove si possono vedere molti attrezzi, perfettamente conservati e significativi del lavoro contadino e della vita quotidiana che conducevano i nostri nonni. Il Museo del salumiere, ultimo arrivato della famiglia museale: non poteva mancare l’idea di valorizzare il salame DOP di Varzi. Ci ha pensato la Salumeria Dedomenici, restaurando molti strumenti che i nostri padri usavano per produrre il meraviglioso salame, prima dell’avvento degli strumenti più moderni. Il museo è inoltre ricco di molte informazioni su come si produce il salame che, fin da tempi remoti, conserva una rigida procedura relativamente alla lavorazione e alla conservazione.

Casatisma

◾VIDEO: Casatisma

LE FRAZIONI :

Noto dal XIII secolo, Ca de’ Tisma è conosciuta fin dall’epoca romana, sorse probabilmente come insediamento agricolo nella pianura centuriata a nord della romana Clastidium (Casteggio), lungo una linea di centuriazione su cui correva probabilmente l’antica strada per Ticinum (Pavia). Nel 1256 la località è anche menzionata come Torre di Giacomo de Tisma, i de Tisma erano un’importante famiglia pavese. Nell’ambito dei domini pavesi (dal 1164) la zona apparteneva alla podesteria di Casteggio, infeudata nel 1441 a Cesare Martinengo e nel 1466 ad Angelo Simonetta. Ma nel 1504 Casatisma fu staccato dal feudo di Casteggio e dato ai Mezzabarba di Pavia. Questi risiederanno in un grande palazzo e saranno proprietari di quasi tutte le terre del comune, per cui Casatisma sarà in pratica una loro enorme azienda agricola: da qui la forma ordinata del paese e dei campi circostanti. Dopo la fine del feudalesimo, ormai estinti i Mezzabarba, il Palazzo passò dai Khevenhüller ai D’Adda e ai Brandolini D’Adda, anche i loro beni andarono dispersi per eredità e vendite. All’inizio del XIX secolo il nome di Ca de’ Tisma divenne definitivamente Casatisma. Interessante è la chiesa Parrocchiale dedicata a San Guniforte, probabilmente riedificata dalla famiglia Mezzabarba.

Casei Gerola

◾VIDEO: Casei Gerola

LE FRAZIONI : Gerola Nuova

Si trova nella pianura dell’Oltrepò Pavese, al confine con la provincia di Alessandria ed è attraversato dal torrente Curone a pochi chilometri dalla sua confluenza nel Po. Già Caselle, sorge all’estremità occidentale della campagna centuriata facente capo alla colonia romana di Placentia (precisamente ad un nucleo di campagna intensamente coltivata attorno alla città di Iria, ora Voghera). Alla fine dell’epoca antica le terre erano passate allo Stato, giacché nel 712 il re Liutprando ne fece dono al monastero di San Pietro in Ciel d’Oro di Pavia (ed è questa la prima citazione di Casei). Tra le carte di questo monastero il nome di Casei comparirà ancora per secoli (almeno fino al XIII). Liutprando e Casei Gerola si incontrano di nuovo durante il passaggio con le spoglie di Sant’Agostino, facendo tappa alla Chiesa della Madonna delle Grazie, poco fuori il paese. Berengario I nell’885 donò Casei ed il territorio con Cassano Spinola all’Abbazia di San Colombano di Bobbio. Nel 1164 Casei è nominato tra le terre che Federico I assegnò a Pavia e che costituiscono il nucleo dell’Oltrepò Pavese. Sotto Pavia, Casei fu sede di podesteria o squadra. Sembra che già nel 1197 essa venisse infeudata agli Isimbardi di Pavia; passò poi sotto il dominio dei Beccaria, cui la tolsero i Visconti, per attribuirla a Francesco Bussone da Carmagnola, conte di Castelnuovo Scrivia. Non meno importante era un tempo l’attuale frazione Gerola. Fu a lungo sede di un vasto comune comprendente anche Mezzana Bigli, sorto in origine sull’isola, insieme a Guazzora che apparteneva al feudo di Gerola. Successivamente cominciò il declino di Gerola: nel 1800, avendo Napoleone deciso di far corrispondere i confini politici al corso del Po. Gli abitanti di Gerola costruirono un nuovo centro, detto Gerola Nuova, sul sito attuale, in un territorio che apparteneva a Casei. Cosicché, nel 1835, cedettero ciò che restava del loro comune ai casellesi, e si fusero con essi nel nuovo comune di Casei Gerola. In centro paese si può ammirare il bel castello. Si hanno notizie dal IX secolo, è stato ricostruito come dimora signorile in seguito a una parziale distruzione occorsa nel 1543. Proprietà della famiglia Squadrelli il castello è composto da quattro edifici dotati di torri angolari. Il castello è preceduto da un fossato, scavalcato da ponte in muratura che, in passato, era collegato a un ponte levatoio. Di Casei Gerola fanno parte alcune chiese: la Collegiata di San Giovanni Battista, costruita tra il XIV ed il XV secolo, rappresenta uno dei più importanti esempi di gotico lombardo dell’Oltrepò Pavese; la Chiesa di San Guglielmo, fu costruita nella prima metà del XV secolo in stile gotico lombardo; la Chiesa di San Sebastiano ed infine di grande importanza il Santuario della Madonna delle Grazie di Sant’Agostino, fu costruito nella prima metà del XVII secolo. Sembra che qui abbia fatto sosta il Re Liutprando con il compito di portare in San Pietro in Ciel d’Oro a Pavia le spoglie di Sant’Agostino.

◾GIARDINI, PARCHI, RISERVE: Parco delle Folaghe + link video su youtube

Di interesse naturalistico è il Parco delle Folaghe. Si estende all’interno del Comune di Casei Gerola, nei pressi della strada che porta a Silvano Pietra. Entrati nel Parco, i cartelli indicano la perimetria dei laghetti che lo compongono. Il circuito è composto da una sterrata molto larga, polverosa, che regala scorci di assoluta bellezza. Il parco è di fatto un recupero ambientale: cave di argilla dismesse, alcune allagate dall’acqua di falda, sono diventati laghetti attorno ai quali nidificano numerose specie di uccelli acquatici tra cui le folaghe e altre specie di mammiferi, rettili e anfibi. Da quando è stato istituito il Parco, la presenza di uccelli acquatici è aumentata; la ragione di questo successo dipende da molti fattori: la zona è protetta, il parco si trova lungo una rotta migratoria di uccelli che qui trovano luogo di sosta.

Casone

◾VIDEO: Casone

LE FRAZIONI : frazione di Brallo di Pregola

Percorrendo la statale che porta al Passo del Brallo, la deviazione ci conduce prima a Casone, piccolo e ridente paese formato da case in pietra. Immersa nel borgo, troviamo la chiesa dedicata a San Rocco. La chiesa e il campanile sono intonacate di un bianco splendente, segno di una ristrutturazione abbastanza recente.

Castana

◾VIDEO: Castana

LE FRAZIONI : Ca’ dei Colombi, Ca’ dei Cristina, Ca’ dei Rovati, Ca’ del Moro, Cassinassa, Loglio, Martinasca, Quarti

Le sue più antiche bellezze si trovano agli estremi del paese. Sopra una collinetta, alla periferia di Castana, spicca la Parrocchiale di Sant’Andrea con un ampio sagrato. La chiesa stata restaurata alcuni anni or sono e al colore dei muri esterni è stato ridato notevole vigore. Ma la chiesa è molto antica e conserva all’interno alcuni preziosi altari di marmo. L’altare principale è costruito con intarsi di marmi dai colori più svariati. Completano le ricchezze di questo luogo il coro, che circonda l’altare, naturalmente in legno, numerosi affreschi su tela e un organo, che si trova proprio sopra la porta d’ingresso. Il castello è stato completamente ristrutturato. Grazie ad alcuni interventi di manutenzione conservativa, il maniero è stato restaurato tra il 2004 e il 2006 mantenutendo integre le strutture dell’epoca. Appartenuto a Pallavicino Trivulzio, a capo di una delle più antiche casate feudali dell’Italia settentrionale: uno dei rami più fiorenti insieme ai Malaspina e agli Estensi dell’antichissima stirpe obertenga. Castana risale all’epoca romana e incentra le attività nella produzione vitivinicola. Il suo territorio, infatti, è quasi interamente coltivato a vite. Lungo le strette strade poste sui crinali, a ridosso di splendide e numerose aree verdi a vigneto, che lasciano intravedere ordinati filari di viti, ci sono scorci e panorami incantevoli, vero paradiso per gli amanti della natura e della fotografia.

Casteggio

◾VIDEO: Casteggio

LE FRAZIONI : Cròtesi, Mairano, Rivetta, San Biagio, Tronco Nero

Clastidium alle origini è una ridente cittadina dell’Oltrepò Pavese, posizionata alla destra del torrente Coppa, affluente del Po. Si estende sui primi colli dell’Appenino Ligure e nella pianura alla destra del Po. La parte più antica della cittadina sorge sul colle detto Pistornile e sulle sue pendici. Sotto l’egida romana, Casteggio divenne il centro più importante della Via Emilia (e Via Postumia), sia per la posizione geografica, sia perché rappresentava un quartier generale non solo per i Romani ma anche per il famoso condottiero Annibale. Il richiamo ad Annibale è doveroso: appartiene, infatti, alla storia di Casteggio. Nel 218 a.C., giunto nella pianura padana, Annibale sconfisse i Romani nei pressi del Ticino; poi, con la caduta della colonia di Piacenza, Casteggio riconquistò la propria indipendenza. Richiami a quest’epoca storica sono visibili sia nei ritrovamenti di estrema valenza culturale, oggi conservati all’interno del Museo Civico Archeologico e Paleontologico, sia nella famosa Fontana di Annibale vicino alla via Emilia, verso Fumo, dove si dice che il condottiero fece abbeverare gli elefanti. Storicamente, Casteggio è il luogo di battaglie sanguinose, condivise con Montebello della Battaglia, combattute dalle truppe franco-piemontesi e dagli austriaci durante la Guerra d’Indipendenza. Casteggio, fiorente in epoca medioevale, subì ingenti danni a causa delle guerre tra francesi e spagnoli nel XVI secolo. Si riprese solo due secoli più tardi sotto i Savoia, a partire dal 1743, quando conobbe una notevole ripresa economica e demografica che, nella seconda metà dell’Ottocento, culminò con la creazione di un nuovo centro cittadino, con ampie vie, viali e una bella piazza circondata da palazzi. Verso la fine del diciannovesimo secolo, Casteggio appariva elegante e fiorente, popolata da signori pavesi, milanesi e genovesi, proprietari di importanti ville. Le notizie storiche bene si coniugano con l’arte e la presenza di reperti quali, ad esempio, un tralcio di vite fossilizzato, a indicare non solo la presenza di attività vitivinicole, ma a dimostrare che l’Oltrepò vinicolo ha origini e tradizioni davvero molto antiche. Salendo nel borgo dalla parte alta di Casteggio, si entra all’interno di quello che un tempo era un castello. Si parte dalla bella piazza alta, si passa il “Voltone”, un arco dove sono murati alcuni reperti di origine arcaica. Tra gli edifici storici, la Collegiata di San Pietro Martire, di antichissima origine, con il campanile trecentesco, la chiesa di San Sebastiano con splendido stallo corale. Sorge nell’incantevole piazzetta del Pistornile. La chiesa è stata ricostruita sulle strutture della vecchia collegiata del 1500. Risalta subito il campanile, edificato in parte in stile gotico e in parte in stile romanico. Opera dell’architetto Giuseppe Marchesi di Pavia, contiene pregevoli opere d’arte, marmi e le reliquie di San Colombano. Il Palazzo Certosa Cantù, palazzo settecentesco, che ospita la biblioteca civica , l’auditorium Cantù e il civico Museo archeologico. Casteggio è un paese rappresentativo per una serie di motivi: per la sua importanza storica (qui si insediarono i Romani che combatterono i Celti e l’avanzata di Annibale; qui è stato trovato un tralcio di vite fossilizzato; qui sono stati rinvenuti reperti archeologici risalenti all’età preistorica, celtica, romana e medioevale). Il museo quindi è stato voluto e realizzato in un luogo speciale qual è la Certosa Cantù. Voluto dalla amministrazione comunale con il supporto di alcuni appassionati e con il materiale per lo più portato dalla Soprintendenza dei Beni Archeologici della Lombardia, si compone di alcune sale tematiche che portano alla luce i ritrovamenti effettuati durante gli scavi archeologici in tutto l’Oltrepò Pavese. Si passa dalle bacheche, che mostrano una collezione di minerali e rocce, a fossili vegetali e animali, sino a ricostruzioni di ambienti dell’Oltrepò Pavese antico. Si passa alla ricostruzione di una famiglia preistorica che viveva nelle capanne, a ritrovamenti che risalgono all’epoca romana (monili, statuette e brocche in bronzo, una lente di ingrandimento, un fuso, un bicchiere in vetro e così via) fino a ricostruzioni di tombe e a un immenso dolio di Broni (un grosso contenitore per derrate alimentari ritrovato in località Sorino di Broni). Nella parte alta della cittadina, appare il Monumento alla Vittoria, un’imponente scultura bronzea, situato nel parco delle Rimembranze, e poi una graziosa piazzetta che, da un lato, offre il panorama sul Monumento della Vittoria e, dall’altro, la vista della Parrocchiale. Da notare inoltre il Palazzo Mezzabarba, il Palazzo Marangoni. La Parrocchiale del Sacro Cuore è posta in piazza Dante, grazie a un progetto dell’architetto Cesare Paleni è costruita in mattoni. La chiesa è ricca di immagini affrescate, marmi, crocifissi di pregio in legno e un mausoleo dove sono riposte le spoglie dei caduti delle guerre, con una singolare raccolta delle acque dei fiumi che sono stati scenario brutale della Prima Guerra Mondiale. Lungo Via Castello, di fronte al Monumento alla Vittoria, s’incontra la chiesa dedicata a San Sebastiano: è costruita in mattoni e conserva al suo interno alcune pregevoli statue in gesso dedicate ai Santi Sebastiano e Gaetano e la statua in legno e oro zecchino di San Borromeo. Lungo la Via San Biagio troviamo il piccolo Oratorio di San Biagio, costruito in mattoni e risanato nel 1982.  Si trova all’interno di un’abitazione privata, ma è visibile dall’esterno. Sempre a Casteggio troviamo il Museo Contadino, creato da privati con poche cose e che man mano, grazie all’aiuto di molti volontari, si sta ampliando: oggetti, attrezzi da lavoro, utili per raccontare storie di vita quotidiana dei contadini di un tempo.

◾MUSEI: Casteggio_Museo Archeologico di Casteggio e dell’Oltrepò Pavese + link video su youtube

◾GIARDINI, PARCHI, RISERVE: Mairano,Parco Villla Bussolera + link video su youtube

Castellaro

◾VIDEO: Castellaro

LE FRAZIONI : frazione di Varzi

Castellaro è il secondo paese, dopo Monteforte, che s’incontra sulla Via del Sale, all’inizio del ripido sentiero che porta al Piano della Mora. Attraversando il paese, tra le case, si trova la chiesa. La facciata mostra due colonne che non sembra siano costruite per sostenere l’edificio, ma per bellezza. Sia il campanile che la chiesa, tuttavia, necessitano di una ristrutturazione. Poco prima di Castellaro, c’è una strada che conduce all’Oratorio di San Giovanni. Costruito interamente in arenaria, si ritiene che risalga al XIII secolo. Nei pressi di quest’oratorio, con ogni probabilità, furono sepolti gli abitanti morti per la peste che colpì la zona qualche secolo fa. Tale ipotesi pare suffragata dal fatto che, diversi anni or sono, durante alcuni scavi, furono trovate le ossa di un uomo morto a causa della peste. Durante l’ultima guerra, la struttura è stata usata anche come dormitorio militare. Da Santa Cristina, lungo la provinciale che conduce al Passo di Pietragavina e all’imbocco dei sentieri lungo la Costa d’Alpe, si trova una deviazione al bivio per Casa Fiori, paesino ridente che ospita un oratorio in pietra dedicato alla Vergine Maria, di cui c’è una statua posta sull’altare. C’è un castano, poco conosciuto se non dagli abitanti del luogo e da qualche cacciatore: per raggiungerlo, bisogna “scarpinare” su un sentiero che da Casa Fiori porta lungo la costa ad est del Monte Calenzone, vicini alla valletta solcata dal Torrente Morcione. Il castagno ha la base molto grossa: forse è quello che rimane di un castagno più imponente.

Castelletto di Branduzzo

◾VIDEO: Castelletto di Branduzzo

LE FRAZIONI : Branduzzo, Valle Botta, Bassino, Case Nuove

Il comune di Castelletto di Branduzzo fu formato nel 1928 unendo i comuni di Castelletto Po e Branduzzo. Castelletto Po è noto dalla fine del XII secolo quando, con le vicine Pancarana e Bastida Pancarana, apparteneva alla mensa vescovile di Pavia. Successivamente fece parte del feudo di Montebello, di cui erano investiti i Beccaria fino al 1629, quindi gli Orozco de Rivera e i Machado da Silva, e infine gli Spinola. Di Branduzzo spicca il castello che venne edificato dalla famiglia Botta nel corso dell’ultimo decennio del Quattrocento. Fu Bergonzo, figlio di Giovanni e anch’egli maestro delle entrate presso gli Sforza, che portò il potere della famiglia ai massimi vertici. Nel 1634 attraverso il matrimonio di un Botta con l’ultima erede dei dogi Adorno, avvenne la fusione tra le due famiglie, da cui il nome Botta Adorno. Del castello è rimasta oggi solo un’ombra dell’antica grandezza. Di Castelletto di Branduzzo è da vedere la bella chiesa dei Santi Alberto e Siro.

Cecima

◾VIDEO: Cecima

LE FRAZIONI : Busanca, Casa Cucchi, Serra del Monte, Zanrè

Passato Godiasco, lungo la valle Staffora, il paese è posto su un’altura. Passato il ponte sul torrente si imbocca a sinistra la strada bassa che porta a San Ponzo. Fino a poco tempo fa, del Mulino Spalla si vedeva girare la ruota, spinta dall’acqua, ora non più. Anche se pensiamo sia ancora funzionante. Per visitare il mulino, bisogna chiedere ai proprietari della piccola azienda agricola nei pressi. Risalendo verso Cecima si intravedono le prime case, notiamo una torre facente parte di quello che un tempo era il castello di Cecima, oggi abitazione privata. Cecima fu donato dai re Ugo e Lotario al vescovo di Pavia nel 943. Nel 1164 l’imperatore Federico I inserì Cecima tra le località poste sotto la dominazione di Pavia (risultando isolata tra le terre dei marchesi Malaspina), ma non cessò la signoria feudale del vescovo, che anzi continuò ininterrotta fino all’abolizione del feudalesimo. Nella piazza centrale di Cecima troviamo la parrocchiale dedicata ai Santi Martino e Lazzaro, ricostruita varie volte a seguito di avvenimenti franosi, fino all’ultimo restauro che, pur recuperando solo la facciata, le regala lo splendore odierno. Lungo le colline tipiche di queste zone e percorrendo la via per la Valle Curone, s’incontra il borgo che denota origini medioevali ben evidenti per caratteristiche e aspetto nelle costruzioni presenti. Passeggiando tra i caratteristici viottoli e sul particolare selciato, composto con sassi provenienti dal torrente Staffora, nulla si ode se non il rumore dei propri passi che, facendo eco nel vuoto intorno, rimanda un senso di pace che pervade l’animo. Si respira calma nel silenzio del verde, lontani dal caos. Nel centro di Serra del Monte troviamo un oratorio, ristrutturato in pietra a vista.

Cegni

◾VIDEO: Cegni

LE FRAZIONI : frazione di Santa Margherita di Staffora

Sempre da Casanova Staffora vi sono due strade che risalgono lungo la costa sulla s.o. della alta valle Staffora. La più alta risale sulla provinciale incontrando Cegni. La chiesa dell’Assunta è di certo una delle più antiche nel comune di Santa Margherita di Staffora: risale al 1657. Posta in ottima posizione all’inizio del paese, con vista sui monti Colletta e Lesima e sull’abitato di Fego. Il sagrato è sede dello spettacolare “Carnevale Bianco” che si svolge a metà agosto. Uscendo dal paese, verso il Passo del Giovà, si trova un piccolo oratorio, caratterizzato dagli intonaci recenti, di color rosa. Un sentiero collega Cegni a Negruzzo Incontriamo la località Lago. Si possono vedere alcuni ruderi, come quello che rimane del mulino, Resta accessibile a meno di addentrarsi tra la boscaglia fitta.

Cella di Varzi

◾VIDEO: Cella di Varzi e Museo Tempio della Fraternità dei Popoli

LE FRAZIONI : frazione di Varzi

La frazione fu concessa in feudo nel 1164 ad Obizzo Malaspina, ma nel diploma di investitura non si fa cenno del castello. Questo doveva già esistere nella posizione attuale. Le divisioni del 1275 diedero Cella ad Alberto Malaspina, stipite dei Malaspina di Godiasco. Nelle successive divisioni passò al figlio Nicolò, al suo nipote Obizzino, e ai suoi discendenti. Agli inizi del ‘500 era del marchese Barnabò Malaspina di Godiasco. Barnabò ebbe ad scontrarsi con il duca Massimiliano Sforza, potente signore di Milano; il castello venne danneggiato dalle artiglierie e il marchese fu catturato e giustiziato con cruenza nella piazza di Voghera. I figli di Barnabò riuscirono a recuperare il castello ma, nel 1530 il nuovo duca di Milano Francesco II Sforza se ne impadronì di nuovo confiscandone anche il feudo. Alla confisca i Malaspina si opposero in nome delle antiche investiture. Soprattutto il marchese Cesare mandò avanti la causa per lunghi anni. Causa che terminò nel 1613 con un rimborso in denaro in cambio del feudo che passò agli Sforza. Ora rimangono le rovine nella altura in fronte al paese e al Tempio della Fraternità. Percorrendo la stradina stretta che porta sulla parte alta di Cella di Varzi, veniamo colpiti da alcuni cimeli di guerra come un aereo da combattimento: avvicinandoci al Tempio, ci accorgiamo della quantità di mezzi corazzati che riempiono il piazzale adiacente, ai piedi della statua di Papa Giovanni XXIII, con la mano alzata, quasi a simboleggiare che la potenza del santo abbia fermato lo sparare incessante di questi mezzi da guerra. Le domande che possiamo porci sull’inutilità della guerra si affacciano spontanee a mano a mano che entriamo nel Tempio, tutto arredato di cimeli di guerra, carri armati, cannoni, missili e altro ancora, a simboleggiare orrore e distruzione: in ogni caso, la chiesa ha inteso accogliere strumenti di morte all’interno di un luogo di vita e speranza. Questo è l’intendimento che don Adamo Accosa, cappellano militare, ha voluto dare a questo luogo, spinto da Angelo Rocalli, non ancora Papa Giovani XXIII, che inviò la prima pietra proveniente dall’altare della chiesa nei pressi di un paesino della Normandia, andata distrutta durante lo sbarco degli alleati. Il Tempio è stato ricostruito nel 1951, sulle macerie della precedente chiesa: da allora è stato un susseguirsi di arrivi da ogni parte del mondo di materiale bellico che il prelato ha pazientemente posizionato all’interno della chiesa. Non solo è arrivato materiale bellico, ma anche pietre di altre chiese come, ad esempio, le pietre delle guglie e parte del pavimento del Duomo di Milano: parti rovinatesi durante i bombardamenti. Oltre a una moltitudine di oggetti come elmetti, divise, fucili, munizioni, quadri, fotografie, possiamo trovare altri oggetti particolari come la fonte battesimale costruita con un otturatore di un cannone da 305 della Andrea Doria, la famosa corazzata italiana; e, appesi al muro, un crocefisso e l’immagine di Cristo costruiti con fucili, baionette e altri armi. Un’altra immagine da ricordare del Tempio è sulla balaustra dell’altare, dove ci sono delle piccole urne in cui sono poste le sabbie dei più famosi fiumi della Terra: dal Gange al Don e così via.

Cencerate

◾VIDEO: Cencerate

LE FRAZIONI : frazione di Brallo di Pregola

Cencerate sorge su uno sperone delimitato da profondi burroni. Qui, sui resti di un antico oratorio che esisteva già nel XII secolo, fu edificata l’attuale Parrocchiale di San Giovanni Battista, decorata e affrescata dal pittore tortonese Domenico Fossati. Il paese costituito da tante fontane che si trovano anche sulla bella strada che porta sulla panoramica del Monte Lesima.

Ceregate

◾VIDEO: Ceregate

LE FRAZIONI : frazione di Santa Margherita di Staffora

Ceregate.  È un paesino fantasma nascosto dove l’Alta Valle Staffora si incuea per risalire alle sue sorgenti. Al paesino; Oggi Ceregate è disabitata, almeno nella stagione invernale. Rimangono alcune case ormai decadenti, al cui interno si scorgono e si immaginano gli ultimi momenti di vita del paese. Quasi come fosse un piccolo miracolo, la chiesetta dedicata a Maria Bambina, a tutt’oggi in ottimo stato, veglia ancora sul paese. Questo luogo si rianima due volte all’anno, quando la parrocchia di Cegni si riunisce la prima domenica di settembre e il lunedì dell’Angelo. Una messa e, nel piazzale adiacente, gli anziani del paese iniziano gli “incanti”, mettendo all’asta i prodotti tradizionali.

Cervesina

◾VIDEO: Cervesina

LE FRAZIONI : Buschi, San Gaudenzio

Nel medioevo San Gaudenzio, dove si trova il castello omonimo, era più importante, specie dal punto di vista religioso, essendo sede di pieve da cui dipendevano diversi paesi della zona. Nell’ambito dei domini di Pavia, facevano capo alla podesteria di Voghera; tuttavia, al tempo della prevalenza dei Beccaria, si costituirono in feudo autonomo sotto un ramo della medesima famiglia, detto appunto “Beccaria di San Gaudenzio”. Nel XVIII secolo San Gaudenzio fu unito a Cervesina, e il comune ebbe per qualche tempo il nome “Cervesina con San Gaudenzio”. Lo spostamento del corso del Po verso sud determinò la distruzione di quasi tutto l’abitato, di cui non rimase che l’estremità meridionale, che da allora ha ripreso a estendersi. Il Po aveva distrutto anche un’importante frazione, la “Rampina”, posta ancora più a nord, presso l’antica foce della Staffora. In località San Gaudenzio troviamo il bellissimo castello che, da maniero di difesa, si trasformò a residenza. Fu infatti teatro di sfarzosi balli e feste organizzate dalle nobili famiglie proprietarie (Beccaria, Taverna, Trotti). Immerso in un parco secolare, oggi è utilizzato come albergo-ristorante. Nella piazza di Cervesina si trova la chiesa dedicata a Sant’Ambrogio.

Cignolo

◾VIDEO: Cignolo

LE FRAZIONI : frazione di Santa Margherita di Staffora

l paese di Cignolo è posizionato alla strada provinciale che collega Casanova Staffora a Castellaro, all’inizio della frazione si trova l’Oratorio di San Giacomo. L’edificio risale al 1887, così come la torre campanaria.

Cigognola

◾VIDEO: Cigognola

LE FRAZIONI : Casa Valenti, Cascina Stefano, Case del Piano, Regondè, Rivara, Valle Cima, Valle Fondo, Valle Mezzo, Valle Scuropasso, Vicomune

L’attenzione di chi si avvicina a Cigognola viene di solito carpita dalla sagoma del castello e della torre che svetta ben visibile da molti angoli dell’Oltrepò Pavese e della Pianura Padana. In effetti, la Chiesa Parrocchiale di San Bernardo Abate è posta in una posizione strana, a ridosso della massicciata della strada che corre lungo il perimetro esterno del castello. Si nota subito la diversità architettonica tra la chiesa e il campanile, costruito in epoca successiva, probabilmente durante il restauro dei primi anni del 1700 da parte del conte Giuseppe Visconti Scaramuzza. All’interno della chiesa ci sono numerosi dipinti di autori del luogo. Ottima è la passeggiata tra i vicoli del paese e nella piazza antistante l’entrata del castello. Nel fondo del paese, un viale di ippocastani ci porta a un colle dove troviamo una torre e un monumento ai caduti, proprio dove possiamo godere di un bel panorama sulle colline, ricche di vigneti, e sulla Pianura Padana. Il castello di Cigognola condivide con quello di Montalto Pavese lo scettro della miglior visibilità: in effetti, la sua torre si nota anche da molto lontano e da tutti i crinali dell’Oltrepò Pavese. Da molte posizioni del territorio dell’ Oltrepò Pavese, si può riconoscere in maniera netta la torre che s’innalza da un poggio a dominare la Valle Scuropasso. Il castello conserva ancora la sua imponenza, sebbene abbia subito molti rifacimenti e altrettanti restauri. Gli interventi di manutenzione, in ogni caso, hanno scrupolosamente rispettato le antiche origini del castello. L’antico e imponente stemma in marmo, posto alla porta di ingresso, ci riporta ai Visconti-Scaramuzza. La proprietà attuale del castello è della famiglia Brichetto–Arnaboldi, riconducibile alla coniuge di Gianmarco Moratti, fratello dell’ex presidente dell’Inter Massimo Moratti di Milano. Del castello, purtroppo, dobbiamo raccontare fatti di guerra che lo hanno visto coinvolto durante la Seconda Guerra Mondiale, essendo sede delle truppe tedesche e testimone del sacrificio di alcuni partigiani. Il castello è aperto a terzi per visite culturali soprattutto in occasione della commemorazione della morte dei partigiani uccisi e gettati nel pozzo del cortile, nell’anniversario della tragedia, che cade ogni anno nella giornata del 25 settembre. Molte chiese, oratori e parrocchie dell’Oltrepò Pavese sono dedicate a San Rocco; come la chiesa di Vicomune, posta sulla strada interna e parallela alla statale che collega Redavalle a Broni, ai piedi della collina dove si trova Cigognola. L’oratorio di Vicomune, oggi parrocchia, esisteva già nel 1518 e dal 1625 si celebravano funzioni dedicate agli infermi e agli ammalati. Nel 1943, la parrocchia ha affrontato un considerevole ampliamento. Salendo da Vicomune verso Cigognola, possiamo notare un piccolo, ma interessante laghetto.

Codevilla

◾VIDEO: Codevilla

LE FRAZIONI : Casareggio, Garlassolo di Sotto, Mondondone, Piana, Pontasso, Rasei

Questo paese di trova ai piedi della zona collinare. Vi si può ammirare, se pur solo dall’esterno, Villa Negrotto Cambiaso. Una particolare attenzione vale la pena concederla ad una Maclura secolare di estrema bellezza che, a detta degli esperti, è fra i più vecchi e grandi esemplari italiani. Più all’interno, la storica Azienda Vitivinicola Montelio, il suo cortiletto ci accoglie con un glicine che, con i suoi 140 anni di età, si trova in un angolo davvero incantevole. L’azienda conserva ancora un bellissimo “infernot” interrato, in mezzo ai vigneti, un particolare edificio a struttura esagonale. All’interno del paese si trova la Parrocchiale di San Bernardo. La data di costruzione della chiesa è ancora incerta, ma si sa che è stata costruita dopo il decadimento della Pieve di San Martino, che lasciò il posto alla nuova Parrocchiale, vista l’importanza e la crescita del nuovo paese di Codevilla. Alla fine del sentiero che costeggia il torrente Luria, si scorge la fonte solforosa naturale preservata dalla natura stessa. A Garlazzolo di Sotto, Palazzo Rovida svetta imponente. A Mondondone si trova la Parrocchiale di San Bartolomeo. Le prime notizie storiche relative alla chiesa di San Bartolomeo a Mondondone risalgono al 1408. Troviamo anche la bella Villa Tavazzani. Percorrendo il sentiero che collega Mondondone a Sant’Antonino, troviamo le indicazioni che ci portano brevemente all’Oratorio di Montù, posto su una roccia nascosta dalla fitta vegetazione: alberi che concedono ombra a chi desidera passeggiare e sostare in tranquillità. Un luogo sacro che ha resistito al tempo grazie non solo ai restauri, che ne hanno riportato alla luce la straordinaria bellezza, ma anche per il caparbio volere e attaccamento degli abitanti dei paesini adiacenti. Di origini incerte, si conosce solo il profondo restauro volto ad allargare la struttura operato dal Marchese Beccaria. L’Oratorio si trova sotto la giurisdizione di Sant’Antonino: da ricordare la riproduzione della grotta di Lourdes. Addentrandosi lungo la valletta del Rio Brignolo per mezzo di una stradina che da Torrazza Coste porta a Castellaro e poi a Boffalora, giungiamo a Pontasso dove si erge il meraviglioso Santuario della Madonna del Pontasso. Secondo una leggenda popolare, durante lo storico assedio di Pavia da parte dei Longobardi, un giovane guerriero, tale Conte Asso, essendosi spinto all’interno delle nostre colline per cacciare la selvaggina, smarritosi tra la folta boscaglia, fece un voto alla Vergine Maria: se fosse uscito da quei luoghi selvaggi, avrebbe innalzato una cappella in suo onore. Improvvisamente, una stupenda Signora sarebbe apparsa al giovane e gli avrebbe indicato il sentiero per uscire dalla boscaglia. Sul luogo della presunta apparizione, il Conte Asso avrebbe appunto eretto una piccola cappella. Più tardi, a valle del colle, essendo stato gettato un ponte sul rio Brignolo, la località venne chiamata Ponte Asso e, in seguito, Pontasso. Il santuario è uno dei monumenti di epoca Longobarda, come dimostra l’orditura di alcuni muri perimetrali. La cappella fu fatta affrescare dai nobili Beccaria, signori del luogo. Sulle pareti del piccolo coro si possono ammirare, benché in precarie condizioni di conservazione, primitivi affreschi: lo stemma dei Beccaria e due santi nimbati sulla parte di destra. In quella di sinistra, tra due santi aureolati, una piccola inginocchiata con le braccia protese in alto. Sul fondo, l’Annunciazione parzialmente rovinata per l’apertura di una finestra ovoidale. Altri magnifici affreschi andarono distrutti durante i lavori di ampliamento del santuario del secolo scorso. L’Oratorio di Santa Maria di Pontasso pare abbia goduto di un beneficio di terre coltivate, boschi e zerbidi, per un reddito annuo di sei scudi milanesi. Tale notizia avvalora l’ipotesi che, anticamente, la chiesa di Pontasso fosse una parrocchia. Un cimitero, ubicato sul davanti della chiesuola, confermerebbe tale ipotesi. L’attuale Oratorio, con porta e finestre a sesto acuto, è del 1858. L’interno ha una sola navata che, scandita da due archi a tutto sesto, conserva, ancorché deteriorate, le originali decorazioni ottocentesche. Sulla destra, l’antica statua miracolosa della Vergine, ricoperta di broccato. Sul fondo, sopra l’antico altare, in una nicchia, una pregevole statua lignea ottocentesca della Madonna. Sulla facciata, una lapide con stemma gentilizio ricorda il marchese Negrotto Cambiaso di Codevilla, costruttore e restauratore dell’Oratorio.

Colleri

◾VIDEO: Colleri

LE FRAZIONI : frazione di Brallo di Pregola

Si può poi entrare in Colleri trovando Chiesa di San Innocenzo. Di stile romanico, la facciata è in pietra a vista, con tre piccole finestre. L’interno presenta un’unica navata con un prezioso altare in marmo, di nuovo restauro, dai semplici colori bianchi e arancioni. Il vecchio Mulino Prenzone si trova sul sentiero che parte qualche centinaio di metri dopo il paese, segnalato dai segnavia bianco-rossi. Del mulino rimane la grande ruota e alcuni macchinari ormai ammalorati e schiacciati dal tetto che sta cedendo.

Colli Verdi – Canevino

◾VIDEO: Colli Verdi – Canevino

LE FRAZIONI : Caseo, Colombara, Fontana

Arroccata su un colle, Canevino si trova alla confluenza delle valli Scurospasso e Versa, ai piedi della Parrocchiale di Santa Maria Assunta. La chiesa gode della fama di essere una delle prime chiese cristiane dell’Oltrepò Pavese: una lapide funeraria è di epoca romana. La storia della chiesa si incrocia anche con quella di San Colombano: infatti, era un punto importante per la sosta negli spostamenti del santo e dei pellegrini, in quella che oggi è chiamata “Via di San Colombano”, che si collegava alla Via Francigena e all’Abbazia di Bobbio.  È raggiungibile da una lunga gradinata chiamata “l’antico percorso di San Colombano”, a memoria del lungo tragitto che lo stesso San Colombano intraprese per recarsi da Pavia al convento di Bobbio. Dal sagrato si può godere di una spettacolare vista sui regolari e rigogliosi vigneti d’Oltrepò Pavese. Ormai abitazione privata, il piccolo castello richiama i segni di un’operosità storica. Più in là, il municipio trova collocazione in frazione Caseo che, unitamente ad altre frazioni, compone la struttura del comune. La caratteristica del territorio è rappresentata dalla viticoltura: le aziende del luogo, note e rinomate, sono dedite alla produzione di vini di pregiata qualità.

Colli Verdi – Ruino

◾VIDEO: Colli Verdi – Ruino

LE FRAZIONI : Ca del Matto, Ca del Zerbo, Canavera, Carmine Passo, Carmine Bivio, Costa Trentini, Montù Berchielli, Pometo, Torre degli Alberi

Ruino appartenne nel Medioevo ai domini dell’abbazia di San Colombano di Bobbio: fu incluso nel territorio dell’Alta Val Tidone soggetto all’episcopato bobbiese. Nel 1164, fu tra i centri dell’Oltrepò assegnati con diploma imperiale alla città di Pavia; nonostante le successive conferme, forse Pavia non riuscì a consolidare il dominio su Ruino, che in effetti in seguito seguì le sorti di Zavattarello, capoluogo della valle, nelle infeudazioni ai Landi (1269) e ai Dal Verme, che dal 1372 ne ebbero ininterrottamente la signoria fino all’abolizione del feudalesimo. Non faceva parte dell’Oltrepò Pavese propriamente detto, ma della giurisdizione dei feudi vermeschi, aggregati al Principato di Pavia. Ruino si trova nell’alta collina dell’Oltrepò Pavese, sul lato sinistro della valle del Tidone, nel nodo idrografico da cui si dipartono le principali dorsali collinari dell’Oltrepò. A Ruino si trova uno dei più importanti valichi della provincia di Pavia: il Passo del Carmine, che la collega a Zavattarello. Esisteva un castello del quale ora non sono rimasti che pochi ruderi. Attraversando il paese e percorrendo una stretta e ripida stradina, si giunge sul poggio dove si trova la chiesa parrocchiale di San Pietro Apostolo. Risale al 1612 ed è in stile barocco, con interni di epoca rinascimentale. A Pometo, sede comunale, troviamo la parrocchiale dedicata alla Nostra Signora di Fatima, la torre del campanile rappresenta il punto strategico di passaggio così come lo è il Passo del Carmine, già citato: punto d’incontro tra le Valli Ardivestra, Versa, Scuropasso, Ghiaia di Montalto e la Val Tidone. La storia del Santuario di Montelungo ha vita lunga a causa di molti cedimenti e relative ricostruzioni: il luogo riviste particolare importanza dal punto di vista storico, essendo uno dei santuari mariani più antichi. Non molto lontano ci s’imbatte in un tempietto posto in posizione panoramica sull’Oltrepò pavese orientale, dove in effetti risiedeva prima il santuario, ricostruito nel 1929. Secondo la tradizione popolare, l’origine della chiesa sarebbe avvenuta in seguito alle apparizioni della Madonna a una povera fanciulla sordomuta di Lagagnolo, miracolosamente guarita. Veniva imposto alla giovane di propagandare la costruzione di un santuario dove avrebbe compiuto molti miracoli. Nel 1963, sull’area dove era dapprima posizionata la chiesa di Montelungo, fu eretta la Cappella a ricordo dei fatti miracolosamente avvenuti proprio là. Sull’altare maggiore è posizionato l’antico affresco della Madonna con Bambino. Le frazioni, sebbene siano più piccole, conservano numerose tracce del passato remoto. In prossimità del passo del Carmine, troviamo la Dimora del Carmine e l’Oratorio di San Felice da Cantalice, costruito in pietra. A Ca’ del Matto un grazioso oratorio contraddistingue il luogo. Imboccando la strada per Montù Berchielli, scorgiamo l’antico e omonimo castello, ora residenza privata. Lo si scorge anche dalla Costa del Vento di Montalto – collegato da un sentiero – mentre nella sua collocazione naturale risulta nascosto dalla vegetazione. Una delle frazioni più importanti è Torre degli Alberi dove troviamo la parrocchiale dedicata al SS. Nome di Maria. Il castello di Torre degli Alberi è la residenza privata degli eredi dei Dal Verme, nobili protagonisti della storia medioevale, e non solo, dell’Oltrepò Pavese. Del maniero si può notare ancora oggi l’imponente torre. Il conte Luchino Dal Verme – il Comandante Maino, eroe partigiano della Resistenza – è scomparso proprio di recente. La rovere, posta sul breve sentiero di accesso al castello, ci accoglie, resistente anch’essa al tempo: se avesse la possibilità, siamo certi che racconterebbe tante belle storie legate a questi luoghi.

Colli Verdi – Valverde

◾VIDEO: Colli Verdi – Valverde

LE FRAZIONI : Bozzola, Calghera, Casa Andrini, Casa d’Agosto, Casa Porri, Casa Zanellino, Mandasco, Moglio, Mombelli

Antico possesso dell’Abbazia di San Colombano di Bobbio, concesso ai Malaspina, venne di fatto aggregato al loro marchesato e, nelle successive suddivisioni ereditarie della famiglia, a partire dal XIII secolo, rimase alla linea dello Spino Fiorito e precisamente ai Malaspina di Oramala e Godiasco. Nella successiva suddivisione in cinque linee, Valverde appartenne in prevalenza ai Malaspina di Monfalcone, che prendevano nome da un castello ormai scomparso che sorgeva sulle alture tra Valverde e Sant’Albano, oggi frazione di Val di Nizza. Per raggiungere il presunto castello nel luogo dove si trovano solo pochi sassi, bisogna raggiungere il bivio che porta al Castello di Verde: di fronte, troviamo il sentiero che collega a Pietragavina/Oramala e poi le indicazioni per i ruderi (davvero pochi sassi) del Castello di Monfalcone. Il dominio dei Malaspina – come detto – si estendeva su Valverde e Sant’Albano; ed erano, insieme agli altri rami, condomini della giurisdizione del Marchesato di Godiasco, cui Valverde apparteneva. Nel 1929, il comune di Valverde venne unito a Zavattarello, che prese il nome di Zavattarello Valverde; fu quindi ricostituito nel 1956. Valverde si trova nella zona di transizione tra la collina e la montagna, tra le valli del Tidone e del Nizza. È un comune sparso: la sede comunale è nella frazione di Mombelli. Il nome del comune ha un preciso significato: in primavera, inoltrandoci lungo le strade di Val di Nizza, il verde intenso delle colline accompagna il nostro tragitto.

A Mombelli ci si può inoltrare lungo la stradina impervia per Casa Andrini, a poche centinaia di metri dal bivio per il Castello di Verde. Del “castro Viridi” attualmente sono rimasti soltanto alcuni ruderi in base ai quali è comunque possibile capire quanto fosse importante la struttura della rocca difensiva, collocata in una posizione dominante rispetto al centro abitato. Il primo documento che ne riporta notizia risale al dicembre 1256 nel quale, il vescovo di Bobbio investì feudalmente Guglielmo di Lavagna. Vi sono ipotesi per cui il territorio in cui si trova Valverde è stato conteso tra il vescovo di Bobbio, che nell’XI secolo possedeva Trebecco e Ruino, e il monastero di San Colombano che, nella stessa epoca, disponeva del castello di Nibbiano. Questa zona di confine tra quattro province compresa tra la Valle Staffora, Nizza e Tidone, vede un periodo di incastellamento determinato dalla vivace situazione politica e dalla necessità di difendere il proprio territorio. Il primo documento in cui viene nominato il castello di Valverde risale al maggio del 1143: da tale scrittura si evince che è il vescovo di Bobbio ad avere i possedimenti del borgo di Valverde e Zavattarello. Poco dopo, nel 1155, Piacenza, anti-imperiale, ottiene il controllo di Valverde. In quel periodo, i castellani di Verde sono Niccolò di Montesegale e Pizzotto: sono loro a dover provvedere e fortificare il castello creando un muro e due alte torri e rinforzando il dongione. Con il passar del tempo, gli eredi che possiedono il castello aumentano e il comune è ostile nei loro confronti poiché hanno mostrato più di una volta la tendenza ad allearsi con i Pavesi. Successivamente, il possesso dei territori su cui sorge il castello passa al monastero di San Colombano di Bobbio. Intorno al 1180, la situazione precipita e gli scontri tra il vescovo di Bobbio e il monastero di San Colombano relativi ai possedimenti terrieri diventano sempre più evidenti ed inevitabili. Questa lotta si concluse nel 1207 quando, ormai in modo definitivo, il vescovo ottiene il potere di supremazia anche sul monastero. Nel 1264 secolo, il castello Verde passa ai Landi di tradizione ghibellina con Ubertino, uno dei personaggi più importanti e temuti del tempo, che riesce ad accrescere in modo esponenziale la propria ricchezza e ad operare scelte politiche azzardate. Lo tennero per breve periodo infatti nel 1275 i successivi feudatari sono i Malaspina di Godiasco. I Malaspina, dopo una lunga causa, dovettero, nel 1352, a restituirlo ai Landi. La sentenza non ebbe tanto effetto e durò poco questo passaggio perchè nel 1359 tornò ai Malaspina di Godiasco. Nel 1498 il marchese Leonardo fu Riccardo ottenne dal vescovo di Bobbio la investitura del territorio ma non del castello e di Valverde che invece furono concessi nel 1502 al condottiero francese Luigi di Lussemburgo, conte di Lignj, che però morì poco dopo. I Malaspina ripresero il castello e la giurisdizione del territorio ma dovettero scontrarsi con i ricorsi del vescovo di Bobbio che pretese i possessi invocando la Sacra Rota. Il Senato di Milano che però, nel 1506, si espresse a favore dei Malaspina di Valverde che, dopo la loro estinzione, passò al ramo di Oramala. La struttura e i pochi resti del castello in arenaria è stata restaurata; si può notare una torre cilindrica che termina con una cordonatura ad anello. Ancora visibile è un locale ampio seminterrato a cui si accedeva tramite una botola: probabilmente si trattava di un magazzino per i viveri, usato durante gli assedi. Antiche notizie fanno risalire il castello nei pressi in un’altra posizione. In fronte alla strada di accesso al castello troviamo la sterrata che porta a Pieragavina. Una deviazione a sinistra porta in una piccola radura dove troviamo dei resti in pietra ammassata. La nascosta posizione domina la zona di Valverde. Probabile sia stata una torretta di avvistamento e di controllo.
In fianco alla torre si trova la chiesa dedicata alla Madonna della Neve, fatta costruire dai Malaspina nel ‘600. All’interno vi è un affresco del 1850 dedicato a Santa Barbara e Santa Lucia. La chiesa è aperta il 5 agosto, festa della Madonna della Neve, che si svolge qui. Sconsacrata a causa del degrado, la chiesetta fu riconsacrata di nuovo nel 1852. Come recita il cartello di fianco all’edificio, si dice che la Beata Vergine sia apparsa tra le rovine chiedendo che l’Oratorio venisse riportato in vita e riportato al culto. Di fronte c’è un muretto fatto a cerchio, nel cui interno è posizionata la statua della Madonna. Dall’altura adiacente alla torre si gode di un meraviglioso panorama: la vista sulle dolci colline dell’Oltrepò Pavese permette di individuare i castelli di Torre degli Alberi, Rocca d ÈGiorgi e Zavattarello.
Il comune di Valverde ha istituito un parco dedicato al Castello Verde che comprende, oltre al castello, anche il giardino delle farfalle e i boschi di querce circostanti. La bellezza del Parco corre di pari passo con il Castello di Verde o di quel che resta del castello, cioè il basamento della torre, in pietra arenaria, e una stanza. Le indicazioni per il Parco, così come la bacheca informativa, si trovano a Mombelli. La strada di accesso è ripida e accompagnata da edicole votive, costruite in pietra, in cui vengono ricordati i passi della “Via Crucis”. Arrivati in cima, la sbarra indica il divieto ai mezzi motorizzati: pertanto, una breve passeggiata è gratificata dallo spettacolo che ci regala questo posto tranquillo, mistico e di sicuro interesse storico. Il bel prato è ai piedi della torre del Castello. Dal punto di vista storico, l’area del parco ricomprende altre due importanti testimonianze: l’Oratorio della Madonna della Neve (eretto nel 1608) e i resti di un monumento tombale databile all’età del ferro (5.000 a.C.). Si può arrivare in cima alla torre per mezzo di un piccolo sentiero attrezzato che si arrampica nei pressi delle mura del castello. Il Parco è detto anche “il Giardino delle farfalle” perché si possono ammirare numerose specie di farfalle, attirate dalle altrettanto numerose specie di piante.
A breve distanza dalla frazione Mombelli, sulla provinciale che collega la Val Tidone con la Val di Nizza, in località Casa Balestreri, troviamo la Chiesa di Santo Stefano e Beata Vergine del Rosario: delle sue antiche origini romaniche rimane poco dopo i vari restauri, ma sono comunque importanti per identificarla. Elemento di maggior spicco è il portale, decorato da un cordone in arenaria e da splendidi capitelli. Nelle due nicchie della facciata vengono ospitati i dipinti raffiguranti la Beata Vergine del Rosario e Santo Stefano: a loro è dedicata la chiesa parrocchiale. All’interno c’è una fonte battesimale del 1581. Interessante è il campanile munito di un particolare “cono”, tipico di molte chiese del pavese. Sul sagrato, un monumento dedicato ai caduti della Seconda Guerra Mondiale.
Sempre nel circondario del Parco del Castello di Verde, a Mandasco, appena passato il paese di Sant’Albano, vicino a poche case curate nei minimi particolari, c’è un oratorio restaurato e dedicato a San Rocco.

PARCO e CASTELLO : Parco Castello di Verde + link video youtube

Collistano

◾VIDEO: Collistano

LE FRAZIONI : frazione di Brallo di Pregola

Più in là si scorge Collistano, ai piedi di Colleri, piccolo e ridente borgo dominato da una chiesa ormai sconsacrata: poche anime hanno visto la loro chiesa morire a poco a poco, in un processo di lento decadimento; solo il campanile dà segni di resistenza. Secondo i racconti dei paesani, pare che la chiesa, non molto tempo addietro, fosse frequentatissima da ogni dove. In seguito, le oggettive difficoltà nel raggiungerla e la presenza della vicina Parrocchiale di Colleri hanno portato all’abbandono e addirittura alla sconsacrazione.

Corana

◾VIDEO: Corana

LE FRAZIONI : Ghiaie

Corana, o Corianum nell’antico nome latino, ebbe particolare importanza nell’alto medioevo quando era Corte Regia, estesa anche sui territori di Silvano Pietra e Bastida d È Dossi e comprendente altre corti e castelli. Nell’894 l’imperatore Lamberto II di Spoleto la donò alla madre Ageltrude, nel 969 ne fece dono al monastero di San Salvatore di Pavia. Questa proprietà si trasformò ben presto in signoria feudale, che durò molti secoli. Tuttavia altri enti religiosi avevano beni in Corana, in particolare la Mensa arcivescovile di Milano. Nel 1270 si costituì in comune a sé, detto “Corana della Mensa” – estesa nella zona percorsa dal Po, comprendendo l’isola dove ora sorge l’unica frazione di Ghiaie – la zona rimasta sotto la signoria del monastero del Salvatore prese invece il nome di “Corana del Comune che si estendeva fino alla cascina Campone). Il feudo di Corana del Comune venne infeudato dapprima il 24 marzo 1447 al condottiero Angelello di Lavello dal duca Francesco Sforza, approfittando della decadenza del monastero del Salvatore che ne aveva la signoria; ma, ricostituita nel frattempo l’autorità del monastero, esso riuscì a subinfeudare nel 1468 la corte di Corana (con Silvano Pietra e Bastida d È Dossi) ai Bottigella di Pavia, cui rimase fino all’estinzione nel 1690. Anche la cascina Campone fu un comune a sé, col nome di “Corana del Campone”, nell’ambito del feudo di Corana del Comune, cui fu unito nel XVIII secolo. Finito il feudalesimo, i due comuni furono uniti nel 1802. In piazza si trova la Chiesa Santa Maria Assunta; in località Giaie di Corana si trova la parrocchiale di San Gregorio Taumaturgo.

Corbesassi

◾VIDEO: Corbesassi

LE FRAZIONI : frazione di Brallo di Pregola

Corbesassi, uno dei più popolati. Meritevole di attenzione è la Parrocchiale dei Santi Marziano e Colombano. Per arrivare alla chiesa, bisogna attraversare tutto il paese scendendo dalle caratteristiche stradine. La chiesa appare quasi incastonata tra le case. La piazzetta sembra comunque in contrasto con l’imponenza della stessa chiesa. Una tela rappresenta San Francesco; purtroppo si trova in cattive condizioni e necessita di un urgente lavoro di restauro. Altrettanto belli sono i viottoli in pietra.

Cornale e Bastida

◾VIDEO: Cornale e Bastida

LE FRAZIONI : Bastida de’ Dossi, Cornale

Cornale apparteneva al feudo di Casei, di cui seguì sempre le sorti, passando dai Beccaria ai Torelli di Ferrara, che furono nominati nel 1456 Marchesi di Casei e Cornale. Nel XVIII secolo il comune era noto con il nome di Cornale con Torello, essendo Torello una grossa frazione posta più a ovest, sul Curone, di fronte a Bastida d È Dossi. Essa scomparve all’inizio del secolo successivo, quando anche Bastida d È Dossi fu abbandonata e ricostruita più a sud. Cornale sorgeva allora un poco più a nord, più o meno all’estremità settentrionale del paese attuale. Il paese fu a poco a poco ricostruito, diviso in più nuclei su diverse strade, che solo lentamente si sono fusi in un unico centro, anche se piuttosto disperso. In centro di Cornale troviamo la chiesa della Natività di Maria Vergine.

Il territorio dell’attuale Bastida d È Dossi dipendeva nell’alto medioevo dalla Corte regia di Corana, donata nel X secolo dall’imperatrice Adelaide al monastero di San Salvatore di Pavia. A questa corte faceva capo la più piccola corte di Blundi, da cui a sua volta dipendeva il castello di Gazzo, che attorno al XIV secolo prese il nome di Loco Dossorum dal nome dei suoi signori, probabilmente subfeudatari del monastero del Salvatore. Essi sono anche ricordati dalla cascina Ca d È Dossi di Corana. Nei pressi si trovava anche il Porto Dossorum, che serviva per il transito sul Po, e a difesa di questo passo dal 1452 appare anche Bastida Dossorum. Venne infeudata dapprima il 24 marzo 1447 al condottiero Angelello di Lavello dal duca Francesco Sforza, approfittando della decadenza del monastero del Salvatore che ne aveva la signoria; ma, ricostituita nel frattempo l’autorità del monastero, esso riuscì a subinfeudare nel 1468 la corte di Corana (comprendente anche Silvano Pietra e Bastida d È Dossi) ai Bottigella di Pavia, fino alla loro estinzione nel 1690, dopo di che Bastida rimase sotto la diretta giurisdizione del monastero fino all’abolizione del feudalesimo (1797). Dal 1802 al 1814, in epoca napoleonica, il comune fu soppresso e unito a Silvano Pietra. La collocazione geografica di Bastida fino ad allora era diversa da oggi, trovandosi alquanto più a nord, sempre alla destra del Curone. All’inizio del XIX secolo il Po si spostò temporaneamente più a sud, e ciò costrinse gli abitanti a ricostruire il paese nella posizione attuale più sicura. In centro troviamo la chiesa parrocchiale dedicata Chiesa di San Giovanni Battista. Il 4 febbraio 2014, a seguito di un referendum, Bastida d È Dossi e Cornale si sono uniti nel nuovo ente comunale di Cornale e Bastida.

Cortevezzo

◾VIDEO: Cortevezzo

LE FRAZIONI : frazione di Brallo di Pregola

Cortevezzo è un tranquillo paesino di poche case. Prima di entrare in paese troviamo la chiesa diroccata e ormai abbandonata.

Corvino San Quirico

◾VIDEO: Corvino San Quirico

LE FRAZIONI : Casa Chiodi, Fumo, Mazzolino, Novellina, San Rocco

Corvino San Quirico è un piccolo borgo raggiungibile da Casteggio sulla strada che conduce a Oliva Gessi. L’economia del paese è incentrata sulla produzione vinicola: sono presenti alcune aziende di notevole livello. Il borgo, nella parte alta, conserva pochi resti di quello che un tempo era il castello. Rilevante è la tranquilla carrareccia nella sottostante valletta del Rile di San Zeno, dove si materializza la Grotta di Camarà, che per molti anni ha rappresentato un punto di aggregazione per gli abitanti di questi posti: una cava di gesso, una volta appunto il dancing, dove ci si trovava per ballare e bere un sorso di acqua solfurea. La Grotta di Camarà è ormai chiusa perché franata; un tempo era meta di speleologi alla ricerca di reperti, come i fossili marini ritrovati lungo le rive della stretta valletta. Esiste ancora una grotta, ormai chiusa. La valletta termina nella parte più a sud sotto i paesini di Gessi e Oliva Gessi. Provenendo da Casteggio, prima del paese, s’incrocia la bella parrocchiale. Fu infeudato nel 1470 a Guido Antonio Arcimboldi, e nel 1504 ai Mezzabarba di Pavia. Questi ultimi, che ricevettero il titolo di conti di Corvino, tennero il feudo fino alla loro estinzione nel XVIII secolo. La Parrocchiale di San Quirico è dedicata al santo, figlio di Giulietta, dal quale deriva il nome del comune di Santa Giuletta. Spicca il campanile, con la parte terminale campanaria probabilmente rifatta e costruita in mattoni. Si ricorda un evento funesto avvenuto proprio qui nel corso della Seconda Guerra Mondiale: il parroco fu ucciso perché aveva suonato le campane a mezzogiorno e i militi repubblichini avevano scambiato questo suo gesto come il segnale di un possibile allarme. Salendo nella parte alta del paese, in fondo alla via, notiamo un’abitazione con torre merlata. Anticamente l’edificio si componeva di tre corpi. La sua posizione giustificava la posizione che consentiva un’eccezionale vista panoramica. In seguito, secondo la tradizione, due ali della costruzione furono in gran parte distrutte da un incendio; fu poi utilizzato dai proprietari come residenza di campagna e perse così il carattere di vero e proprio fortilizio, conservando però quello di un solido maniero. In località Novellina, invece, troviamo quella che era una casa-forte, probabilmente collegata al castello di Corvino San Quirico.
Sulla strada tra Corvino San Quirico e il bivio per Mazzolino, l’oratorio è costruito in mattoni ed è dedicato a Maria: infatti, un’iscrizione sulla facciata dice “Maria Nive Candidor”.
In località Fumo troviamo un oratorio, si trova sulla statale che collega Voghera a Piacenza, al bivio di Via Rivetta. Questo è stato un luogo importante nella storia della Seconda Guerra di Indipendenza: proprio qui, infatti, si è svolta una sanguinosa battaglia tra i militi franco-piemontesi e quelli austriaci.
Troviamo poi il Santuario della Madonna del Caravaggio. Al santuario sono annessi un asilo infantile e una casa di riposo. Di recente costruzione, l’edificio è sorto sulle macerie di un piccolo oratorio e, grazie a diverse donazioni, è stato inaugurato nel 1939. La struttura richiama la Chiesa di San Vincenzo in Prato a Milano.

PAESI | F

Fego

◾VIDEO: Fego

LE FRAZIONI : frazione di Santa Margherita di Staffora

MULINI : Mulino dei Cognassi + link video su youtube

Con una deviazione incontriamo Fego, caratterizzata dalla sua interessante Parrocchiale dedicata a San Colombano risalente all’inizio del 1600, a pianta rettangolare, con una torretta campanaria. Attraversato il torrente Montagnola un sentiero ci porta lungo il fosso del Freddo al Mulino dei Cognassi. A metà percorso troviamo un muro di cinta costruito con pietre del posto. Il mulino è nascosto tra la vegetazione: una piccola deviazione ci porta al mulino, realizzato interamente in sasso e costituito da più edifici, comprendenti una stalla e una cascina. La ruota di questo mulino è molto stretta e alta una decina di metri. Il mulino era un punto importante per l’economia della zona: infatti, produttori e agricoltori di frazioni limitrofe, come Cencerate, Valformosa e Barostro, vi portavano mais, grano e castagne per la produzione di farina, prezioso elemento per il sostentamento e perno fondamentale per l’economia del territorio. Sopra il mulino troviamo una vasca costruita in terra che dava alimento e forza alle pale. Proseguendo sul sentiero prima di Bralello incontrano alcuni castagni secolari, patrimonio naturale di questo incontaminato territorio dalle caratteristiche boschive.

Feligara

◾VIDEO: Feligara

LE FRAZIONI : frazione di Brallo di Pregola

Ripartendo dal Passo del Brallo si possono percorrere due strade panoramiche sul torrente Avagnone. Quella di sinistra porta in Val Trebbia: s’incrocia per prima Feligara, con caratteristici viottoli interni, adornata dal piccolo Oratorio di San Rocco. L’oratorio è posto in posizione panoramica sulla valletta e la cima del Monte Lesima. Per arrivarci, si scende attraversando il paese.

Fortunago

◾VIDEO: Fortunago

LE FRAZIONI : Cappelletta, Colombara, Costa Cavalieri, Costa Galeazzi, Gravanago, Molino della Signora, Sant’Eusebio, Scagni

Il panorama stupendo che si può ammirare da qualsiasi angolazione del pianoro in cui sorge Fortunago fa capire la ragione per cui questo paesino è entrato a far parte dei borghi più belli del nostro paese. A partire dalla torre, che è quel che resta dell’antica rocca, insieme a un tratto di mura. La chiesa parrocchiale è della seconda metà del Cinquecento. L’oratorio risale al XVII secolo. Le facciate degli immobili realizzate tutte in pietra a vista, i serramenti di legno realizzati in tinta naturale, la pavimentazione delle strade create in porfido, l’illuminazione curata e soffusa, le panchine di legno, i cestini in ghisa, l’attenzione estrema per il verde pubblico: tutti questi elementi fanno del paese un perfetto esempio di equilibrio tra modernità e tradizione. Il recupero architettonico nel rispetto delle forme e dei materiali originari fa rivivere in Fortunago la semplicità e la nostalgia per ciò che non c’è più: la pietra viva degli esterni, i fiori ai balconi, i ceri in chiesa, le siepi tagliate e curate, gli insetti nei campi, i filari delle vigne, la focaccia cotta sulla pietra, gli abitanti nella loro quotidiana genuinità. Di interesse nel borgo si può trovare una sorgente di acqua minerale. La Chiesa di San Giorgio si trova nella parte alta che sovrasta il paese: ci si arriva per mezzo di una stradina ripida che conduce direttamente nel piazzale dove c’è anche il municipio e dove un tempo sorgeva il castello. Sulla facciata, troviamo l’immagine di San Giorgio che uccide il drago, datata 1936. La chiesa che oggi vediamo è stata probabilmente ricostruita sulle fondamenta di un precedente edificio di culto medievale, forse gotico, i cui resti sono visibili nel presbiterio e nella sacrestia. Appena sotto la chiesa, si notano i resti dell’antico castello. Prima dei Malaspina passò al vescovado di Bobbio lasciato dal diacono Gherardo. Passato dai Landi di Piacenza ai Giorgi ai Dal Verme. Estinti i Dal Verme venne infeudato ai signori del ducato di Milano. Il castello di Fortunago passò così ai Malaspina in epoca tarda appunto nel 1546 a Cesare Malaspina di Godiasco. Rimase ai discendenti fino all”800. Venne abbandonato dai discendenti ed oggi ne rimangono poche mura nella piazza sommitale dove troviamo il municipio. A sinistra dell’ingresso alla sacrestia c’è la nicchia contenente la reliquia di San Ponzo, il martire protettore del paese: a lui è dedicato anche l’altare. Interessante anche l’attuale municipio che deriva da un’antica casa-forte, confermata da un arco al fianco dell’edificio del palazzo Comunale. Percorrendo la strada che conduce a Fortunago, non possiamo fare altro che imbatterci in questo piccolo Oratorio nel bel mezzo del piazzale. Siamo nella parte bassa del borgo. L’oratorio è dotato di torre campanaria che dona un aspetto più austero. L’interno è piccolo, ma di grande fascino architettonico. Proseguendo da Sant’Eusebio, troviamo il bivio per Gravanago, piccolo paese con poche case, però quasi tutte ristrutturate: incastonato tra le case, ecco il piccolo Oratorio di San Giovanni BattistaVilla Galeazzi e Costa Cavalieri sono poste su un crinale panoramico, sulla strada per Fortunago: tra i due paesini sorge una piccola Chiesa della Beata Vergine, di recente costruzione, intitolata alla Beata Vergine. A Costa Galeazzi, a pochi passi dal borgo di Fortunago, Alain e Viviana hanno deciso di trasferirsi in Oltrepò Pavese per godersi e vivere il proprio tempo ed hanno investito in un terreno facendolo diventare un progetto ambizioso: la Casa di Paglia. Una struttura costruita solo con materiali naturali paglia, argilla e legno: un progetto totalmente sostenibile e auto costruito, frutto dell’ingegno e della manualità. Un sogno diventato realtà e un’esperienza da condividere con ospiti e amici. Oggi un agriturismo rinomato dove si possono acquistare prodotti e frutti del loro lavoro.

◾GIARDINI, PARCHI, RISERVE: Parco di Fortunago + link video su youtube

PAESI | G

Godiasco-Salice Terme

◾VIDEO: Godiasco

LE FRAZIONI : Alta Collina, Casa Bedaglia, Casa Belloni, Cascina Morosini, Gomo, Montegarzano, Piumesana, Sala Superiore, Salice Terme, San Bartolomeo, San Desiderio, San Giovanni, Verone, Montalfeo

Sebbene risalga all’epoca romana, Godiasco deve il suo splendore al Medioevo: le sue vicende risultano strettamente legate alle vicende dei Malaspina. Il borgo dell’antico impianto medievale, infatti, conserva ancora i resti delle torri delle mura risalenti al XIII secolo e, all’interno, il Palazzo Malaspina, che si presuppone sia stato il castello. Della Valle Staffora è, con Varzi, il più importante complesso dei Malaspina. Non richiamato nel 1164, lo troviamo nelle divisioni del 1275; assegnato ad Alberto Malaspina, stipite del ramo di Godiasco. Per molto tempo i discendenti di Alberto assunsero il titolo di marchese di Godiasco e mantennero indiviso il feudo. Minaccia per i vogheresi perchè troppo vicino a Voghera, per questo venne, nel 1398. espugnato da parte delle milizie ducali di Milano. Da qui nei secoli passò di proprietà molte volte, sempre in combutta tra i signori di Milano ed i Malaspina. Da ricordare l’anno 1415 quando le milizie milanesi con a capo il Conte di Carmagnola misero sotto assedio Godiasco ed i Malaspina vennero catturati e torturati. Nel recinto del fortilizio furono costruiti alcuni complessi che possiamo notare ancora oggi: una parte costruita per esigenze militari, ne possiamo vedere la torre, ed una parte costituita da un palazzo signorile posto nel centro del paese eretto probabilmente nel XVI secolo dal marchese Cesare Malaspina. All’interno è stato conservato un archivio dei Malaspina di estremo interesse. Sebbene costruito non fu mai molto abitato tanto da preferire altri castelli come quello di Pozzolgroppo posto in posizione più riparata, di Montefratello e di Rivanazzano.Il paese ha dato i natali a un famoso artista: Antonio Cagnoni, a cui è intitolato il teatro del paese. L’antica chiesa di San Siro si trova nella parte interna del paese in Piazza Cagnoni, adiacente al Palazzo Malaspina-Pedemonti: in stile romanico, con tetto a capanna, conserva un passaggio che la collegava al palazzo, così da permettere alla nobile famiglia di assistere alle funzioni senza dovere scendere in strada. La chiesa subì poi un lento e inesorabile degrado che la portò ad essere sconsacrata. La Parrocchiale fu quindi spostata nella nuova sede che si trova dalla parte opposta, nei pressi del municipio e delle scuole elementari. Dal degrado si è passati al recupero e alla sua trasformazione in Museo dell’arte contemporanea, del legno e della mineralogia, assai particolare – per non dire unico nel suo genere. Caratteristica l’esposizione di 50 tele del pittore contemporaneo Giovanni Novaresio, cittadino onorario di Godiasco. Troviamo poi una raccolta di vari tipi di legno e minerali della Valle Staffora, realizzata da Guido Percivati, a rappresentare le tipologie usate dalle genti di questi luoghi. Ciò che però colpisce di più è la mostra di diorami, realizzati dall’artista locale Riccardo Bedaglia, per la contemplazione e la meditazione del grande mistero del Natale. I diorami (presepi) riproducono fedelmente un episodio del Vangelo. Inoltre Bedaglia espone miniature che riproducono Piazza Cagnoni di Godiasco con la vicina ex chiesa vecchia e Palazzo Pedemonti, la chiesa romanica, la Pieve di San Zaccaria e la caratteristica Via del Molino di Godiasco. C’è sicuramente materiale più che sufficiente per giustificare una visita. La nuova Chiesa Parrocchiale di San Siro è in mattoni a vista, secondo i canoni del primo Novecento. Al centro del paese, l’ex Chiesa della Fontana si trova nelle vicinanze della Torre Malaspiniana; riconoscibile dal tetto, è oggi una abitazione privata. La Chiesa della Natività è situata all’ingresso di Salice Terme, alla fine della strada che prosegue lungo un bellissimo sentiero che si collega a Rivanazzano nel centro del parco. La chiesina ha origini antiche che affondano nell’Alto Medioevo. Appartenuta dapprima ai Frati Benedettini, passò poi ai Frati Domenicani e, nel 1799, con tutti i possedimenti annessi, all’intendente generale Pietro Giorgio Gatti di Rivanazzano; alla fine del XIX secolo, passò alla società costituitasi per la creazione di uno Stabilimento Bagni in Salice. Nei primi anni del 1900 passò sotto il controllo ecclesiastico; ma, nel 1939, Salice Terme divenne sede parrocchiale per cui venne edificata una nuova Chiesa, con una nuova canonica, intitolata a Cristo Re. La località di Salice Terme ha una storia antica: già gli antichi Romani la frequentavano: qui, come a Rivanazzano, si trovano due importanti stazioni di cure termali, fatte con le acque solforose, che in queste zone abbondano, visti i tanti affioramenti di gesso, dal quale nascono le sorgenti. A Salice, appena fuori dal parco, si trova la Fonte Salus, risalente al primo secolo a.C. Posta all’ingresso della Valle Staffora, sulla strada per Varzi, Salice è interessata da un clima dolce e temperato. Il grande parco si presta per passeggiate nel fresco sia durante il giorno che la sera, quando il paese si anima con numerose attività di svago e di relax. Le numerose piante, qualcuna delle quali di notevoli dimensioni, rendono questo parco unico in Oltrepò Pavese e di sicuro speciale. Nel parco si trovano anche una rovere di notevoli dimensioni e una sequoia. In Salice Terme è possibile beneficiare di una serie di servizi: hotel, pub e locali di intrattenimento. Gli stabilimenti termali sfruttano le potenzialità delle acque solfuree, salsobromoiodiche e solforose presenti in abbondante misura nel sottosuolo per aerosolterapia e fangoterapia.
Percorrendo la strada alta di Salice Terme, che conduce in località Alta Collina, troviamo la piccola chiesa di San Bartolomeo, appartenuta ai monaci di San Marziano e ristrutturata qualche tempo fa. A San Desiderio si trova la Chiesa delle Roveri posta all’interno del paesino, quasi nascosta. In località San Giovanni, troviamo la bella chiesa. Di origini molto antiche, risalente al secolo quindicesimo, leggermente scostata dal paesino, in un luogo molto tranquillo. Al portale si accede attraverso un caratteristico vialetto. Dal centro di Godiasco si prende la ripida strada che porta a Gomo: al centro del piccolo borgo troviamo l’Oratorio di San Carlo. Percorrendo la strada di collina che porta a Salice Terme, posizionata sul torrente Staffora a tre chilometri a nord-ovest di Godiasco, incontriamo la Rocca di Montalfeo. Il castello di Monte Alfeo o Monte Alfiere è appartuenuto ai Malaspina di Godiasco ma venne distrutto nel 1375 dai vogheresi. Del castello non rimane molto, questo per la nuova ristrutturazione che ha dato lustro al complesso. Nei pressi troviamo il piccolo Oratorio di Santa Caterina. Piumesana è ricordata nelle località infeudate dell’anno 1164 ad Obizzo Malaspina. Assegnata nelle divisioni del 1275ai marchesi di Godiasco. Nel 1330 Nicolò Malaspina lo diede come dote alla moglie Margherita Pallastrelli. Ebbe probabilmente la sua fine al seguito della distruzione da parte dei vogheresi, a seguito non venne più ricostruito. La casata dei Malaspina di Piumesana si estinsero probabilmente nel ‘600. Titolo che passò ai conti d’Adda di Sale che acquistarono le ragioni feudali sulla località. I ruderi odierni sono incorporati in un fabbricato rustico sopra il paese, mentre restano gli avanzi di una torre trasformata in portico.

◾MUSEI: Museo Arte Contemporanea, Legno, Mineralogia + link video su youtube

◾GIARDINI, PARCHI, RISERVE: Salice Terme, Parco + link video su youtube

◾FESTE : Antica Festa di san Martino + link video su youtube

Golferenzo

◾VIDEO: Golferenzo

LE FRAZIONI : Casa Guastoni, Casa Pegorini, Casa Scagni, Chiappeto, Gerbidi, Molinello

Questo borgo, situato in Alta Valle Versa, ha registrato in epoca medioevale diversi passaggi di proprietà tra i nobili della zona tra cui spicca la casata dei Beccaria. Non possiamo non notare la cura e il restauro del borgo che lo rende uno dei più belli d’Oltrepò Pavese. Del castello ora rimane solo una torre inserita in una villa che è stata di recente restaurata. Si narra che la torre fosse usata come prigione dal momento che, all’interno della struttura, sono stati ritrovati alcuni strumenti di tortura. La chiesa parrocchiale di San Nicola, nel centro storico del paese, è contornata da viottoli stretti e suggestivi. Una chiesa di antica architettura in un borgo che conserva prova dell’antichità dell’alpestre villaggio di Golferenzo. La troviamo quasi nascosta all’interno del paese: ci si arriva attraverso stretti viottoli, che portano al di fuori del paesino immergendosi in ampi vigneti. Si tratta di una chiesa piccola ed elegante; s’innalza nella piazzetta, circondata da un muro di cinta. Tutt’intorno, si scorgono filari di viti.

PAESI | L

Lama

◾VIDEO: Lama

LE FRAZIONI : frazione di Brallo di Pregola

Quasi arrivati in Val Trebbia, poco prima di attraversare il fiume sul Ponte Organasco, una brevissima deviazione porta a Lama e alla sua chiesa, posta in fondo al paesino, a ridosso del Torrente Avagnone, lungo un sentiero molto bello che risale tutta la valletta.

Lirio

◾VIDEO: Lirio

LE FRAZIONI : Molino Sacrista

Lirio è un piccolo comune posto sulla sommità del colle a dominare la valle del torrente Scuropasso. L’esistenza di Lirio è nota fin dall’XI secolo, quando era di proprietà del monastero di Santa Maria delle Cacce di Pavia, come la vicina Montalto. Passata nel 1164 sotto il dominio di Pavia, appartenne alla podesteria e al feudo di Montalto, di cui furono investiti i Belcredi, gli Strozzi, i Taverna e infine nuovamente i Belcredi, sino alla fine del feudalesimo. Nel XVIII secolo passò dal feudo di Montalto a quello di Montecalvo, sotto la signoria di un altro ramo degli stessi Belcredi. In quell’epoca, il maggior proprietario fondiario era il Collegio Castiglioni di Pavia. Nella posizione alta del paese si narra sia esistito un castello, adiacente alla chiesa parrocchiale. Lo testimonia il fatto che in Via della Torre si rilevano i resti di una torre. La Parrocchiale dedicata a San Paolo, si trova nella parte più antica di Lirio, è costruita sulle ceneri di un precedente tempietto. Il paese è caratterizzato da una serie di sentieri che attraversano filari di viti rigogliosi, in un territorio prevalentemente dedito alla viticoltura. Sulla via per il cimitero, all’inizio di alcuni sentieri panoramici, tra filari di viti, sorge un’antica cappella intitolata alla Beata Vergine del Rosario: è stata rifatta nel Novecento.

Lungavilla

◾VIDEO: Lungavilla

LE FRAZIONI :

Il nome del comune, dall’evidente significato di “paese dalla forma allungata”, risale al Regio Decreto del dicembre 1894. Prima di allora il paese si chiamava Calcababbio, toponimo nato probabilmente da un soprannome, derivante dal verbo calcare e dal termine dialettale babi che significa “rospo”, animale molto diffuso nella zona. Lo stemma comunale infatti riporta un piede che calpesta un rospo. Tale nome venne poi cambiato perché giudicato indecoroso. Le antiche origini di Calcababbio sono provate da tombe romane, che, insieme a vasi e a una preziosa urna cineraria, attualmente custodita presso il Museo di Arte Antica di Pavia, furono rinvenute presso la vecchia fornace Palli. Le prime notizie di Calcababbio sono contenute in un documento del 1250, contenente un elenco di terre appartenenti al Ducato di Pavia. Dal XIII secolo apparteneva ai domini pavesi nell’Oltrepò, probabilmente aggregato alla podesteria di Voghera. Nel XIV secolo vi sorgeva una rocchetta appartenente ai Buscaglia di Voghera. Nel XV secolo fu infeudato ai Fregoso di Genova (signori anche di Rivanazzano), ma nel 1493 fu acquistato dal ministro ducale Bergonzio Botta, pavese, la cui famiglia da tempo aveva la signoria del vicino Branduzzo. In breve Calcababbio divenne il centro principale e sede del feudo, rimasto sempre ai Botta (dal 1613 Botta Adorno), che fu elevato a Marchesato nel 1663. I Botta furono consiglieri e ministri dapprima di Filippo Maria Visconti e poi di Francesco Sforza. Secondo una leggenda, il nuovo nome fu ispirato da un’esclamazione del re Umberto I che, transitando per il paese, avrebbe esclamato: “Oh, che longa vila!”. In centro paese troviamo la chiesa di Sant Maria Assunta. Come per il Parco delle Folaghe, anche il Parco Palustre è nato dal recupero di cave, sfruttate da intensa attività estrattiva dell’argilla, scongiurando quindi il pericolo che fossero trasformate in discarica, dopo la chiusura della zona con conseguente abbandono. L’allagamento delle aree scavate è dovuto all’affioramento della falda acquifera sottostante che portò alla comparsa dei primi pesci, mentre le rive si coprirono di vegetazione fornendo rifugio a volatili e anfibi. Successivamente, nel 1984, per iniziativa del Comune di Lungavilla, grazie a una serie di interventi di ripristino e tutela, le cave più degradate furono recuperate: riporti di terreno, piantumazione di nuovi arbusti e interdizione alla caccia all’oca selvatica. Il parco è adatto per una passeggiata rilassante all’ombra di alberi di notevole grandezza; riposante la sosta sulle panchine a ridosso dei laghetti.

◾GIARDINI, PARCHI, RISERVE: Parco Palustre + link video su youtube

◾FESTE : testo + link video su youtube

PAESI | M

Massinigo

◾VIDEO: Massinigo e la fornace romana

LE FRAZIONI : frazione di Santa Margherita di Staffora

Nei pressi di Santa Margherita di Staffora troviamo Massinigo, invece, conserva un pezzo fondamentale della storia dell’Oltrepò, vale a dire i resti di una fornace, di epoca romana, per la fabbricazione di laterizi. La scoperta ha aperto la via non solo a supposizioni ma anche a certezze: il passaggio dei Romani in questi luoghi con transiti di milizie, pellegrini e commercianti. Ritrovata nel 1957 durante i lavori di ristrutturazione della scuola elementare: uno dei siti archeologici di epoca romana meglio conservati in Lombardia e unica nel suo genere in tutto l’Oltrepò Pavese. La fornace, a forma circolare con tiraggio verticale, rappresenta ciò che rimane del piano di cottura, con l’imbocco, dentro il quale veniva immesso il legname da bruciare per alimentare il fuoco che serviva alla cottura e alla produzione di laterizi. Fra l’altro, si può richiedere la visita telefonando al Comune di Santa Margherita Staffora: si entra nell’edificio che un tempo era la vecchia scuola e, dietro una vetrata, si potrà ammirare questo prezioso manufatto.

Menconico

◾VIDEO: Menconico e frazioni

LE FRAZIONI : Bardineio, Ca’ del Bosco, Canova, Carrobiolo, Casa Ciocca, Collegio, Costa Montemartino, Costa San Pietro, Ghiareto, Giarola, Lago, Molino San Pietro, Montemartino, Piano Margarino, San Pietro Casasco, Vallechiara, Varsaia, Vigomarito – prima parte

La località faceva parte dei territori lasciati nel 1028 dal diacono Gherardo (vedi castello di Casasco) ai vescovi di Bobbio. La sua sorte ha seguito quella del castello di Casasco. Infatti i Malaspina se ne impadronirono dopo la investitura del 1164. Se ne parla nell’atto di divisione del 1275. Nel 1422 fu assegnato ad Obizzino Malaspina di Varzi e Fabbrica e quindi al ramo dello Spino Fiorito. Nel 1430 fu infeudato a Petrolino Dal Verme e nel 1466 agli Sforza di Santa Fiora. Il castello era munito di una torre sede nel ‘700 del Pretorio feudale. Dopo alcuni crolli e l’abbandono totale ora non ve n’è più traccia. Volgendo l’attenzione al territorio, si rileva che il comune abbraccia molte frazioni, tutte situate nella valle che confluisce nel torrente Aronchio, affluente dello Staffora ai piedi del Monte Penice. La sede comunale è percorsa da più strade provenienti sia dal percorso che porta al Passo Penice sia dalla via di comunicazione che porta al Passo del Brallo e da quella che proviene dal Passo della Scaparina. Il centro del paese preserva antiche origini: la peculiarità principale è data dalle caratteristiche e pittoresche case in pietra, dalla presenza della chiesa parrocchiale di San Giorgio, sorta sui resti di un antico edificio fondato dai monaci colombaniani di Bobbio dove viene conservato un museo contadino. La entrata è preceduta da un portico costituito da tre archi. Il campanile è realizzato in pietra a vista. L’interno della chiesa è assai accogliente. Al di sotto del sagrato sul sagrato, a livello della strada, si trova una galleria: l’antica strada per Montemartino. Restaurata e recuperata, ospita il Museo della civiltà contadina di montagna e delle tradizioni locali. Il paesino di Menconico sembra fatto apposta per conservare in un museo le tradizioni contadine che rappresentano le tradizioni di tutto il popolo contadino di montagna delle Quattro Province e, in particolare, dell’Oltrepò Pavese. La mostra raccoglie il meglio delle tradizioni contadine di montagna. Gli abitanti dei dintorni si sono prestati per ottenere la migliore conservazione dei ricordi, degli usi e dei costumi dell’Appennino Pavese. Attrezzi di ogni tipo (circa 200) a testimoniare quanto questi luoghi siano importanti per tutto l’Oltrepò Pavese: attrezzi per il lavoro nei campi e per le faccende domestiche, fotografie storiche che ritraggono personaggi più o meno noti della vallata, armati dei loro attrezzi e intenti nelle faccende comuni di tutti i giorni. Si tratta della viva testimonianza di tradizioni ormai abbandonate e sostituite da macchinari ed elettrodomestici, ma che, in questo luogo, rivivono.
Eccellenza della Provincia di Pavia è la Riserva Naturale Regionale del Monte Alpe: Sito di Importanza Comunitaria (SIC), la riserva è gestita da Ersaf (Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste). Fa parte del Comune di Menconico ed è situata nella Alta Valle Staffora. Se la si vuole visualizzare più in dettaglio, la si colloca tra Collegio (poche curve sopra l’abitato), alla confluenza del sentiero del Sabbione, poi della Guardia, e la strada di Costa d’Alpe, che ha la sua partenza nei pressi dell’Oratorio dell’Ospedaletto in Località Tre Passi, punto di incontro delle strade provinciali di accesso alle Valli Tidone via Romagnese, Valle Trebbia via Bobbio e al Passo del Brallo. Nei pressi della Località Tre Passi si trova la Casermetta della Forestale, ora centro operativo dove si possono trovare tutte le informazioni sulla flora e sulla fauna di questo meraviglioso luogo che si presta alle escursioni, soprattutto durante il periodo estivo. Il Sentiero della Faina, del Bricchetto, dei Ponti, della Rondinella e la Vecchia Mulattiera compongono la rete dei sentieri segnalati dove si possono effettuare escursioni a piedi. I sentieri si prestano per essere attraversati, in discesa, anche con la bici da montagna, attraverso le due strade di accesso, più fattibili in salita, ai due estremi della Riserva, più precisamente dalla località Tre Passi e da Pietragavina. Tutto il crinale della Riserva lo si può percorrere con facilità nei due sensi di marcia: riserva panorami stupendi lungo i crinali della Val Tidone, il Monte Penice, il Crinale della Via del Sale dal Monte Boglelio al Monte Chiappo e il crinale del Sentiero Europeo dalla Cima Coletta al Monte Lesima. Un altro percorso naturale per la MTB, interamente segnalato dai segnavia bianco rossi, parte da Romagnese e risale fino alla Costa di Castelvecchio che, sebbene non sia compresa nella Riserva, offre panorami stupendi tra immensi larici e prati colorati di verde intenso. Il percorso prosegue fino a raggiungere il crinale della Riserva: da qui si continua sia a destra sia sinistra così da percorrere altrettanti anelli per il ritorno a Romagnese. Nell’attraversare la Riserva, si notano due fatti importanti, che hanno profondamente cambiato e destabilizzato la sopravvivenza della Riserva: innanzi tutto, la presenza in questi luoghi del Pino Nero, albero di specie non autoctona, che qui è stato intensivamente trapiantato per evitare l’erosione e problemi con la strada statale sottostante. Se si parte dalla Località Tre Passi, durante il percorso, si possono notare dei grossi cumuli di aghi di pino: denotano la presenza della formica rufa, trapiantata in questi luoghi per combattere la Processionaria del Pino che, con velocità, stava attaccando il bosco. Il secondo episodio ci riporta al 1990 quando un incendio devastò questi luoghi, lasciando ampie zone scoperte; oggi è in atto il rimboschimento con piante autoctone. Agli escursionisti interessa sapere che questo luogo riserva notevoli spunti per l’osservazione delle piante, dei fiori e, con un po’ di fortuna, della già citata formica rufa. Come tutte le riserve naturali, vige il divieto di transito per i mezzi motorizzati; vietati anche comportamenti non consoni; mountain biker ed escursionisti sono privilegiati. Una fontana è posta in un luogo dove ci si può fermare per una giornata spensierata, anche per la vicinanza del capanno di Piano Margarino: lì si può trovare un braciere e cuocere carne e salamini per un meraviglioso pic-nic. Purtroppo il lavello è stato rubato da qualche sconsiderato vandalo.

LE FRAZIONI : Bardineio, Ca’ del Bosco, Canova, Carrobiolo, Casa Ciocca, Collegio, Costa Montemartino, Costa San Pietro, Ghiareto, Giarola, Lago, Molino San Pietro, Montemartino, Piano Margarino, San Pietro Casasco, Vallechiara, Varsaia, Vigomarito – seconda parte

Anche qui le frazioni sono parecchie e molte di queste conservano preziosi segni:

A Carrobiolo un poggio viene chiamato “il Castello”, non vi sono scritti che lo confermano ma il toponimo richiama la probabile esistenza.

A San Pietro Casasco la chiesa è posta sulla piazzetta a ridosso della strada che conduce al Passo del Penice, ad accogliere l’ingresso dell’omonima frazione del comune di Menconico. Bella la facciata, con profilo del tetto a capanna spezzata, sul cui fianco si trova la torre campanaria. Risalente al XVIII secolo è il sovraltare ligneo dorato. Di fianco alla Chiesa possiamo vedere quella che un tempo era la vecchia chiesa con il campanile, oggi circolo ricreativo.
Nella frazione di Montemartino troviamo la Chiesa parrocchiale di San Nazario, è stata ristrutturata non molto tempo fa: sono stati rimessi a nuovo gli affreschi e il campanile.
A Carpeneto, appena imboccato il bivio lungo la strada che collega Collegio a Menconico, troviamo un piccolo oratorio.
Situato sul sentiero (segnalato dai segnavia bianco-rossi) che parte circa 200 metri dopo Casa del Lago, dalla strada che porta a Menconico, il mulino di Varsaia si trova sul Rio Fondega. Si tratta di un mulino distrutto: visibili ancora le due macine e i pali che componevano la struttura del palmento.
Il mulino Spalla invece si trova sul sentiero che, segnalato dai segnavia bianco-rossi, parte in località Riva, nei pressi di Menconico, e attraversa il torrente Aronchio per portarsi sulla sponda opposta. Lo troviamo arrivati al torrente. Durante la seconda guerra mondiale, il mulino ha rivestito importanza fondamentale come mezzo di sostentamento per gli abitanti del luogo. Attualmente, il mulino, dopo essere stato per anni in cattivo stato di conservazione, è stato restaurato, conservando tutti i meccanismi per il funzionamento. Il fabbricato è costituito dal corpo centrale, con a fianco la grossa ruota, e da una scala interna che porta ai piani superiori; al primo piano si trova la cucina, mentre al secondo piano sono situate le camere da letto e il solaio in assi di legno. Al piano terra, a fianco del mulino, si trova la cantina, a forma di grotta, che aveva anche la funzione di porcilaia.
Attraverso la Valle Scura, tra boschi e fiori spontanei, si scopre la località Scaparina con un paesaggio fatto di boschi e alpeggi, per lo più sfruttati dagli allevatori. Da queste alture, inoltre, scendono molti corsi d’acqua a carattere torrentizio: tutti confluiscono nello Staffora. Al passo Scaparina (1100 m.), l’aria è fresca e l’atmosfera luminosa: splendida è la vista sulla Val Trebbia. Nelle vicinanze del Passo della Scaparina si trovano i Roncassi, una zona prativa incantevole sui Monti Alpe e Penice; nelle vicinanze sussistono i segni dell’esistenza di un convento denominato Vallescura. Le notizie vengono suffragate dalle narrazioni tramandate e rivelate dagli abitanti di Massinigo e dai sassi usati per costruire le cascine dei Roncassi (oggi albergo La Pernice Rossa) provenienti da quel convento edificato sul poggio di Vallescura, un tempo meta di pellegrini sulla via per Bobbio.
Sulla statale del monte Penice, in confluenza con il bivio che porta in Val Tidone, località chiamata Tre Passi, troviamo il piccolo Oratorio dell’Ospedaletto, di notevole importanza storica. L’oratorio, anche per la sua posizione strategica, è stato luogo di passaggio e ristoro per i pellegrini che volevano raggiungere Bobbio e la sua Abbazia.

Dal Passo del Penice, luogo dove ogni inverno nevoso si può sciare, possiamo imboccare la stradella che porta alla vetta del Monte Penice e al santuario, a metà strada prima delle imponenti antenne RAI, troviamo questa chiesetta con campanile a ricordo dei caduti partigiani. Risulta ben conservata. Vi si accede attraverso un corridoio costruito nel prato dove ci sono anche le statue di Paolo Emilio Taviani e Aurelio Ferrando (“Scrivia”), presidenti della Federazione Italiana Volontari della Libertà. Sulla vetta del Monte Penice si trova il santuario dedicato alla Beata Vergine Maria, in posizione panoramica sulle Valli Staffora, Tidone e Trebbia, ma con vista su tutta la catena appenninica delle Quattro Province, oscurata in parte dalle antenne televisive. Per arrivare in vetta, si percorre una ripida asfaltata. L’origine del santuario è di antica data: le memorie storiche risalgono ad Adaloaldo, figlio del Re Agilulfo, negli anni tra il 620 e 627, dunque poco dopo la morte di San Colombano. E proprio a San Colombano si attribuisce la posa della prima pietra del santuario, sorto sulle macerie di un manufatto di origine pagana. Il santuario riprende lo stile romanico con la torre campanaria di pianta quadrata. Al suo interno sono posizionate la statuetta della Madonna con bambino, simile all’originale in pietra che si trova nella Abbazia di San Colombano a Bobbio, e una statua lignea. Dal santuario si gode della vista di Bobbio, della sua Abbazia e del ponte Gobbo sul fiume Trebbia. Di particolare interesse è l’imponente statua di Cristo Re posta davanti al santuario.

◾MUSEI: Museo Civiltà Contadina di montagna e delle tradizioni locali + link video su youtube

◾GIARDINI, PARCHI, RISERVE: Riserva Naturale Monte Alpe + link video su youtube

◾LUOGHI DI CULTO: Santuario della Beata Vergine sul Monte Penice + link video su youtube

Mezzanino

◾VIDEO: Mezzanino

LE FRAZIONI : Adda, Alberelli, Borrone, Busca, Calcedonia, Caldera, Cassinetta, Maccabruna, Malpensata di Sopra, Malpensata di Sotto, Marossa, Oratorio, Palazzo, Tornello

Mezzanino sorse probabilmente su un’isoletta del Po. Nel XVII secolo certamente era già nell’Oltrepò, ma in precedenza si trovava a nord del fiume. Le prime citazioni di Mezzanino datano dal XV secolo, quando è citato insieme a Tovo, che costituiva uno dei più importanti punti di transito del Po nel territorio pavese. Alla stessa epoca risalgono le prime citazioni di Venesia, che fu un non piccolo centro presso il Po. Nel XVIII secolo erano comuni, oltre a Mezzanino, anche Venesia e inoltre Bovina e Castellazzo Busca. I primi due, decaduti per la vicinanza del fiume che causava gravi distruzioni, furono annessi a Mezzanino in epoca napoleonica: Venesia fu poi completamente distrutto da un’alluvione nel 1890. Il comune di Castellazzo Busca fu abolito nel 1818. Corrispondeva all’attuale frazione Busca, in prossimità della quale, dopo la costruzione del Ponte della Becca, si è sviluppato il nuovo centro di Tornello. La chiesa parrocchiale è dedicata alla Natività di Maria Vergine e, nel 1812 fu sostituita dalla nuova chiesa, realizzata ad opera dell’architetto Fausto Levati. La forma è a capanna.

Mombelli

◾VIDEO: Mombelli

LE FRAZIONI : frazione di Colli Verdi -Valverde

vedi Colli Verdi-Valverde

Montalto Pavese

◾VIDEO: Montalto Pavese

LE FRAZIONI : Bosco della Chiesa, Cà del Fosso, Cella, Costa Gallotti, Costaiola, Dònega, Finigeto, Fornacetta, Molgheto, Pezzolo, Villa Illibardi

Sotto gli Sforza, nel 1477, Montalto Pavese è infeudato come contea agli Strozzi di Mantova, ramo della nobile famiglia fiorentina, sotto la quale comunque i Belcredi mantengono la proprietà del castello. Nel 1617, il feudo è venduto ai Taverna, conti di Landriano, ma nel 1658 i Belcredi lo riacquistarono, conservandolo fino alla fine del feudalesimo. Il feudo viene successivamente elevato a Marchesato. Nel XIX secolo, Montalto diventa sede di mandamento nella provincia di Voghera. Meta di numerosi turisti e appassionati di aeromodellismo è la località Belvedere, sulla cresta di una collina soggetta a forti venti, a causa della sua posizione, a separazione della strettissima Valle Scuropasso e della Valle del Ghiaie. I forti movimenti d’aria rendono divertente il volo di aeromodelli, deltaplani e l’esercizio del parapendio. Per gli amanti della fotografia, questa località garantisce uno speciale spettacolo naturale: suggestivi tramonti e singolari contrasti di luci e colori. Il paese è inoltre conosciuto per il suo maniero che, dominando la valle del torrente Verzate, è visibile da gran parte della Lombardia. La storia puntualizza che, un tempo, esistevano due castelli: una casaforte e una rocca: la prima è quello che oggi è il visibile maniero, mentre per la seconda non esiste più alcuna traccia. Il castello è stato soggetto a demolizioni e restauri fino allo stato attuale. Spiccano le torri e due giardini, uno all’italiana e uno all’inglese, stanze e interni arredati con prestigiosi mobili antichi, che abbelliscono notevolmente il castello.  È di rilevanti dimensioni tanto da rendersi visibile da qualsiasi sito dell’Oltrepò Pavese e costituire punto di riferimento per gli oltre padani.  È stato costruito a partire dal 1593, come si legge sull’epigrafe sistemata all’ingresso da Filiberto Belcredi: alla morte dell’ultimo dei Belcredi, il maniero cadde in abbandono. Poi fu acquistato e trasformato nella struttura attuale. Visibile, invece, è l’entrata che, posta sulla strada proveniente da Calvignano, appena prima di entrare in Montalto Pavese, è stata arricchita da una imponente cancellata. Per quanto riguarda la parte relativa al giardino, si può dire che sul piazzale rivolto a mezzogiorno troviamo due giardini: uno tipicamente all’italiana e l’altro all’inglese, con boschi di larici, roveri e altre poderose piante. Il piazzale è arricchito da splendide statue e da una fontana, da pergolati e da piccoli chioschi. Purtroppo, almeno per ora, il castello non è aperto ai visitatori. La Parrocchiale, dedicata a Sant’Antonino Martire, è posta nella parte bassa del paese sulla strada che dalla piazza di Montalto Pavese porta in Valle Ghiaia. Costruita in antichità sulle fondamenta di una antica pieve, ha subito alcuni rifacimenti: già sede vicariale, presenta due aspetti: l’entrata, restaurata e ridipinta, e la parte alta con il campanile, che ha invece mantenuto i mattoni a vista. Il Museo delle Api testimonia che non si produceva solo vino, ma tutta una serie di prodotti che hanno caratterizzato la storia di questo territorio, tra cui il miele. I signori Martini e Perotti hanno ideato questo luogo, frutto di esperienza decennale sulla apicoltura; furono loro i precursori di un passaggio da un’apicoltura praticata con arnie tradizionali (bugni villici) ad un’apicoltura che invece utilizza arnie con porta-favo mobile. Costruirono così una moltitudine di attrezzi utili a questo lavoro, realizzati spesso con mezzi di fortuna, ma anche con molto ingegno. Accanto a questi attrezzi, nel museo troviamo i rispettivi strumenti più moderni, come gli affumicatori e gli smielatori: si può vedere e ammirare tutta la storia produttiva del miele, in un percorso didattico inserito in alcune stanze del palazzo Cristina, palazzo storico di Montalto, costruito in pietra, secondo per importanza solo al castello Balduno in cima alla collina sovrastante il paese. Cartelloni illustrativi, fotografie e una moltitudine di attrezzi di assoluto valore storico: il percorso ci permette di conoscere la storia del miele e della sua lavorazione che parte dal polline, alla cera, al miele vero e proprio, alla propoli e alla pappa reale. Nella parte bassa del paese si trova la chiesa parrocchiale. Interessante anche Villa Illibardi, posta a fianco del momento ai caduti partigiani. Questa frazione di Montalto Pavese, poco conosciuta, riserva piacevoli sorprese: il Museo Contadino, un importante monumento ai caduti e la chiesa di Santa Maria Cisterna, che ha origini antiche. Situata sulla strada che da Valle Ghiaia di Montalto porta a Montalto Pavese, si presenta con un viale alberato, con una facciata ridipinta di colore giallo intenso e un piccolo campanile. All’interno sono conservate alcune pregevoli tele e un presepio di antica origine. Il museo è dedicato alla storia, alla cultura e alle tradizioni del mondo contadino. Nasce nel 1981 grazie all’apporto di materiali e di attrezzi portati dalla stessa popolazione locale. Raccoglie oggetti di uso comune, attrezzi agricoli e un forno in pietra per la cottura del pane. Ogni oggetto è identificato con il nome scritto in dialetto e la corrispondenza in italiano. Il museo è suddiviso in due sezioni legate alla tradizione dell’Oltrepò Pavese più orientale: il ciclo legato alla coltura del grano, del fieno e dell’allevamento e quello legato alla viticoltura e alla produzione del vino.

◾MUSEI: Museo delle api + link video su youtube

◾FESTE : Fiera di San Martino + link video su youtube

Montebello Della Battaglia

◾VIDEO: Montebello Della Battaglia

LE FRAZIONI : Canova Ghiringhelli, Castel Felice, Genestrello, Sgarbina

Nella battaglia avvenuta a Montebello il 9 giugno 1800, i Francesi, al comando del generale Jean Lannes, vi sconfissero gli Austriaci guidati dal generale Ott. Nel 1859 fu combattuta un’altra celebre battaglia, preludio dell’unificazione d’Italia. In ricordo di ciò, nel 1958, il comune di Montebello ricevette il nome attuale. Nel luogo dove si svolse la battaglia, si trova un ossario contenente i resti dei caduti; è possibile visitarlo tutti gli anni il 20 maggio, quando si svolge un corteo in costumi d’epoca in onore proprio dei caduti. Uscendo dalla piazza, compare il monumento ai Cavalleggeri Piemontesi. Così come a Someglio, la parrocchiale di Montebello della Battaglia è dedicata ai Santi Gervasio e Protasio. Siamo nella piazza che domina il paese alla quale si affaccia anche il Castello Premoli. Bisogna risalire al 1094 per trovare citazione della parrocchia: il nobile cavaliere Uberto Delconte donò questa chiesa all’ordine Benedettino. Successivamente, i Frati Gerolamini, subentrati ai Benedettini nel 1484, decisero di ricostruire il monastero; tale progetto, a causa delle continue guerre, si concretò solo nella seconda metà del 1600. Seguì una ristrutturazione dopo il periodo Napoleonico. Colpisce il fatto che il campanile sia in stile romanico, mentre la facciata è spiccatamente in stile barocco. All’interno di Montebello troviamo numerosi edifici di rilievo dal punto di vista storico e architettonico: Palazzo Bellisomi, Villa Genestrello con il relativo parco, il Palazzo dei Conti Dal Pozzo, Palazzo “Rosso” ex Bellisoni, la Chiesa di Santa Maria in Loretana. Il castello Premoli (ora Beccaria) è stato per anni la sede della scuola e del comune; poi è passato definitivamente di proprietà del Barone De Ghislanzoni, quindi alla figlia che aveva sposato il Conte Premoli. Purtroppo, da allora, iniziò il lento decadimento del castello. Probabile che il maniero fosse dove adesso risiede il Palazzo dal Pozzo, affiancato alla Chiesa Parrocchiale, che mantiene una certa austerità. Risaltano ancora imponenti le mura. Sta avendo la sua nuova vita grazie alla costanza di Davide Parisi e la moglie; una ristrutturazione lenta ma costante e definitiva. All’interno del Centro Don Orione, in fondo al ben curato giardino, assieme ad altre piante di notevole grandezza, troviamo un meraviglioso esemplare di Cedro del Libano, dalla circonferenza di 630 cm, altezza 25 metri e con un’età stimabile oltre i 300 anni. Una statua del Cristo ci invita ad ammirare questo albero e magari, per chi ha fede, a pregare seduti sulla piccola sedia sotto posta sotto le sue immense fronde. Al centro del giardino la bella fontana al cui interno si trova la raffigurazione dell’Italia.

Lungo la nuova tangenziale che collega Voghera a Casteggio, alla vista del maestoso Pioppo Bianco che la leggenda vuole sia l’albero della “Vedetta Lombarda” – di cui ha scritto Edmondo De Amicis – si arriva a Genestrello.

Qui troviamo la Parrocchia della Madonna di Loreto. La sua storia inizia nei primi anni del 1600, almeno così indicano le carte; anche se qualche studioso afferma che le origini di questa chiesa siano più antiche. La chiesa rimane legata per parecchio tempo alla famiglia nobile dei Lunati, che qui avevano un castello con la torre per il controllo della Via Romera; ciò è confermato da una formella in terracotta sulla quale è riportata la scritta “Stemma di Marchesi Lunati 1520-1854. All’imbocco del palazzo vi erano anche due pilastri su cui il pittore Domenico Bonvicini dipinse rispettivamente la Madonna Lauterana e San Francesco. Secondo alcune leggende, sembra che davanti all’immagine della Madonna fossero avvenute delle guarigioni miracolose (i nomi dei miracolati sono conservati nell’Archivio di Stato a Milano). Così i Lunati fecero costruire un oratorio con annesso il pilastro miracoloso, oggi sostituito da una statua. Tra decadimenti e ricostruzioni, si arriva così al periodo delle cruenti battaglie napoleoniche, quando la chiesa subì il saccheggio da parte delle milizie. Finalmente, con il definitivo restauro, la chiesa ritorna agli antichi splendori: appare così come la vediamo. Famosa la palla di cannone (risalente alla Guerra di Indipendenza del 1859), rimasta incastonata nel muro e visibile ancora oggi. Di fianco alla chiesa si imbocca il sentiero che costeggia Villa Pallavicini Trivulzio con il suo giardino.

Montecalvo Versiggia

◾VIDEO: Montecalvo Versiggia

LE FRAZIONI : Bagarello, Carolo, Casella, Castelrotto, Cerchiara, Colombato, Crocetta, Francia, Michelazza

Montecalvo Versiggia si trova nella zona collinare dell’Oltrepò Pavese, nella valle del torrente Versa, in cui confluisce il piccolo torrente Versiggia. La sede comunale è in località Crocetta, ai piedi del castello di Montecalvo che sorge sulla cima di una collina. Montecalvo è tra le località corrispondenti alle signorie locali dotate di un castello, citate nel 1164 nel diploma con cui Federico I, detto il Barbarossa, concedette alla città di Pavia il dominio sull’Oltrepò. Nell’ambito dei domini pavesi, nel XIV secolo, i Beccaria ne assunsero la signoria. In seguito, il feudo di Montecalvo fu separato da Montebello e venduto ai Dal Pozzo e successivamente ai Belcredi, della casata dei signori di Montalto, ma di altro ramo. Montecalvo Versiggia offre un meraviglioso panorama che si gode dalla piazzetta restaurata. Risaliamo nella parte alta di una collinetta percorrendo la strada che parte dalla piazzetta. La piazza accoglie il Museo dei Cavatappi. Annessa alla chiesa, la piccola costruzione ci fece pensare all’abitazione parrocchiale (in effetti, era la ex scuola elementare); invece una targa indicava il “Museo del cavatappi”. La domanda sorge spontanea: quanti cavatappi ci saranno mai al mondo? Tanti, tantissimi, così come i relativi brevetti: ne esistono anche molti pregiati e di valore tanto da scatenare i collezionisti, alla ricerca dei più preziosi. La storia del cavatappi è antica e e risale al 1795, con il primo brevetto che porta la firma di un prete: Samuel Henshall, inglese di nascita. I nomi che ricordano i tipi dei cavatappi sono tanti: a macinino, a farfalla, a rubinetto, a doppia vite, a concertina, a manovella, a due lame e così via. In Italia, numerosi artigiani hanno prodotto una quantità notevole di tipi di cavatappi; anche se purtroppo non registrati come brevetti, se ne possono però ricordare le tipologie: a vite, a due leve, con campana aperta. Il museo li conserva in una quantità davvero invidiabile, da quelli in legno, in argento e in avorio a quelli più comuni, esposti in bacheche di vetro.

In fianco la Parrocchiale di San Alessandro. La sua storia inizia nel 1559. Colpisce la grande tela ad olio raffigurante il santo al quale è dedicata. La chiesa tuttora si presenta in ottimo stato, con colori semplici, ma che ben si armonizzano al contesto. La grande piazza ne completa l’armonia con un bellissimo torchio. Un ultimo strappo e si arriva alle mura perimetrali che sono la testimonianza di quello che era il castello. Di proprietà dei Dal Pozzo, passò di mano ai Belcredi e ai Brignole che lo cedettero definitivamente con le terre ai Fiori i quali ne detengono ancora oggi la proprietà. La costruzione è in mattoni rossi: in alcuni punti si possono ritrovare tracce delle antiche origini, dove si trovavano anche le torri che oggi non esistono più. Si può notare un piccolo balconcino in stile medievale. Partendo sempre dal belvedere sulla nuova piazzetta: su un piccolo colle a ponente scorgiamo la “Pieve della Madonna dell’uva“, un tempo chiesa parrocchiale del XII secolo, intitolata, come l’attuale, a Sant’Alessandro Martire. Nel corso della sua lunga vita, la pieve ha subito una serie di deterioramenti fino a quando la parrocchiale passò alla chiesa attuale, il 3 ottobre 1717, dopo che, due giorni prima, fu celebrata l’ultima funzione, annotando questo avvenimento come “Fine della Chiesa Vecchia”. La “cesa vecia”, chiamata così dagli abitanti del luogo, venne poi restaurata. Al suo interno esisteva un pregevole quadro, rappresentante la “Madonna e un Bambino con l’uva”, attribuita al Cremona, grande pittore della Scapigliatura, amico di Carlo Alberto Pisani Dossi, proprietario del Castello di Montecalvo e della Pieve, che donò l’opera per abbellire la pieve. Purtroppo questa stessa opera fu trafugata dai ladri e rimpiazzata dal quadro, visibile ora, che rappresenta la “Madonna dell’Uva” del pittore Pietro Delfitto. Il paese ricorda questo luogo, ogni anno, con una suggestiva fiaccolata: i fedeli raggiungono la chiesetta per la chiusura delle celebrazioni del mese mariano. A fine vendemmia, inoltre, si celebra la giornata del ringraziamento.

◾MUSEI: Museo Cavatappi + link video su youtube

Monteforte

◾VIDEO: Monteforte

LE FRAZIONI : frazione di Varzi

A Monteforte, sulla Via del Sale, appena dopo aver lasciato Varzi, accanto a una torre Malapiniana, c’è una delle tante chiese dell’Oltrepò Pavese dedicate a San Colombano. All’interno, una serie di quadretti che raffigurano la Via Crucis. Il castello e il paesino furono lasciati nel 1028 dal diacono Gherardo ai vescovi di Bobbio. I Malaspina ne ottennero l’investitura nel 1164. Nel 1275 fu assegnato ai Malaspina di Varzi e ricordato anche nelle divisioni del 1422. Se ne possono vedere i resti sulla collinetta sovrastante il paesino: il torrione e alcune mura perimetrali.

Montemartino

◾VIDEO: Montemartino

LE FRAZIONI : frazione di Menconico

Nella frazione di Montemartino troviamo la Chiesa parrocchiale di San Nazario, è stata ristrutturata non molto tempo fa: sono stati rimessi a nuovo gli affreschi e il campanile.

Montescano

◾VIDEO: Montescano

LE FRAZIONI : Pozzolo-Roncole

Montescano è uno dei comuni più piccoli dell’Oltrepò ma è abbastanza importante. L’antico nome “Mons Scanus” (Scanus significa scranno, sedia) testimonierebbe la posizione del nucleo originario appunto su un poggio. Altri sostengono invece che il nome sia da collegare a Mons Tuscanus, divenuto poi Monte Tuscano, attestato per la prima volta nel 1099, che deve la sua genesi a un originario proprietario dell’Etruria. I primi cenni dell’esistenza del paese, con il nome Montescanus, sono contenuti in un documento del 1164, con il quale Federico I, detto il Barbarossa, poneva il comprensorio di Broni sotto la giurisdizione dei conti Sannazzaro di Pavia. In un atto del 1445, che descrive un fondo detto Zerbo, si segnala la presenza di un castello detto Castellazzo di cui purtroppo non è rimasta traccia. Notevole dal punto di vista storico-artistico è la “Fontana di Missaga” o Missaglia, come qualcuno tende a definirla, in ricordo del primo sindaco di Montescano: Carlo Missaglia, eletto nel 1861 dopo l’Unità d’ Italia, si occupò della sistemazione di queste fonti. Si tratta di un’opera architettonica collocata alle porte di Montescano e risalente al 1700, caratterizzata dalle teste di leone in fronte alle due conche, dalle cui bocche sgorga l’acqua della sorgente Missaga che – secondo una leggenda – avrebbe la virtù fatata di garantire lunga vita. Oltre alla fontana, di sicuro interesse è Palazzo Olevano, opera collocabile al XVIII secolo, realizzata in stile neoclassico-barocco. All’interno della costruzione è posizionato l’oratorio, risalente al 1700, dedicato a San Luigi. Di rilievo sono l’altare in marmo, realizzato sempre in stile barocco, e le vetrate della facciata. A Montescano ha sede il Centro Medico “Fondazione Maugeri, fondato dal professor Maugeri, già direttore della Clinica del Lavoro di Pavia, istituto all’avanguardia per la riabilitazione cardiologica, pneumologica e la rieducazione funzionale. L’Istituto Scientifico di Montescano ha iniziato la sua attività nel 1974: ospita circa 300 posti letto di cui 14 a regime di ricovero diurno; come Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico, è qualificato ospedale di rilievo nazionale ad alta specializzazione per quanto attiene alla Medicina Riabilitativa. Posta lungo la provinciale che da Stradella porta a Santa Maria della Versa, in località Pozzolo, la chiesa parrocchiale di Montescano fu edificata nel 1941; nel 1983, subì un radicale restauro conservativo. Oggi presenta una facciata divisa in tre scomparti, al centro dei quali spicca il finestrone sopra la porta di ingresso. Molto semplice è il campanile: la chiesa conserva comunque lo stile tipico piacentino. Al Messiniano, età dell’epoca miocenica, quindi circa 7 milioni di anni fa, sembra risalire l’origine delle cave di gesso, in frazione Pozzolo e Ca’ dei Colombi, alle quali era legata un’importante attività estrattiva a fini edili. Una leggenda narra l’esistenza di una caverna rivestita da cristalli di gesso a cui sarebbero attribuite preziose virtù.

Montesegale

◾VIDEO: Montesegale

LE FRAZIONI : Bregne, Camolino, Case del Molino, Castignoli, Cencerate, Frascate, Languzzano, Molino della Montà, Sanguignano, Zuccarello

Nota fin dall’XI secolo, Montesegale era sotto la signoria del Vescovo di Tortona e fu sottoposta al dominio pavese nel 1219 da Federico II. Poi venne infeudata ai Conti Palatini di Lomello, del ramo di Gambarana, ricevendo l’investitura da Pavia e dal Vescovo di Tortona, che manteneva quindi un’alta signoria. La signoria dei Gambarana durò, salvo qualche breve interruzione, fino alla fine del feudalesimo. La storia del paese s’incrocia con la storia del castello, visibile sopra una collinetta in Valle Ardivestra. Il castello di Montesegale, restaurato, oggi appartiene ai privati e apre i battenti solo in alcune occasioni. Situato su un’altura da cui domina il paese, ebbe notevole peso nelle vicende storiche locali. La rocca, così come l’abitato, fu quasi sempre proprietà dei Conti Gambarana. Espugnata nel 1415 dal Conte di Carmagnola, capitano al soldo dei Visconti, osteggiati dai signori di Montesegale, tornò più tardi in possesso della nobile famiglia locale che lo ebbe fino all’estinzione della casata. Verso la fine del secolo scorso, il castello fu ceduto ai Belcredi e infine acquistato dalla famiglia Gambarotta nel 1918. Il castello trecentesco, nonostante i successivi rimaneggiamenti, conserva un’impronta medievale. La parte più antica è l’ala Sud, costituita da una rocchetta e da una torre che si ergono su un terrapieno bastionato. Il resto del complesso ha subito interventi e radicali trasformazioni soprattutto per volere del conte Senatore Andrea Gambarana. Il castello si presenta oggi come un insieme articolato di corti ed edifici racchiusi da una massiccia cinta fortificata e dotata di torri quadrate e di mura merlate. All’interno è ospitato il Museo d’Arte Contemporanea: proprio per questo motivo, il castello viene aperto per manifestazioni legate all’arte contemporanea e in occasione della festa di San Damiano. Imbocchiamo la strada che collega la Valle Ardivestra alla Val di Nizza transitando per la sede comunale e il castello: nei pressi di Frascate troviamo la parrocchiale dei Santi Cosma e Damiano in posizione dominante e panoramica sulla Valle Ardivestra. Costruita intorno al 1700 la facciata è stata restaurata mentre il retro, così come il campanile. A Bregne è visibile l’antica fontana del Borianco, mentre a Sanguignano spicca la pregevole chiesetta e l’oratorio della Madonna della Neve. In località Poggiolo troviamo la chiesa di Santa Maria Annunziata. Sempre in Valle Ardivestra, appena prima del bivio per Rocca Susella, troviamo la deviazione per Sanguignano, da lì si arriva alla parrocchiale, leggermente scostata dal paesino.

◾FESTE : SS. Cosma e Damiano + link video su youtube

Montù Beccaria

◾VIDEO: Montù Beccaria

LE FRAZIONI : Bergamasco, Bosco Negredo, Casa Barbieri, Casa Bianca, Costa Montefedele, Figale, Loglio di Sopra, Loglio di Sotto, Maccarone dei Frati, Moriano, Poggiolo, Roncole

Montù Beccaria era dotata di un castello, distrutto nel 1216 dai Piacentini in lotta con i Pavesi, ma poi ricostruito. Verso la fine dello stesso secolo, divenne dominio dei Beccaria. Nel 1412, il ramo di Pieve del Cairo dei Beccaria ne ricevette regolare infeudazione. Nel 1591 questo ramo della casata si estinse con il conte Aureliano che lasciò in eredità il castello ai padri Barnabiti, i quali per lungo tempo furono i maggiori proprietari terrieri del comune. Il feudo invece fu incamerato e venduto nel 1609 ai Salimbene, da cui passò ai Bellone (1665) e, nel secolo successivo (1786), ai Martin, che lo tennero fino all’abolizione del feudalesimo. Ancora nel XVIII secolo esisteva un piccolo comune a est di Montù, cioè Sarizzola, che si trova vicino alla frazione Costa Montefedele. Sarizzola, che probabilmente non apparteneva al feudo di Montù, fu aggregata all’attuale capoluogo prima della fine di quel secolo. L’ingresso del paese dà visibilità alla piazza della chiesa, posta sotto la pavimentazione della strada che lo attraversa. Di fronte si nota il Teatro Dardano, di proprietà privata, uno dei più antichi e un tempo sede della cantina sociale d’Oltrepò, ora restaurato e recuperato alla sua antica funzione. Guardando Montù Beccaria dalle colline adiacenti, si nota l’edificio più alto: un tempo proprio lì sorgeva il castello, che subì demolizioni e altrettante ricostruzioni, poi divenne un collegio barnabita e infine un palazzo signorile, perdendo molto dell’aspetto originale. Viene ora chiamato il “Castellazzo”, nome con il quale viene denominato anche il colle. Attualmente, proprietaria è la famiglia Vercesi, che possiede un’importante azienda produttrice di vino. La famiglia ha condotto opere di restauro cercando di mantenere intatta la struttura, ricavandone una dimora con interessanti interni e arredamenti. Si sale al castello seguendo la via che porta alla parte alta del paese, si entra da un cancello in un piazzale abbellito da alberi di notevole interesse, alla vista dei ruderi di un presunto pronao di quella che un tempo era la chiesa. Ci accoglie un piccolo giardino e una balconata dal quale si può ammirare il panorama ricco di vigneti. Ciò che più colpisce, in questo luogo ricco di storia, è l’assoluta disponibilità da parte della famiglia Vercesi. Entrando in Montù Beccaria, si arriva nei pressi del Teatro Dardano: di fronte, più in basso della massicciata con cui si compone la strada che attraversa il paese, troviamo un piazzale dove risiede la Parrocchiale San Michele Arcangelo e Oratorio. La sua storia è collegata al conte Manfredi Beccaria che ne ordinò la costruzione. Accanto alla Parrocchiale troviamo anche l’Oratorio di Sant’Aureliano. La strada che da Montù Beccaria collega a Bornasco conduce a Costa Montefedele che, proprio nel punto di valico per la discesa verso Bornasco, ospita la Chiesa della Natività della BeataVergine Maria, di recente costruzione, interamente rivestita in mattoni a vista così come la torre posta di fronte alla chiesa. Al fianco della torre troviamo un monumento dedicato ai caduti in guerra.

Mornico Losana

◾VIDEO: Mornico Losana

LE FRAZIONI : Boffalora, Casa Madama, Losana, Montepezzuto, Ronchi, Valsorda

Il comune di Mornico Losana seguì le sorti del feudo di Montalto nei successivi passaggi agli Strozzi, ai Taverna e al definitivo ritorno ai Belcredi, che nel XVIII secolo presero anche il titolo di Marchesi di Mornico. Immersa nei vigneti, Mornico Losana è dominata dal castello. La parrocchiale ha dato il nome dei Santi Cosma e Damiano di cui colpisce la bella pavimentazione in piastrelle. La chiesa si trova nella piazza del Municipio. Il castello sorge nella parte alta del paese ed è raggiungibile attraverso una bella stradina interna: dal maniero, con lo sguardo, si possono ammirare gli altri castelli più importanti di queste zone. Costruito nel 1190 dalla famiglia Belcredi, che ne ebbe la proprietà per centinaia di anni e naturalmente per generazioni, la struttura subì una serie di notevoli cambiamenti nelle varie epoche. Della antica fortificazione non rimane granché, ma il professor Lorini, nel 1912, la trasformò, dopo radicali restauri, in una nobile e stupenda residenza fatta di stanze abbellite da arredi ben curati, marmi, specchi e tele di notevole fattura. Oltre a un bel giardino, sul quale svetta la bella torre merlata, troviamo anche una piccola cappella e un pozzo. Percorrendo la strada che porta a Montepezzuto, si scorge l’Oratorio in mattoni a vista. Una siepe delimita il giardino dove risiede un imponente pino. Nel verde delle colline, fra immensi e rigogliosi vigneti, si può scorgere un caseggiato con annessa una bassa torre.

PAESI | N

Negruzzo

◾VIDEO: Negruzzo

LE FRAZIONI : frazione di Santa Margherita di Staffora

Risalendo troviamo il bivio per Negruzzo. Qui troviamo la Parrocchiale di San Bartolomeo, in posizione dominante. Per raggiungerla occorre percorrere le strette vie del paese costruite in pietra fino alla parte alta del paese. La costruzione dell’edificio risale all’inizio del XVIII secolo: da un punto di vista artistico, pregevole l’altare maggiore in marmo nero e stile barocco, del diciottesimo secolo.

PAESI | O

Oliva Gessi

◾VIDEO: Oliva Gessi

LE FRAZIONI : Gessi, Rosso

Oliva Gessi è nota fin dal 972, quando fu donata dall’imperatore Ottone I alla nuora Teofano, che a sua volta la donò (insieme ad altri beni nelle vicine località di Montalto e Mairano, presso Casteggio) al monastero pavese di Santa Maria delle Cacce. Oliva Gessi fu inclusa nella podesteria di Montalto, infeudata alla famiglia pavese Belcredi. Il dominio del monastero proseguì, come semplice possesso fondiario, sotto la signoria dei feudatari di Montalto; prima del XVII secolo, la proprietà era passata alla famiglia pavese Isimbardi, feudataria della vicina Santa Giuletta, che possedeva il castello e circa due terzi delle terre del comune. Estinti gli Isimbardi nel 1878, la proprietà della tenuta di Oliva passò ai De Benedetti di Torino e poi a un’altra famiglia di Milano. Collegata alla Casa dove visse San Luigi Versiglia da un arco in pietra che sovrasta la provinciale una stupenda villa quella che un tempo era il castello, oggi uno sfarzoso palazzo con annesso giardino. Sono visibili alcune parti del vecchio castello. Il toponimo del paese e della frazione Gessi derivano dal fatto che ambedue si trovano sopra un grande affioramento di gesso, visibile anche dalla piccola valletta sottostante del Rile di San Zeno, che termina alla fonte solforosa di Camarà. Poco lontano dal centro del borgo di Oliva Gessi, troviamo la Parrocchiale di San Martino, situata in un largo piazzale. Anche se Oliva Gessi è nota per essere il paese natale di San Luigi Versiglia, al quale è dedicato il bel museo, non si deve tralasciare una visita alla chiesa di San Martino, caratterizzata all’interno da un ciclo di affreschi e da un bell’altare. L’affresco esterno sul portale, che ritrae proprio San Martino, ha subito un evidente restauro. Oliva Gessi, ha voluto ricordare San Luigi Versiglia con un museo. Partito a 12 anni per Torino, studiò dai Salesiani, frequentò Filosofia all’Università, divenne sacerdote e, spinto dalla vocazione, affrontò subito un viaggio sacerdotale per la Cina e per i paesi orientali che, in quel periodo (stiamo parlando del 1906), vivevano tempi bui e pericolosi, soprattutto per i cristiani. Dopo un lungo peregrinare per le più sperdute missioni d’oriente, il sacerdote venne ucciso nel 1930 da alcuni banditi. Luigi Versiglia fu dichiarato martire nel 1976 da Papa Paolo VI; Papa Giovanni Paolo II lo beatificò il 15 maggio 1983. Fu canonizzato il 1º ottobre 2000. La memoria liturgica ricorre il 25 febbraio. Il museo è stato allestito nella sua casa natale: l’entrata si trova nei pressi di un arco costruito in mattoni; sull’esterno dell’abitazione, un tempo adibita a bottega, troviamo la targa che ricorda il santo. Dentro, una moltitudine di documenti, fotografie e cimeli che riguardano la sua vita. Sebbene le stanze siano in condizioni non ottimali, all’interno del museo dedicato a San Luigi Versiglia si respira aria di spiritualità.
Trovare un olivo da queste parti è sicuramente strano, ma non è una rarità visto che possiamo trovare qualche esemplare sparse per l’Oltrepò: non hanno notevoli dimensioni, ma una loro storia che sicuramente ci riporta indietro di qualche secolo. Nel luogo dei “gessi”, un olivo vive solitario al fianco della chiesa. Pensando al nome del paese, in ogni caso, possiamo capire quanto queste due realtà siano state talmente importanti. Degno di nota, tanto da attirare l’attenzione del turista, è un piccolo ma stupendo viale di cipressi che, interrotto solo dalla strada, attraversa il paese e prosegue nella villa che un tempo era il castello.

◾MUSEI: Casa Natale di San Luigi Versiglia + link video su youtube

PAESI | P

Pancarana

◾VIDEO: Pancarana

LE FRAZIONI :

Pancarana (il cui toponimo deriva da Pancharius, nome diffuso tra i primi Cristiani) fu dal X al XVIII secolo sotto l’ininterrotta signoria del Vescovo di Pavia, signoria trasformata presto in dominio feudale. Nella seconda metà del XV secolo venne subinfeudata a Pietro dal Verme. Tra Pancarana e Sommo si trovava il traghetto della principale strada tra Voghera e Pavia, che fu sistemata in epoca sforzesca (a quell’epoca risale il lungo rettilineo tra Pancarana e Porana (Pizzale). Nonostante la vicinanza del Po, fu sostanzialmente risparmiato dalla furia del fiume che si abbatté invece a più riprese sui centri vicini. In centro paese si trova la chiesa dedicata ai Santi Pietro e Paolo.

Perducco

◾VIDEO: Perduco

LE FRAZIONI : frazione di Zavattarello

A Perducco, prima di arrivare in paese troviamo questo piccolo oratorio posto sulla strada, costruito in pietra: sopra la porta d’ingresso c’è una statuetta.

Pianostano

◾VIDEO: Pianostano

LE FRAZIONI : frazione di Santa Margherita di Staffora

La strada bassa prosegue parallela al torrente Staffora ed incrocia Pianostano posta all’altezza delle strade che portano sui due versanti e danno origine alla parte alta della Valle Staffora. Nel paese, poche case e un mulino di antiche tradizioni con alcune parti ricondizionate del Mulino di Negruzzo.

Pietra De’ Giorgi

◾VIDEO: Pietra De’ Giorgi

LE FRAZIONI : Boffalora, Bordonenzo, Boscaiolo, Bosco Casella, Calcamucchio, Calchera, Casa Botta, Casa Carrone, Casa Costa, Casa Remigio, Cascina Esse, Casetta, Castagnara, Castellato, Cerrone, Cerronetto, Costa Grossa, Fitti, Molino, Pecorara, Quadrivio, Quarti, Scagno, Scorzoletta, Tagliate

Pietra dé Giorgi è citata nel diploma del 1164 con cui Federico I sottopose al dominio pavese gran parte dell’Oltrepò. Sotto i Pavesi, Pietra d È Giorgi fu sede di podesteria o squadra, soggetta ben presto alla signoria della casata dei Sannazzaro, un ramo della quale fu detto appunto d È Petra. L’antico borgo si estende nella valle del torrente Scuropasso. Vi si trovano il castello, di proprietà privata, la cui austera bellezza è stata conservata con ineccepibile rigore storico. Il castello di Pietra d È Giorgi è considerato uno dei più antichi: anch’esso, purtroppo, è stato oggetto di mutamenti strutturali, anche se conserva ancora la muratura esterna in mattoni a vista e la torre merlata. La sua storia è legata a fatti d’arme che hanno contraddistinto l’epoca medievale dell’Oltrepò pavese, fino all’epoca dei Giorgi di Vistarino, toponimo al quale è legato il nome del comune, e ai Dal Pozzo, nobili che ci riportano a Montebello della Battaglia. Bella anche la torre, costruita anch’essa in mattoni. Annesso si trova un piccolo, ma grazioso giardino. Attualmente, la proprietà del castello è privata: non vi si può accedere, ma si può ammirarne la bella facciata esterna. Il comune ha creato una medioevale cantina, oggi aperta al pubblico. Poco lontano da Pietra d È Giorgi, troviamo la località di Castagnara, dove troviamo la parrocchiale di Santa Maria Assunta e l’Oratorio della Beata Vergine Addolorata. Nel muro esterno della chiesa si trovano due busti di marmo che risalgono all’epoca romana. Nel 1578, venne edificata la Cappella dedicata a Sant’Antonio Abate, dopo un voto fatto dai fedeli durante la terribile pestilenza che colpì e sterminò la popolazione locale, che da allora dedica il 17 gennaio al santo. La chiesa subì dei rifacimenti soprattutto per necessità di creare altro spazio a una comunità di fedeli sempre più numerosa. In fianco alla chiesa, troviamo l’Oratorio della Beata Vergine Addolorata, ricostruito negli anni Settanta: andarono purtroppo perse alcune parti importanti, tra cui la preziosa volta. L’Oratorio è in mattoni a vista. Del comune fanno parte molte altre frazioni, immerse tra i vigneti sono assai interessanti per varie ragioni. A Pecorara, ad esempio, troviamo un pozzo di antiche origini. Scendendo da Pietra d È Giorgi verso Valle Scuropasso, si arriva alla Scorzoletta, dove sorge il Santuario della Madonna del Soccorso, costruito interamente in cubetti di porfido. Un santuario voluto fortemente dai fedeli dei comuni limitrofi e, soprattutto, dal Comune di Pietra d È Giorgi.

Pietragavina

◾VIDEO: Pietragavina

LE FRAZIONI : frazione di Varzi

La località di Pietra è già nominata nella investitura del 1164 da parte di Federico Barbarossa ad Obizzo Malaspina. Le tracce del toponimo Pietragavina si trovano in ducumenti successivi all’investitura. Del castello si parla nell’atto del 1275 dove si assegnava al ramo dei Malaspina di Varzi. Nel ‘500 passò ai conti Dal Verme mentre gli antichi “inquilini” si stabilirono in una dimora nella parte alta del paese. Alla morte del marchese Alessandro Malaspina la dimora passò, assieme ai diritti feudali, ai nipoti Tamburelli che lo abitarono fino alla fine del ‘700. Venne poi venduta al ramo bobbiese della famiglia, che la tenne fino alla metà dell”800. Mentre il castello passò in tempi recenti alla famiglia Grassi che eseguirono rifacimenti che gli hanno dato l’aspetto attuale. Il castello è posto nei pressi del passo che collega alla Val Tidone e alla Valle Saffora: per la sua posizione strategica, si ritiene fosse una postazione non solo fortilizia, ma anche utile a riscuotere pedaggi. La chiesa di San Giovanni Battista si trova nella parte più alta del paese. Edificata nel 1300, è stata restaurata più volte e pesantemente: della struttura originale rimane molto poco.

Pietranatale

◾VIDEO: Pietranatale

LE FRAZIONI : frazione di Brallo di Pregola

Pietranatale. È davvero una sorpresa trovare un bellissimo albero di gelso, nascosto tra le poche case di questo paesino.

Pinarolo Po

◾VIDEO: Pinarolo Po

LE FRAZIONI : Ca de’ Giorgi, Castellazzo Depretis, Negrera, Pallasio

Pinarolo sorse probabilmente da un insediamento agricolo romano, al limite tra la campagna centuriata facente capo a Clastidium e le valli palustri lungo il corso del Po. Il castello fu edificato dalla famiglia Malaspina nel XIV secolo. Il 25 novembre 1349 vi si insediò Rolando Giorgi, detto Rolandino. Ebbe molti proprietari che si vanno a ricercare nelle famiglie nobili più importanti ma, dal 1500 al 1599, il castello venne ampliato dalla famiglia Bellisomi. Nel 1713, secondo lo Status Animarum della Parrocchia di Sant’Agostino di Pinarolo, risulta tra i beni di Giovanni Antonio Beccaria. Nel 1800 venne abbattuta la grande torre, che aveva in cima una piazza dove erano piazzati i cannoni. Il 13 dicembre 1872 il castello fu venduto alla famiglia Meardi, che lo destinò ad un ampliamento del Comune e come sede delle scuole. Dal 1904 al 1940 fu di proprietà della famiglia Castagnola, che nel 1940 lo vendette alla famiglia Morini. La chiesa parrocchiale è dedicata a Sant’Agostino e risale al XVI secolo.

Pizzale

◾VIDEO: Pizzale

LE FRAZIONI : Porana

La storia di Pizzale è strettamente legata a quella di Voghera. Fu sotto la signoria di una famiglia che prese dal luogo il nome Pizzale (de Pizzalibus); insieme a Voghera entrò a far parte del territorio pavese nel 1164, e appartenne alla podesteria e poi al feudo di Voghera, cui restò sempre unito nei successivi passaggi dai Beccaria ai Dal Verme e ai Dal Pozzo, fino al 1770 quando Voghera fu liberata dal regime feudale. All’inizio del XIX secolo fu unito a Pizzale il territorio del soppresso comune di Porana. Questo centro ebbe una storia molto diversa dal suo attuale capoluogo: apparteneva alla pieve di Casteggio, nella diocesi di Piacenza, e fu un antichissimo possesso della Chiesa di Pavia cui sarebbe stato donato dal vescovo Crispino (la parrocchia è infatti dedicata a San Crispino). Come comune era noto già nel XIII secolo, ed era dotato di un castello, distrutto per ordine di Castellino Beccaria, signore di Voghera, durante le lotte con i Visconti. Siamo a Porana e la Villa Meroni è stata probabilmente costruita sulle rovine del castello: una notizia, questa, suffragata da vecchie carte topografiche sulle quali si riporta il nome di San Crispino, nome dato oggi alla chiesa annessa alla villa. All’interno della villa un bellissimo giardino all’italiana e oltre a platani, salici piangenti e altri alberi di notevole dimensione e bellezza, troviamo uno splendido esemplare di ginkgo biloba. Annessa alla villa e al parco si trova la chiesa parrocchiale dedicata a San Crispino, di struttura neogotica, edificata ex novo dal Grattoni sulle basi dell’antica. Nulla si conosce invece del vecchio edificio sacro, da cui è stato ereditato il pavimento in mosaico genovese. La famiglia Meroni apre questo luogo durante le festività del paese. Con il suo parco ha fatto parte della associazione “I Borghi più belli d’Italia”.

◾GIARDINI, PARCHI, RISERVE: Porana,Parco e Giardino,Villa Meroni + link video su youtube

◾FESTE : Porana, San Crispino Festa Borghi e Bande + link video su youtube

Ponte Nizza

◾VIDEO: Ponte Nizza

LE FRAZIONI : Abbazia Sant’Alberto, Carmelo, Casa Minchino, Casa Selvino, Lumello, Moglie, Molino del Conte, Panzini, Pizzocorno, Prendomino, Risaia, San Ponzo Semola, Trebbiano, Vignola

prima parte

Il paese si trova nella vallata del torrente Staffora, alla confluenza con il Nizza che forma una valle laterale. Il comune di Ponte Nizza è stato costituito nel 1928 unendo i comuni di Pizzocorno, Trebbiano Nizza, San Ponzo Semola e Cecima, che nel 1956 riottenne l’autonomia. Apparteneva alle terre del marchesato dei Malaspina. I Malaspina, già nel 1158, avevano ceduto la signoria su Pizzocorno agli abati di Sant’Alberto di Butrio. Dopo l’estinzione dei Malaspina, non fu possibile agli abati mantenere la signoria. Trebbiano appartenne al marchesato dei Malaspina fin dalla sua costituzione (diploma imperiale del 1164) e nelle suddivisioni ereditarie rimase ai Malaspina della linea di Oramala. San Ponzo fu donato dai re Ugo e Lotario al vescovo di Pavia nel 943, insieme alla vicina Cecima; e di Cecima condivise poi sempre le sorti. Fu sede di un’importante pieve della diocesi di Tortona, da cui dipendevano molti paesi vicini. Con Cecima, nel 1164, passò sotto il dominio pavese, costituendo una sorta di enclave in mezzo alle terre dei Malaspina, da cui si mantenne sempre indipendente, rimanendo sotto la signoria del vescovo di Pavia, fino a passare, nel XVI secolo, agli Sforza di Santa Fiora, feudatari di Varzi. Nell’ambito del Principato di Pavia, costituiva con Cecima una giurisdizione separata. Nel 1863 prese il nome di San Ponzo Semola. Nella parte dell’ex comune di San Ponzo, situato alla destra dello Staffora, si è sviluppato l’attuale capoluogo comunale: Ponte Nizza. In centro paese si trova il museo dedicato alla ferrovia Voghera-Varzi, museo costruito sulle ceneri della vecchia stazione. Quasi in fondo al paese troviamo la Parrocchiale Nostra Signora della Guardia, una delle poche, in Oltrepò Pavese, che abbia fattezze moderne. Il paese non offre ancora molte strutture antiche, ma se ci spostiamo di poco possiamo godere di alcuni dei più bei luoghi dell’Oltrepò Pavese: l’Abbazia di Sant’Alberto e le Grotte di San Ponzo. Nel 1900, anno in cui avvenne la riesumazione dei resti mortali di Sant’Alberto, deposti poi entro una statua di cera che si può vedere nella chiesa di Sant’Alberto, la cura dell’eremo fu affidata a don Orione. Nel 1921, don Orione ripopolò l’eremo collocandovi gli Eremiti della Divina Provvidenza da lui stesso fondati nel 1899; con loro, anche un sacerdote in qualità di parroco.

seconda parte

Si raggiunge l’Abbazia (Eremo) di Sant’Alberto di Butrio passando da Pizzocorno: il benvenuto è dato dalla statua di Frate Ave Maria che visse nell’eremo dal 1923 al 1964 conducendo una vita straordinaria per santità, preghiera e penitenza. La struttura nasce da un castello usato come fortezza: del maniero rimane solo la torre ormai mozza su cui è stato costruito un piccolo campanile, giusto per contenere la campana. L’imponente e secolare ombrosa quercia fa da padrona al complesso del fabbricato dell’eremo, che si compone della chiesa parrocchiale di Santa Maria (quella originaria edificata da Sant’Alberto) e di tre oratori adiacenti e comunicanti: quello di Sant’Antonio, di forma trapezoidale, situato appena dentro la porta d’ingresso, che appare tutto affrescato; la cappella del Santissimo, che s’identifica come navata di sinistra per chi guarda l’altare; e infine la chiesa di Sant’Alberto, sulla destra, sempre per chi guarda l’altare. Tutti gli affreschi sono del 1484, dipinti da luglio a settembre, e non recano firma. C’è chi li attribuisce alla scuola dei fratelli Manfredino e Franceschino Baxilio di Castelnuovo Scrivia; altri, invece, ad un monaco pittore che per umiltà avrebbe voluto conservare l’anonimato. Si suppone che molti affreschi, specie nella chiesa di Santa Maria, siano andati perduti nel corso dei secoli per insulsi restauri. La chiesa di Santa Maria è stata poi restaurata, riportandola all’aspetto primitivo, nel 1973, in occasione del nono centenario della morte di Sant’Alberto. Nello stesso anno sono state eseguite le scalinate nel sagrato dell’eremo e altri lavori. La camera di Frate Ave Maria, ancora come se fosse vivo, volge al bel cortile con il pozzo e la splendida vista sulla valletta. Molti dei più importanti sentieri portano alla Abbazia. Poco sotto l’Eremo, a pochi passi, è ben visibile la cappella nel luogo dove visse il santo. Il paese di San Ponzo offre viuzze e case di impronta medievale: una di queste sembra una torre, forse una struttura un tempo a difesa del paese. Ponte Nizza è stata rimessa a nuovo, con vie interne e case in pietra e mattoni che riportano il paese al suo aspetto medioevale, con la bella chiesa di antica costruzione romanica visibile in qualche tratto delle murature. Imboccando, appena fuori dal paese, un largo sentiero segnalato, si arriva in un piccolo piazzale che rende unico il paese. Si tratta delle Grotte di San Ponzo, piccole caverne dal significato religioso. Si narra di un “certo Ponzo”, soldato della Legione Tebea, che fuggì a Fortunago, per convertire alla fede e alla religione molti di quei paesani; si dice facendo il garzone da un contadino e fece scaturire una fonte d’acqua per abbeverare i buoi e l contadini assetati. Quindi si ritirò nella Val Staffora in questo luogo dove c’erano grotte e acqua. Qui trascorse la sua vita da eremita, dopo essere stato (così dice la leggenda). Riconosciuto per cristiano fu condannato a morte e decapitato in una località fra Cecima e S. Ponzo. All’interno delle grotte viene conservato il suo corpo, mentre altere reliquie vengono conservate nella Chiesa di San Giorgio a Fortunago. Attorno alle grotte c’è un piccolo piazzale, accessoriato di utili panchine. Un meraviglioso e immenso castagno (il grande vecchio) è la sentinella di questo luogo. Un piccolo oratorio è stato costruito all’interno di una grotta, mentre l’altra spelonca è accessibile attraverso l’utilizzo di alcuni pioli in ferro. A pochi passi dal piazzale, nei pressi della nascosta fontana, c’è il “Grande Vecchio“: un castagno antico e imponente protegge il territorio e con i grandi rami avvolge l’aria e si spettina al vento. Ai suoi piedi una fonte di acqua fresca. Si è molto vicini al Castelliere di Guardamonte, posizionato sulle alture del Monte Vallassa tra la Valle Staffora e la Val Curone, raggiungibile da Godiasco sulla strada che collega alla Val Curone. Qui, nel 1951, è stato scoperto un insediamento abitativo, uno dei più antichi. Il nucleo ci riporta all’epoca pre-romana ed esattamente a popolazioni liguri che un tempo vivevano in queste zone. I ritrovamenti sono datati all’età del ferro e si ricollegano alla “civiltà di Golasecca”. Fra i vari reperti, risalta una bella statuetta romana in bronzo. La zona è ricca anche di sentieri suggestivi che portano anche ad attraversare i torrioni di Guardamonte, dove si effettuano voli di parapendio e dove si può praticare il free-climbing.

terza parte

A poca distanza dall’Eremo di Sant’Alberto di Butrio, si trova la località Carmelo con case in sasso, testimonianza dell’antica civiltà contadina dell’Oltrepò Pavese, in fase di ristrutturazione nel centro storico. Pizzocorno: una chiesa, una piazzetta, una stradina che porta al sagrato, un pozzo, tutto di dimensioni a misura di questo paese posto sulla strada che, poco lontano da Ponte Nizza, porta all’Eremo di Sant’Alberto di Butrio. La Parrocchiale di Sant’Ambrogio è stata completamente restaurata sia esternamente che internamente, grazie all’apporto di alcuni artisti di valore, all’impegno dei paesani, gente fedele a Pizzocorno e alla chiesa, e grazie a don Erasmo, parroco cocciuto e volitivo. Legato alla storia del castello è il Monastero di Sant’Alberto di Butrio. Si parla di due castelli: uno sovrastante il paese di Pizzocorno, i cui pochi ruderi sono visibili ancora oggi, ed uno nei pressi del Monastero di Butrio. Il Monastero fu fondato nei primi decenni dell’XI secolo da Sant’Alberto che ebbe atto di generosità da parte dei Malaspina. Nel 1158 Obizzo Malaspina vendette il al Monastero di Castello di Pizzocorno che però, sempre nel 1164, ritornò ai Malaspina. Le divisioni del 1275 diedero il castello di Pizzocorno ai Malaspina di Olivola, mentre quello di Godiasco si impossessò del Monastero. Questo scatenò contrasti tra i Malaspina e gli abati del Monastero, finché, nel XV secolo, intervenne a favore degli abati, il conte Luigi dal Verme, signore di Voghera e di Bobbio. Nel 1449 l’abate S. Alberto Stefano Landolfi investì il conte dei due castelli (vecchio e nuovo) e dei feudi. Estinta la discendenza dei Dal Verme, passò a Zenone Eustachi che però lo rivendette a Manfredo Malaspina di Godiasco. Le controversie con gli abati quindi ripresero tanto che l’abate del Monastero ne rivendicò il feudo. I ruderi del Castello di Pizzocorno sono posti fuori Pizzocorno, attraverso un sentiero lastricato chiamato “strada romana”, posizionato su di un poggio detto dell’acquedotto. Purtroppo l’acquedotto ha deturpato questo luogo, ma vale comunque la pena avventurarvisi per una visita. La località di Mulino del Conte conserva un mulino e un oratorio. Lo si può vedere anche percorrendo il selciato dove un tempo passava la vecchia ferrovia Voghera-Varzi, oggi divenuta pista ciclabile. La Parrocchiale di San Salvatore di Trebbiano si trova a metà strada tra Prendomino e Trebbiano. Un breve vialetto di pini conduce al sagrato della chiesa, il cui restauro ha ridato alla facciata vigore e freschezza di colore, così come al campanile; il retro della chiesa, invece, conserva ancora le antiche fattezze. Moglie è situata al centro della valletta del Rio Bregna, seguendo il cui corso si arriva dritti sotto l’Eremo di Sant’Alberto con una semplice passeggiata. L’oratorio è stato costruito e poi restaurato interamente in pietra. Nei pressi di Pizzocorno troviamo Vignole, paesino di poche case posto sotto alcuni speroni rocciosi e frequentato dagli escursionisti: c’è un sentiero che dal paese s’incunea tra le case e s’innalza sotto gli speroni lungo un tracciato a strapiombo sul paese. Tra le case, quasi nascosto, troviamo un oratorio che gli abitanti del paese hanno voluto restaurare, a testimonianza di quanto questo luogo sia amato.

◾LUOGHI DI CULTO: Eremo di Sant’Alberto di Butrio + link video su youtube

Ponti

◾VIDEO: Ponti e il Museo dei Ricordi

LE FRAZIONI : frazione di Brallo di Pregola

Ponti, un altro piccolo paese, sta cercando di ripristinare tradizioni antiche. Una breve, ma intensa camminata nel paese è necessaria per scoprire le bellezze di questo luogo. Per trovare l’Oratorio di Sant’Anna, si scende nella parte bassa del paese lungo stradine acciottolate. Dall’interno si scorge il vicino paese di Corbesassi, come in un piccolo acquerello a colori. Il Museo dei Ricordi di Ponti si prefigge di ricordare come vivevano gli abitanti di questo paese. Non aspettiamoci di entrare in un museo vero e proprio ma la bellezza dipende dal fatto che è tutto a cielo aperto. Il visitatore si trova a passeggiare tra i vicoli stretti fatti in sasso, assaporando lavori, tradizioni e cultura d’altri tempi e riscoprendo alcune attività che caratterizzavano l’economia agricola montana. Ponti è stata terra di origine di molti carbonai, ma anche di esperti costruttori di ghiacciaie, costruite in legno (la maggior parte erano costruite in muratura). Il pane a Ponti si faceva nel mulino che è ancora funzionante e si presenta in ottimo stato. Per arrivare al mulino, si segue un breve sentiero che parte dal paese. Il mulino, unico rimasto di tre, conserva la grande ruota e i macchinari all’interno. Possibile visitarlo durante le iniziative e le feste organizzate dalla Pro Loco. Il castagno di Ponti è un esemplare estremamente vecchio, avendo circa 600 anni. Ha una circonferenza di 580 cm e un’altezza di 10 metri: resto di una dimensione probabilmente più imponente soprattutto per quanto riguarda l’altezza. Caratteristici i rami e il tronco, che hanno disegnato sembianze umane. Lo si raggiunge lungo un sentierino che si scosta dal paese, in mezzo ad altri castagni di notevole grandezza: segno che questo è un punto adatto per questi “mostri”. Interessante, inoltre, la fontana, dalla quale sgorga un’acqua assai limpida che val la pena di assaggiare.

Portalbera

◾VIDEO: Portalbera

LE FRAZIONI : San Pietro

Fin dall’epoca romana è testimoniato il Porto Peducoloso (Portum Peducolosum), località nei pressi dell’odierna Portalbera, in quel punto in cui il fiume Po si restringeva e vi era un porto che permetteva un attraversamento più sicuro e rapido. Nel 218 a.C. lo stesso Annibale, dopo la battaglia del Ticino, aveva attraversato il fiume proprio in questa località verso Stradella. Un’ulteriore testimonianza del Porto Peducoloso la si ha nel 929 in occasione della traslazione da Bobbio a Pavia in processione dell’arca con il corpo di San Colombano da parte dell’abate Gerlanno per rivendicare i possessi dell’abbazia di Bobbio in Oltrepò usurpati dal vescovo di Piacenza Guido e riottenuti dal re Ugo. In seguito verso il XII secolo il guado ed il porto si spostarono a Parpanese (Arena Po). L’importanza storica di Portalbera è fatta risalire dagli studiosi alla sua particolare posizione, localizzata tra la Via Romea, antico tracciato percorso dai pellegrinaggi Europei sui cammini per Roma, ed il porto sul Po. Già nel secolo XIII esisteva a Portalbera un traghetto ed un porticciolo, con attracco per la navigazione fluviale, con due grandi pioppi che lo delimitavano: nel dialetto locale il pioppo è detto “albra”, e di qui il nome Porto Albra (porto dei pioppi), che poi divenne Portalbera. La sosta dei viandanti è comprovata dall’edificazione di un “Ospizio dei Pellegrini” in Portalbera, il primo che si incontrava sulla Via Romea dalla Francia. Sino ad una settantina di anni fa, il Po lambiva l’abitato, che nel 1916 conservava ancora il suo antico ponte di barche sul fiume. In seguito ad un’alluvione, però, il ponte fu trascinato via dal fiume in piena, e fu poi rifatto, più a valle, a Spessa Po (perchè lì si era arenato il vecchio ponte di barche), dove si trova attualmente. Presso Portalbera esisteva anche il piccolo comune di Portalberella, corrispondente all’attuale frazione San Pietro, che nel 1677 fu infeudato ai conti Mandelli. Questo comune fu soppresso nel 1818 e aggregato a Portalbera.  La chiesa parrocchiale, dedicata all’Assunta, fu costruita nel 1714 usando i materiali della vecchia chiesa ormai fatiscente e di un’altra, quella di San Pietro, ugualmente demolita.

PAESI | R

Rea

◾VIDEO: Rea Po

LE FRAZIONI :

Rea è nota dal XIII secolo tra le località del territorio pavese. La vicinanza al Po, fiume dal corso perennemente mutevole e soggetto a piene disastrose, condizionò pesantemente l’esistenza del paese, che appare infatti di aspetto moderno (la pianta del paese, solo due secoli fa, appariva sensibilmente diversa). Sembra che nel XIII secolo facesse capo al feudo di Broni, ma successivamente entrò a far parte di quello di Casteggio. Probabilmente all’inizio del XVI secolo ne fu staccato; apparteneva allora in gran parte ai Beccaria del Mezzano, ma non è chiaro se essi ne fossero i feudatari. Nel 1929 il comune di Rea fu soppresso e unito a Verrua Po; fu ricostituito nel 1954. In centro paese si trova la bella chiesa dedicata a San Lorenzo.

Redavalle

◾VIDEO: Redavalle

LE FRAZIONI : Calcababbio, Casa Ramati

Redavalle faceva parte del feudo di Broni, appartenuto dal XIII secolo ai Beccaria e dal 1536 alla fine del feudalesimo agli Arrigoni di Milano. Le origini di Redavalle risalgono all’epoca romana. L’attuale Redavalle è l’erede di un centro più antico: San Martino in Strada. Nella zona esisteva un centro romano nominato negli antichi itineraria come Cameliomagus o Comillomagus. Posta in posizione strategica sulla Via Emilia, vide il passaggio di molti invasori, che portarono distruzione. A causa di guerre tra Piacentini e Cremonesi, il castello venne distrutto e ulteriori danni al patrimonio pubblico furono arrecati dalle dominazioni “nobili” in periodo medioevale. Redavalle è stata anche centro importante di passaggio e di sosta dei pellegrini sulla Via Romera, segno di un fiorente culto religioso con destinazione Bobbio e l’Abbazia dedicata a San Colombano. L’oratorio dei Santi Rocco e Martino, centro di rilevanti attività storiche, religiose e architettoniche, i pochi resti vanno ricercati nel pilastro – oggi ristrutturato – che si vede all’ingresso del paese, provenendo da Broni, nei pressi dell’incrocio con la strada che conduce a Pietra d È Giorgi. Quel pilastro, fatto edificare dall’arciprete Primo Andrea Sterpi nel 1724, sorse per commemorare la Pieve di San Martino in Strada, eretta probabilmente nel IX-X secolo. Si trattava di una pieve importante, dotata di strutture d’accoglienza per i viandanti e i pellegrini della Via Romera. Oggi la parrocchiale è in centro paese.

Retorbido

◾VIDEO: Retorbido

LE FRAZIONI : Garlassolo di Sopra, Malpensata, Murisasco, Spinosa

Fin dall’epoca romana inizia la storia del paese chiamato Litubium, che registrò il passaggio di Annibale e fu teatro di battaglie medioevali. Per questi motivi, si ha ragione di credere che esistessero le mura di un antico castello: gli storici lo indicano nel Palazzo Durazzo-Pallavicini, ancora oggi austero con i due torrioni ai lati. Al suo interno possiamo ammirare un esemplare di leccio. Nella piazza, di fronte al Comune, la statua di Bertoldo seduto sulla schiena di un asinello ricorda la tradizione: il celebre personaggio visse in questi luoghi. Leggende famose avvolgono il comune, una di queste suggeriscono che a Casareggio, piccola frazione nei pressi di Codevilla, si siano svolti gli incontri tra il sovrano longobardo Alboino e il contadino Bertoldo, conosciuto per le esilaranti e argute risposte alle frequenti domande del Re: una storia rivisitata e interpretata in modo magistrale da Ugo Tognazzi nel film “Bertoldo, Betoldino e Cacasenno”. La statua di Bertoldo la troviamo nel centro di Codevilla. E tutti gli anni, fra la seconda settimana di marzo e la prima settimana di Quaresima, viene ricordato con feste, canti e una grande pentola zeppa di polenta durante la Sagra del polentone. A poche centinaia di metri, sulla strada che conduce a San Francesco, si trovano le Fonti di Retorbido, ora chiuse al pubblico, ma famose per le acque minerali, che sgorgano da tre bocche. A Retorbido si trovano tre chiese. La più importante è senza dubbio la chiesa parrocchiale, dedicata alla Natività della Beata Vergine Maria. La si trova a fianco di Palazzo Durazzo Pallavicini. Sicuramente la Chiesa di Sant’Andrea è la più antica di Retorbido. La si trova, attraversando quasi tutta Retorbido, nascosta tra le case. Appare molto piccola, in pietra a vista, con un’unica porta e un campanile. Nel centro di Retorbido, nei pressi della piazza del Municipio, dove è stata posizionata la statua di Bertoldo c’è l’oratorio di San Rocco: non è ricco sotto il profilo architettonico, ma la sua storia ha colpito l’animo dei retorbidesi. Anni 1630, 1631 e 1632, durante il periodo di pestilenza, tra l’altro descritto da Alessandro Manzoni nei suoi “Promessi Sposi”: Retorbido, suo malgrado, ne fu protagonista. Forse a causa delle condizioni delle acque stagnanti del Rile, forse a causa di una donna infetta proveniente da Voghera, forse a causa del fatto che nel paese non vi erano medici né lazzaretti, ci furono a Retorbido moltissimi morti per la peste. Così si ricorse ai santi e per questo si costruì l’oratorio: la pestilenza, d’improvviso, cessò di fare vittime e così l’Oratorio entrò a far parte della memoria storica e religiosa dei retorbidesi. Tutti i retorbidesi, compresi quelli emigrati in America, diedero il loro contributo e, il 16 Agosto (giorno della festa di San Rocco), la chiesetta riaprì la porta. Fuori dal paese, lungo la strada per Voghera, è pressoché obbligatoria una visita all’interno di Villa Meardi. Prendendo la strada per Rocca Susella, al bivio imbocchiamo la via per Murisasco, frazione di Retorbido. Percorrendo la strada in salita, si nota la villa restaurata, sul cucuzzolo di fronte: ciò che resta di un castello. Il paesino ha poche case, ma possiamo notare, dal bel sentiero visibile all’inizio del paese, l’anfiteatro naturale formato dalle colline che consentono un’ampia capacità di veduta: sul lato opposto si scorge appunto Mondondone, terra di gessi che convogliano le acque solforose alla Fonte del Luria sotto il paesino di Rasei. Attraversando il paese, si scorge la chiesetta di Murisasco e di fronte, percorrendo la strada che passa dal cimitero, un’abitazione privata dove un tempo si trovavano le vestigia del castello, del quale rimane molto poco. A Murisasco si trova una chiesa bianca, di antica costruzione, restaurata qualche tempo fa. Dal sagrato si gode una meravigliosa vista su Mondondone. Scendendo, si arriva a Garlazzolo di Sopra, dove è ubicato il piccolo oratorio di San Girolamo, e di lì alla valletta ove sono visibili le conformazioni di gesso nei pressi di Mondondone.

◾FESTE : Sagra del polentone + link video su youtube

Rivanazzano Terme

◾VIDEO: Rivanazzano

LE FRAZIONI : Buscofà, Chioda, Nazzano

Rivanazzano Terme, posta lungo la statale che collega Voghera a Varzi, con le sue Terme, assieme a Salice Terme, consente di beneficiare di numerose attività termali. In centro paese svettano la torre pentagonale e il palazzo adiacente, nel Parco Brugnatelli appena sotto alla linea della strada, che rimandano a un probabile castello. Di interesse storico, religioso e artistico sono le chiese: la Parrocchiale di San Germano: all’interno si possono vedere notevoli opere d’arte, tra cui due dipinti del pittore vogherese Paolo Borroni intitolati, rispettivamente, “San Germano benedicente Santa Genoveffa” e “La morte del Giusto”. La Chiesa della Santissima Trinità: le testimonianze riportano che questa chiesa era già nota nel secolo XVI e, nel 1594, aveva ospitato l’Arciconfraternita della Trinità di cui prese poi il nome. Al suo interno si trova un organo seicentesco, recentemente ristrutturato, fra i più antichi di tutta la Lombardia. L’Oratorio di San Rocco, posto sul bivio delle strade che portano a Casalnoceto e l’Alta Colllina di Pozzolgroppo, la cui origine è datata XVII secolo. Inoltrandosi sulla via per San Francesco, dove esistevano numerose fonti solforose, alcune lungo il Rio Olio, proseguendo sulla strada si raggiunge il palazzo: Casa del Conte. L’incantevole panorama che incrocia il borgo di Nazzano lascia incantati gli spettatori per la naturale e rigogliosa natura pregnante di verde silenzio e pace infusa. In poco spazio tanta storia e bellezze. Il castello di Nazzano è di origine medievale e viene nominato tra i possedimenti prima degli Obertenghi, nel X secolo, e poi dei Malaspina, a partire dal 1080. Essendo il suo scopo essenzialmente difensivo, è formato da un corpo principale a pianta rettangolare e da un’alta torre quadrata, fondamentale per permettere di osservare dall’alto tutta la valle: probabile fosse presente anche un cortile d’armi e un fossato con un ponte levatoio. In seguito, il castello mutò destinazione e diventò principalmente residenziale. Il castello passò ai Sannazzaro nel 1334 e ai Visconti nel 1359. Successivamente, il borgo di Nazzano fu infeudato a Castellino Beccaria da parte di Filippo Maria Visconti. Si succedettero diversi feudatari tra cui i Campofregoso, i Mezzabarba, i De Mari e, infine, gli attuali proprietari dal 1713: i Rovereto. In fronte si trova la chiesa parrocchiale dedicata a San Giovanni Battista Decollato: si tratta di una chiesa molto antica tanto da essere citata in alcuni documenti del XIII secolo. Fu riedificata tra il 1819 e il 1825, dopo un incendio che la devastò nel 1779. Di sicuro valore artistico è il dipinto che raffigura la decapitazione di San Giovanni Battista. Da Rivanazzano, volgendo gli occhi al piccolo borgo di Nazzano, si è subito attirati dalla torre del castello e dal campanile della chiesa e, subito dopo, da qualche arco, piccolo scorcio di una villa. Stiamo parlando di Villa San Pietro, con il giardino curato nei minimi particolari. Ombrosi alberi secolari, tra cui un imponente olivo, compongono un puzzle meraviglioso. Percorrendo la strada che da Nazzano porta a Buscofà, sopra c’è una collinetta comunemente chiamata Madonna del Monte: in cima, infatti, si trova una chiesetta. La leggenda vuole che San Francesco d’Assisi sia venuto in questo luogo per fondarvi un convento; ma che poi abbandonò l’idea scoraggiato dal fatto che in quel posto non ci fosse acqua. Si dice che furono gli stessi abitanti del luogo a terminare la piccola costruzione in nome della “Vergine”, non senza fatica, visto che per edificarla si doveva trainare tutto a spalla o con l’aiuto dei muli. L’interno del tempio è scarno: si possono vedere le raffigurazioni della Vergine e gli stemmi dei Portalupi, la famiglia nobile che fece ricostruire la chiesa dopo un decadimento inesorabile dovuto alla incuria.

◾GIARDINI, PARCHI, RISERVE: Giardino Botanico di Madonna del Monte + link video su youtube

GIARDINI : Nazzano, Giardino di Villa San Pietro + link video su youtube

◾FESTE : Festa d’Aprile + link video su youtube

Robecco Pavese

◾VIDEO: Robecco Pavese

LE FRAZIONI : Casa Chiodi, Stradellino, Taccona, Pomà, Robecchina, Praiette, Ponte Pietra, Casa Bruciata

Conosciuto fin dall’epoca romana perchè interessata dalla centuriazione della campagna della romana Clastidium (Casteggio), si sviluppò nel medioevo. Le prime notizie risalgono al XIII secolo, quando era una dipendenza di un più antico paese detto Salabolonum, di probabile origine longobarda: rebechum indicava infatti un piccolo castello, avamposto di uno maggiore. Dopo la decadenza di Salabolonum, Robecco divenne il paese principale. Fece parte probabilmente della podesteria di Casteggio, e nel XIV secolo i Beccaria di Pavia ne fortificarono il castello, da cui potevano controllare il comune casteggiano, e nel secolo successivo resero Robecco un feudo autonomo, potendolo conservare nonostante i feroci contrasti tra Castellino e Fiorello Beccaria di Robecco e i Visconti. Ai Beccaria rimase fino al XVIII secolo, quando il feudo passò ai Balbi e infine ai Belcredi, appena prima della fine del regime feudale (1797). Sulla strada per Fumo si può vedere una torretta inserita in una corte agricola. In centro si trova la chiesa dedicata alla Madonna del Carmine.

Rocca dé Giorgi

◾VIDEO: Rocca dé Giorgi

LE FRAZIONI : Cerchiara-Cuccagna, Vallorsa, Villa Fornace

Il comune che lega ai Giorgi il suo nome, così come Pietra d È Giorgi, si trova nell’area collinare dell’Oltrepò Pavese, nella valle del torrente Scuropasso. L’insediamento è sparso: l’antica rocca e la parrocchiale si trovano su due colli, ai lati opposti della valle, mentre la sede comunale, Villa Fornace, con la villa del conte Giorgi di Vistarino, è a fondovalle. Percorrendo la Valle Scuropasso, si arriva nella parte alta, dove la valle si stringe a Rocca d È Giorgi. Sede di un’antica pieve della diocesi di Piacenza, fu fortificata fin dall’Alto Medioevo – si dice – da un antico signore di nome Aimerico. Si chiamava, infatti, Rocca di Aimerico quando, nel 1164, è citata tra i luoghi dell’Oltrepò che passarono sotto il dominio pavese. Seguì la signoria della famiglia pavese Campeggi, per cui prese il nome di Rocca Campesana; per poi passare sotto il dominio dei Sannazzaro e di Fiorello Beccaria, che ricostruì la Rocca. Da allora fu detta Rocca di Messer Fiorello, o Roccafirella. Durante il dominio dei Beccaria, giunse al ramo di Montebello, appartenendo al feudo di Montecalvo. Cessato il dominio dei Beccaria, nel 1629, fu il momento dei conti Giorgi di Vistarino dai quali col tempo prese il nuovo nome. I loro discendenti sono tuttora i maggiori proprietari del paese. Il comune si trova in località Fornace: a dare lustro sono l’imponente Villa dei Conti Giorgi di Vistarino, splendidamente conservata, e, qualche chilometro più su, il castello di loro proprietà, oggi costituito da pochi ruderi, ma che si erge fiero a difesa della valle. Ciò che sorprende, percorrendo la Valle Scuropasso, è di non trovarsi in un vero comune, inteso come un agglomerato di costruzioni abitative con al centro la piazza, la chiesa, il campanile e il municipio; la sensazione che si percepisce è quella di transitare in tante piccole zone urbane sparse, ciascuna con la propria autonomia. La spiegazione è da ricercare nel fatto che Rocca D È Giorgi è costituita da molte frazioni. Il castello si sta a poco a poco riducendo, visto che versa in uno stato di abbandono, ma si possono notare le mura e la torre. Percorrendo invece le strade e i sentieri che portano sui crinali della valle, s’incrociano tante cascine, segnalate da diversi cartelli esplicativi, restaurate e dipinte tutte in colore giallo, che accrescono lo spettacolo natural-paesaggistico di questi luoghi, soprattutto sulla costa del Vento che porta a Montalto Pavese. La Chiesa Parrocchiale di San Michele Arcangelo spunta tra tanti vigneti e poche case con uno spazio adiacente. Di notevole interesse è l’altare dedicato al santo patrono dove spicca la sua statua.

Rocca Susella

◾VIDEO: Rocca Susella

LE FRAZIONI : Ca’ Corte, Ca’ Fabbri, Casazza, Case Nuove, Castagnola, Ca’ Sturla, Chiusani, Colombara, Gaminara, Giarone, Mezzenasco, Noceto Nuovo, Poggio Alemanno, San Gervaso, San Paolo, Stallara, Villacoltelletti

Il comune, caratterizzato da una morfologia collinare e costituito da numerose frazioni, mantiene la sede comunale a Susella. Il territorio comunale si estende su porzioni della Valle Ardivestra, Valle Schizzola e Valle del Rile. Nell’Alto Medioevo era detta Rocha de Axixellae e anche Castrum Saxillae e poi Rocha Saxillae, nome dalle origini liguri. Nel Medioevo esisteva un feudo di Rocca Susella soggetto ai vescovi di Tortona: era anche curia, cioè vi si amministrava autonomamente la giustizia minore. Passò dapprima ai Gambarana e poi ai De Ghislanzoni. Sulla sommità collinare si erge il borgo di pietra con le graziose case, il municipio e la bella parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo. Al bivio per la Valle Schizzola e per la Valle Ardivestra si trova la Rocca De Ghislanzoni: vediamo quello che era il castello con la torre merlata. La sua bellezza risale al XII secolo, sin dai tempi del Signore Ruino di Montepicco. Un grande parco secolare, con i suoi imponenti cedri del Libano, circonda il borgo e costituisce un naturale anfiteatro: incantevole il panorama che si affaccia sulla pianura e sulle vallate circostanti. L’oratorio di San Rocco, lungo un sentiero che collega Gomo a Rocca Susella, sorge nei pressi di Poggio Alemanno in un’area aperta nei pressi di un bosco di castagni. La facciata è strutturata a capanna, interamente realizzato in mattoni, restaurato nel 1995 dagli alpini. Percorrendo la valle Ardivestra e, dopo qualche chilometro, arriviamo a Giarone: entriamo nel piazzale della pieve di San Zaccaria. Lo stile della costruzione è romanico lombardo, che alterna fasce orizzontali di arenaria e mattoni. Fungeva da parrocchiale, poi continui passaggi di proprietà portarono la chiesa al decadimento tanto che, come la Chiesa dei Cappuccini di Varzi, fu sconsacrata e adibita a fienile e semplice deposito di mezzi agricoli. Gli anni Novanta furono quelli del restauro che restituirono alla Pieve l’aspetto originario, anche se la parte alta della facciata era andato distrutto completamente. All’interno troviamo alcuni capitelli di epoca romana. In località Gaminara, in valle Schizzola troviamo il piccolo oratorio di San Cipriano.

Romagnese

◾VIDEO: Romagnese

LE FRAZIONI : Ariore Villa, Canedo, Canevizza, Casa, Casa Colombini, Casa Matti, Casa Pilla, Casa Rocchi-Crotta, Costaiola, Gabbione, Grazzi, Ozio, Pozzallo, Predacosta – prima parte

Romagnese si trova, come detto, nella Val Tidone, al centro di una sorta di anfiteatro composto dai crinali della Costa di Castelvecchio, del Monte Alpe, della Costa di Lazzarello sino a culminare verso i Monti di Pietra Corva e il Monte Panperduto. Dopo la caduta dei Longobardi ad opera di Carlo Magno, il Sacro Romano Impero costituì i Feudi Imperiali, all’interno della Marca Obertenga, con lo scopo di mantenere un passaggio sicuro verso il mare. Romagnese, con alcuni territori limitrofi, fu assegnata alla famiglia dei Malaspina e successivamente ai Visconti e alla famiglia Dal Verme insieme con la Contea di Bobbio e Voghera, Pianello Val Tidone, Castel San Giovanni e la Valsassina. Il feudo effettivo, tuttavia, nel 1383 fu acquistato dal condottiero Jacopo Dal Verme, capitano generale del duca di Milano. Il feudo rimase sempre a questa famiglia, costituendo una dipendenza immediata della Contea di Bobbio. Nella divisione della famiglia nelle due linee di Piacenza e Voghera, Romagnese restò alla prima, mentre le vicine Zavattarello Trebecco e Ruino passavano alla seconda. Il feudo di Romagnese, che fu sempre un unico comune, cessò alla fine del diciottesimo secolo con l’abolizione generale del feudalesimo. Romagnese si trova nella zona di montagna dell’Oltrepò Pavese, alla testata della Val Tidone, non lontano dal Passo del Penice. Senza dubbio, è uno dei più bei paesi dell’Oltrepò Pavese, e non solo. Al centro del paese troviamo quello che era considerato il castello: una potente rocca fatta costruire dai Dal Verme a scopo difensivo; al suo interno si trovano ora gli uffici comunali. Pochi anni or sono, purtroppo, abbiamo assistito al taglio dello stupendo tiglio che ombreggiava il Palazzo Comunale e la piazza antistante: una meravigliosa e imponente Gleditsia. Il Museo dell’arte rurale e degli strumenti agricoli è allestito nel palazzo del Comune. Si entra in un luogo silenzioso, intimo, intriso di vita quotidiana. Ne danno atto l’angolo di una cucina rurale, il banco del barbiere, macchine da cucire, ferri da stiro, attrezzi per la filatura, l’angolo del falegname, la bicicletta dell’arrotino e una serie di attrezzi, tutti legati alla vita familiare e contadina nei campi. Salendo la scala in legno, possiamo ammirare il museo nella sua pienezza, ma anche le fotografie legate alla vita degli abitanti della Val Tidone. La Chiesa Parrocchiale di San Lorenzo, che risale al Cinquecento, svetta nella parte alta del paese ed è raggiungibile attraverso vicoli stretti. Ha subito restauri negli affreschi esterni del portale e del campanile. Conserva una preziosa tela dedicata al “Martirio di San Lorenzo”. Il mulino Costaiola si trova nella parte bassa del paese, sulla sponda che volge verso il torrente Tidone, imboccando la stradina che porta ad un centro sportivo. Il mulino è in buono stato di conservazione ed è visitabile: occorre chiedere il permesso ai padroni della struttura.

Le frazioni, altrettanto interessanti, offrono paesaggi ambientali, bellezze naturali e architettoniche di notevole rilievo.
Salendo verso la Costa di Castelvecchio si arriva a Predacosta, qui troviamo un piccolo e grazioso oratorio tutto in pietra.
Proseguendo verso Casa Rocchi, s’incontra l’Oratorio della Beata Vergine di Loreto a Totonenzo, del secolo XI. Quest’oratorio, restaurato e rimesso a nuovo, è situato in una zona panoramica, appena dietro un meraviglioso prato da dove parte un sentiero che si collega all’altro oratorio di fronte sul Monte Lazzarello.
Parliamo della Fontana della Madonnina del Fosso: quando si transita sul sentiero che parte da Casa Rocchi e ci si inoltra fin sopra alla Costa di Castelvecchio, si rimane affascinati da questo luogo. La fontana è posta sul torrente Rivarolo: una sorta di luogo incantato; l’urna della Madonnina al centro, mentre di fianco scorre l’acqua. Uno di quei luoghi dove fermarsi e raccogliere i pensieri.
La strada poi porta a una carrareccia che risale alla Costa di Castelvecchio e poi alla Costa di Monte d’Alpe. Arrivati in cima, troviamo un bel paesaggio composto di prati, faggi e castagni imponenti. Luogo perfetto per una sosta.
Sempre lungo questo versante troviamo alcune piccole frazioni: a Casa Picchi, troviamo l’Oratorio della Beata Vergine della Misericordia, costruito in pietra locale e ben conservato.
A Casa Villa, invece vediamo l’Oratorio di Nostro Signore del Sacro Cuore restaurato qualche tempo fa e tenuto aperto dagli abitanti.
A Casa Ariore c’è l’Oratorio di San Rocco restaurato sia all’interno che all’esterno. Interessanti gli affreschi.
Dopo Casa Villa, si recupera una mulattiera che conduce sulla Costa di Castelvecchio: arrivati nei pressi del Monte Zuccarello, si trova questo oratorio dedicato alla Beata Vergine Addolorata.
Passato l’Oratorio della Beata Vergine Addolorata sul Monte Zuccarello, si trova un sentiero a sinistra che porta sotto la Costa d’Alpe: qui c’è un’edicola votiva. In autunno, le foglie ricoprono tutto e conferiscono il colore rosso che rende questo luogo incantato.
Sulla costa di Castelvecchio, e precisamente nei pressi del Monte Calenzone, attraversando una panoramica sterrata, dopo poche curve, si arriva in località Costa dove c’è questo oratorio dedicato a San Sebastiano costruito in pietra locale; sia la chiesetta che il campanile sono stati restaurati e rimessi a nuovo in epoca recente.

Sul versante opposto altrettante frazioni:

Sulla strada per Zavattarello, a Ozio (Ossio), si trova l’Oratorio della Beata Vergine delle Grazie o di Nostra Signora della Neve costruito in pietra locale e archi in mattone. Di fronte troviamo una fontana entrambe sono state riportate all’antico splendore.
Sulla strada che conduce al Giardino Alpino di Pietra Corva, nei pressi della località Casa, si trova questo oratorio; la facciata è in pietra locale e mattoni, mentre il resto della chiesa e il campanile sono intonacati di bianco.
Sul sentiero che collega il Passo del Penice e Pozzallo si trova un prato, un recinto e l’effige della Madonna Nera.
La strada, attraversato il Tidone, porta a Grazzi, grazioso paesino con l’oratorio posto sulla strada.
Risalendo verso i Tre Passi, si arriva a Casa Matti, una volta centro importante per le piste da sci e gli sport invernali sino al Passo Penice, ora attivo solo per l’attività sportiva con piste di sci d’erba.
La Chiesa parrocchiale di Nostro Signore Gesù Cristo Lavoratore è situata sulla provinciale che collega il Passo del Penice alla Val Tidone: è una delle poche di origine moderna. Si può trovare un crocefisso costruito dai maestri del legno.
La fontana di Casa Matti si trova al bivio per il Monte Penice: si tratta di un piccolo capolavoro per una fontana molto grande.
L’Oratorio di Nostra Signora dell’Aiuto è di recente restauro, costruito in pietra locale. La facciata è di colore bianco e nella parte alta una nicchia conserva una statua della Madonna.
Da Casa Matti s’imbocca la strada che porta in Val Trebbia, si passa Pozzallo e, poco più avanti, si trova una recinzione in ferro: all’interno, Villa Penicina, con un giardino circondato da alberi maestosi, qualche statua che circonda la piscina in stile antico e, visibile dalla strada, questo tempietto composto da pietra locale e mattoni rossi. Vi si trovano arredamenti anche del ‘600. Qui vediamo la Chiesetta dedicata alla Santissima Vergine di Bozzole.

◾MUSEI: Museo arte rurale e degli strumenti agricoli + link video su youtube

◾GIARDINI, PARCHI, RISERVE: Giardino Alpino Pietra Corva + link video su youtube

Il Giardino Botanico Alpino di Pietra Corva sul versante orografico destro della Val Tidone, a 950 metri di altitudine, sulle pendici del Monte Pietra di Corvo (o Pietra Corva), che si erge a est del giardino sino a 1070 m, immerso in una faggeta. Il Giardino è stato ideato da Antonio Ridella, grande appassionato di botanica, che si avvalse di alcuni esperti collaboratori, aprendolo ufficialmente al pubblico nel 1967. Seguendo la strada che da Romagnese porta a Grazzi, ci si imbatte nelle indicazioni per il Giardino: oltrepassato il paese e il bivio per Praticchia, si arriva alla sterrata che porta al piazzale di fronte ad un punto di ristoro; dopo una breve salita a piedi si giunge all’entrata del Giardino. Da questo punto partono alcuni sentieri, intorno al Giardino, adatti anche per la MTB, che portano nei punti più importanti e panoramici di questa zona dell’Oltrepò Pavese: il Monte Pan Perduto, i Sassi neri, ma soprattutto il Monte di Pietra Corva e, più lontano, il Monte Penice. Questi monti sono accomunati dalla loro conformazione composta di rocce ofiolitiche (sassi neri). Nel Giardino vi sono piante e fiori di ogni tipo, molte delle quali non sono esattamente del luogo: provengono da zone più alpine, ma qui si sono adattate in maniera stupenda. Il Giardino Alpino è strutturato, per mezzo sentieri di accesso, in zone tematiche, considerando l’adattabilità delle piante ai pendii. Al’interno ci s’imbatte nel Centro visitatori con annesso un piccolo museo che permette di inquadrare meglio il territorio che ci circonda. Sulla destra, un capanno svolge la funzione di Centro Studi: vi si possono trovare molti libri e attingere una serie di informazioni. Di fianco al Centro Studi, un grazioso laghetto. Una salitella e un piccolo rio ci accompagnano nei vari punti del Giardino, che vanta un altro piccolo lago artificiale. Troviamo anche una targa scolpita nelle nere pietre che caratterizzano il luogo; si può proseguire sui vari sentieri alla scoperta delle piante e dei fiori che catturano la vista e la curiosità.

Rovaiolo Vecchio

◾VIDEO: Rovaiolo Vecchio

LE FRAZIONI : frazione di Brallo di Pregola

La storia di Rovaiolo invece è particolare. Rovaiolo vecchio è il paesino che si raggiunge da un sentiero poco sotto Lama che porta al Monte Lesima attraverso il vallone dell’Inferno. Paesino ormai abbandonato causa una possibile frana, ricostruito in toto e posizionato sulla provinciale.

Rovescala

◾VIDEO: Rovescala

LE FRAZIONI : Ca’ Bella, Ca’ del Vento, Ca’ Littorina, Campana di Ferro, Ca’ Nicelli, Ca’ Nova, Cascina Molino, Cascina Val Madonna, Croce, Luzzano, Mosca, Pieve, Scazzolino

Rovescala è terra di grandi vini. Siamo nella parte più orientale dell’Oltrepò Pavese, quasi in terra di confine con i vigneti dei colli piacentini, quindi immersi in un fantastico mondo. Contesa tra Piacentini e Pavesi, Rovescala passò nel 1164 sotto il dominio di questi ultimi, che vi nominarono podestà e castellani, ma i conti, continuando a conservarne il possesso effettivo, per buona parte del XIII e XIV secolo, esercitarono una grande influenza su tutto l’Oltrepò, scontrandosi con i Malaspina di Varzi e i Landi di Piacenza. Presso Rovescala, ancora nel XVIII secolo, esisteva il comune di Luzzano, presso il confine piacentino. Era noto fin dal XII secolo, quando era dominio del monastero di San Pietro in Ciel d’Oro di Pavia. All’inizio del XIX secolo fu aggregato a Rovescala. All’ingresso del paese, circondata da abeti, sorge una graziosa chiesetta, dedicata alla Madonna di Caravaggio. Rovescala si estende sopra un colle sul quale spicca la torre posta all’interno del paese, ciò che rimane del castello, oggi abitazione privata. Le abitazioni private, costruite in mattone, riportano ad epoche più antiche. Nella piazza, annesso alla parrocchiale dedicata alla Natività di Maria Vergine, si trova il monumento ai caduti che rappresenta un richiamo e un interesse per i visitatori. Passeggiando per il paese, si nota un arco di antiche origini. Nel Museo Agricolo nei secoli sono stati convogliati qui gli attrezzi del lavoro nei campi, la maggior parte dei quali sono attrezzi appartenenti alla tradizione vitivinicola. Per la sede si è scelta un’antica cantina, con volte a botte, nei pressi del Municipio, rimessa a nuovo. Si possono trovare pezzi unici legati al mondo del vino, ma anche semplicemente del mondo agricolo e della quotidianità familiare. Attrezzi legati a un periodo che va dall’inizio del secolo fino agli anni ’40. Come, ad esempio, il “previ”, arnese in legno utilizzato per scaldare il letto (all’interno del quale vi s’infilava la “scaldina” o “scaldena”), o la “brenta”, contenitore in legno, (o gerla), usato per trasportare e misurare il vino.
A Scazzolino c’è una chiesetta da cui si arriva anche alle panoramiche carrarecce. Al confine con la provincia di Piacenza c’è Luzzano: spicca un castello, oggi sede di un’azienda vitivinicola.

◾MUSEI: Museo Agricolo nei secoli + link video su youtube

PAESI | S

San Cipriano Po

◾VIDEO: San Cipriano Po

LE FRAZIONI : Buffalora, Coste

San Cipriano è noto fin dal X secolo, quando apparteneva alla chiesa di San Giovanni Domnarum di Pavia. San Cipriano sembrò appartenesse per circa tre quarti al feudo di Broni (dal 1536 dei conti Arrigoni di Milano) e un quarto a quello di Stradella, che continuava ad appartenere alla mensa vescovile di Pavia. Pur costituendo un solo comune, era diviso in due giurisdizioni: la parte vescovile, chiamata anche Corte di San Cipriano, si trovava a sud, dove c’è la chiesa, mentre quella bronese era a nord. Tuttora il paese presenta due addensamenti che corrispondono a queste due parti. Questa situazione durò fino al 1797, quando fu abolito il feudalesimo. In epoca napoleonica al comune di San Cipriano furono unite le due attuali frazioni Buffalora e Coste, che erano state fino ad allora comuni a sé: appartenevano agli stessi feudi che si dividevano il dominio su San Cipriano: Buffolora alla contea di Broni, Coste al feudo vescovile di Stradella e Portalbera. In via Tizzoni esiste una antica torre mentre in centro troviamo la chiesa parrocchiale di San Cipriano.

San Damiano al Colle

◾VIDEO: San Damiano al Colle

LE FRAZIONI : Boffalora, Camporello, Casalunga, Mondonico, Santa Giuliana, Villa Marone.

San Damiano al Colle si trova sulle colline dell’Oltrepò Pavese, presso il torrente Bardonezza, ai confini con la provincia di Piacenza. Fu a lungo meno importante della sua attuale frazione Mondonico; apparteneva alla grande signoria di Stradella e Portalbera, che faceva capo alla mensa vescovile di Pavia. Nel 1677, il feudo di San Damiano ne fu smembrato e venduto ai conti Mandelli. Il comune di Mondonico, già noto nell’XI secolo, fu aggregato a San Damiano all’inizio del XIX secolo. Il paese si allunga a ferro di cavallo sul crinale di una collina ed è posto in posizione panoramica di fronte a Rovescala, dove incontriamo una chiesa all’inizio del paese, mentre la Parrocchiale dei Santi Cosma e Damiano è collocata nella piazza, con una fontana e il monumento ai caduti. Il castello ha subito profonde trasformazioni e conserva un imponente ingresso costruito su un piccolo ponte levatoio, segno inequivocabile che un fossato prima lo circondava. Una torre merlata e un bel giardino esterno completano il castello. Costruito interamente in mattoni, è posto nella parte alta del paese: siepi e piante ne abbelliscono l’entrata. In Via Olivia, proprio dietro la Parrocchiale, troviamo una struttura di difesa militare, chiamata “rocchetta” che purtroppo versa in cattive condizioni conservative. A Mondonico, punto di passaggio per il cambio di provincia, posto di fronte a San Damiano al Colle, all’imbocco della valletta del Rio Marsinola, troviamo una la chiesa dedicata a San Giovanni Apostolo e una residenza privata, sede di quello che una volta era il castello. A Villa Marone possiamo ammirare la parrocchiale.

Santa Cristina

◾VIDEO: Santa Cristina

LE FRAZIONI : frazione di Varzi

Santa Cristina ha la sua chiesa dedicata alla patrona del paese. Una piccola chiesa, ristrutturata, il cui campanile è datato 1882.

Santa Giuletta

◾VIDEO: Santa Giuletta

LE FRAZIONI : Castello, Manzo, Monteceresino, Orto

Santa Giuletta – formata storicamente da due distinti centri abitati, detti il Castello e la Villa – si costituisce come entità unitaria attorno alla sua chiesa, dedicata a Santa Giuletta, risalente all’Alto Medioevo. Derivò dalla separazione di una più antica chiesa dei Santi Quirico e Giulitta, sorta nella parte orientale della pieve di Casteggio, la cui origine va ricercata nel transito dei corpi dei due martiri da Marsiglia a Roma, avvenuta per volontà di papa Vigilio attorno al 550 d.C. La strada Romera, attraverso Santa Giuletta, fu sempre la via dei pellegrinaggi dalla Francia meridionale a Roma. Dalla stessa chiesa di San Quirico e Giulitta sarebbe derivata anche la vicina parrocchia di Corvino San Quirico. Non è noto quando sorsero i due centri abitati attuali: il territorio dell’attuale comune coincide, all’incirca, con la podesteria, che a sua volta fu sempre costituita solo da tale comune. Nel XIV secolo, cadde sotto la signoria dei Beccaria del ramo di Santa Giuletta e fu regolarmente infeudato nel 1412. Nel 1631 apparteneva ancora ai Beccaria, divisi in quattro rami. Nel 1694, per estinzioni o rinunce da parte dei vari rami dei Beccaria, il feudo passò in condominio alle famiglie Trotti e Isimbardi (da cui la locale cascina Isimbarda), entrambe col titolo di Conti di Santa Giuletta, che sopravvissero alla fine del feudalesimo. Negli anni Cinquanta la sede comunale era passata alla Villa, ormai detta Santa Giuletta per antonomasia. Nel 1953, l’antico oratorio di San Colombano divenne parrocchia autonoma, separata da Santa Giuletta, che restava parrocchia del Castello. Alla fine degli anni Settanta, avvennero diversi cedimenti del suolo sulle colline: molte abitazioni e filari di viti furono distrutti e un discreto pezzo di strada dovette essere ricostruito. Per ovviare al problema, qualche anno fa, si è provveduto a costruire drenaggi appositi. Il nucleo più antico, detto Castello, sorge sulla collina; il nucleo più moderno, detto La Villa, attuale capoluogo, si trova ai piedi della collina. Il punto più alto di Santa Giuletta è il Monte Zavo, dal quale venne estratta l’arenaria sufficiente alla costruzione di alcune parti di San Michele a Pavia, San Pietro in ciel d’oro, sempre a Pavia, e della stessa Certosa di Pavia. Un altro colle di Santa Giuletta è il Monte Campone, posto sull’esatto confine tra Santa Giuletta, Pietra d È Giorgi e Mornico Losana. Le colline sono dedicate alla viticultura. Il capoluogo, posizionato a ridosso della strada statale che porta a Piacenza, conserva, nella sua parte più interna la chiesa Parrocchiale dedicata a San Colombano e uno spazio verde dedicato ai caduti partigiani con un cannone risalente all’ultima guerra. Il Museo della bambola e del giocattolo, un vero punto fermo della operosità e dell’ingegno delle genti dell’Oltrepò Pavese, simbolo del gioco e dell’infanzia di tutti noi. A Stradella nasce l’azienda per la produzione di bambole, tutte costruite a mano da donne artigiane. La costruzione della bambola in carta pesta richiedeva un lungo e minuzioso lavoro: dalla costruzione del corpo alla colorazione della “pelle” e dei capelli; con i vestiti, poi, si realizzavano delle vere e proprie bambole non solo per giocare ma anche da collezionare. Il museo è realizzato in una stanza annessa al Municipio, dedicato a Quirino Cristiani, pioniere del cinema d’animazione emigrato in Argentina, ma poi tornato in Oltrepò dove ha trascorso gli ultimi giorni della sua vita. Questo è un piccolo museo per scoprire grandi cose di un passato non tanto lontano che ha creato tanti posti di lavoro: le bambole sono state sostituite dall’arrivo della plastica. Il museo, anche attraverso un lavoro di ricostruzione dedicato alla raccolta di interviste, propone un’esposizione incantevole, arricchita da documenti, fotografie e utensili di lavoro; e bambole di ogni tipo, anche quelle che camminano, le progenitrici delle più famose “barbie”, e addirittura un prototipo del più famoso “Topo Gigio”. Di fianco al museo della bambola, il comune ha voluto ricordare i nostri partigiani e i reduci dalle guerre, con un luogo di raccolta di immagini, stemmi, elmetti, accessori, ma soprattutto ricordi ammirati nei riguardi di chi ha dato la vita per regalarci un futuro di libertà. Gente d’altri tempi, che potrebbe insegnare agli uomini di oggi che cosa vuol dire la sofferenza. Dalla statale, prima di entrare in Santa Giuletta, troviamo un bivio con le indicazioni per la Torre Sarolli-Griziotti, azienda agricola di antica origine signorile, che conserva una torre medioevale, in un luogo nascosto ed incantevole, raggiungibile da un breve e comodo sentiero. Risalendo la strada che porta a Pietra d È Giorgi, si arriva alla parte più antica del comune, in frazione Castello. La chiesa dedicata a Santa Giuletta, con l’annesso campanile, conserva fattezze medioevali ed è più simile a una torre, nella parte più alta, dominata da quello che era il castello, trasformato poi in palazzo e così rimasto fino ai giorni nostri. Siamo nella parte più antica del comune di Santa Giuletta che offre, nella parte alta, una bellissima villa, un tempo castello, trasformatosi con l’andar degli anni in una residenza signorile. Ci accoglie un Cedro del Libano all’interno di un giardino ricco di alberi. Sul lato posto a ridosso della strada, il muro di cinta è ricoperto da piante di capperi. Il paese di Castello riserva speciali sorprese come, ad esempio, gli olivi posti nei pressi della Chiesa, non particolarmente grossi, ma sicuramente in grado di raccontare, se avessero il dono della parola, storie antiche e magiche.

◾MUSEI: Museo dei Combattenti + link video su youtube

◾MUSEI: Museo della Bambola + link video su youtube

Santa Margherita di Staffora

◾VIDEO: Santa Margherita di Staffora

LE FRAZIONI : Casale Staffora, Casanova di Destra, Casanova di Sinistra, Cegni, Ceregate, Cignolo, Fego, Massinigo, Negruzzo, Pianostano, Pian del Poggio, Pian dell’Armà, Sala, Vendemiassi

prima parte

Lungo la provinciale si riesce a notare un piccolo sperone di pietra, che indica la presenza di un castello antico (i resti delle pietre sono andati distrutti nell’ultima guerra e adoperati per edificare le nuove case del paese): dai suoi ruderi e dalle macerie è sorta la parrocchiale dedicata a Santa Margherita. Incluso nel vasto Marchesato dei Malaspina, Santa Margherita compare nel diploma ufficiale di infeudazione del 1164. Nelle successive suddivisioni della famiglia, Santa Margherita viene menzionata nel 1221 nel 1275, passando ai Malaspina di Varzi e di Santa Margherita e a quelli di Oramala-Godiasco. A questi ultimi toccarono quasi tutte le terre situate a ovest della Staffora, con centri quali Cegni, Negruzzo e Casale. Santa Margherita, con Sala, Vendemiassi, Fego, compreso Casanova, che apparteneva ai marchesi di Varzi. Fra i pochi rami dei Malaspina a mantenersi sempre in discrete condizioni economiche e a conservare il feudo sino all’estinzione del feudalesimo stesso, alla fine del ‘700. Alla metà del ‘700 i feudatari trasferirono la residenza a Piacenza pur mantenendo il castello al solo scopo di residenza estiva. Nel 1796 il Marchese Giuseppe Malaspina lo volle utilizzare come centro della ribellione anti-francese, fu espugnato e devastato dalle truppe di Napoleone. Il Marchese riuscì a fuggire probabilmente a Piacenza ma il castello venne abbandonato e lasciato alla rovina. La sede del comune è a Casanova, mentre la località si trova poco sopra il bivio dalla provinciale per il Passo del Brallo. Parte importante sono le frazioni, tante, tutte importanti e di estremo interesse.

seconda parte

Il paese di Cignolo è posizionato alla strada provinciale che collega Casanova Staffora a Castellaro, all’inizio della frazione si trova l’Oratorio di San Giacomo. L’edificio risale al 1887, così come la torre campanaria.
Sempre da Casanova Staffora vi sono due strade che risalgono lungo la costa sulla s.o. della alta valle Staffora. La più alta risale sulla provinciale incontrando Cegni. La chiesa dell’Assunta è di certo una delle più antiche nel comune di Santa Margherita di Staffora: risale al 1657. Posta in ottima posizione all’inizio del paese, con vista sui monti Colletta e Lesima e sull’abitato di Fego. Il sagrato è sede dello spettacolare “Carnevale Bianco” che si svolge a metà agosto. Uscendo dal paese, verso il Passo del Giovà, si trova un piccolo oratorio, caratterizzato dagli intonaci recenti, di color rosa. Un sentiero collega Cegni a Negruzzo Incontriamo la località Lago. Si possono vedere alcuni ruderi, come quello che rimane del mulino, Resta accessibile a meno di addentrarsi tra la boscaglia fitta. Proseguendo sul sentiero troviamo Ceregate.  È un paesino fantasma nascosto dove l’Alta Valle Staffora si incuea per risalire alle sue sorgenti. Al paesino; Oggi Ceregate è disabitata, almeno nella stagione invernale. Rimangono alcune case ormai decadenti, al cui interno si scorgono e si immaginano gli ultimi momenti di vita del paese. Quasi come fosse un piccolo miracolo, la chiesetta dedicata a Maria Bambina, a tutt’oggi in ottimo stato, veglia ancora sul paese. Questo luogo si rianima due volte all’anno, quando la parrocchia di Cegni si riunisce la prima domenica di settembre e il lunedì dell’Angelo. Una messa e, nel piazzale adiacente, gli anziani del paese iniziano gli “incanti”, mettendo all’asta i prodotti tradizionali. Passato il paese di Casanova Staffora, si prosegue per Fego: poco prima del ponte sul Torrente Staffora, s’incontra una stradina che scende sul torrente. Il Mulino del Biondo è sicuramente uno dei più antichi dell’Oltrepò Pavese: secondo alcuni studiosi, sarebbe di epoca Longobarda. Il mulino, attualmente, è accessibile se si fa richiesta al proprietario.
Con una deviazione incontriamo Fego, caratterizzata dalla sua interessante Parrocchiale dedicata a San Colombano risalente all’inizio del 1600, a pianta rettangolare, con una torretta campanaria. Attraversato il torrente Montagnola un sentiero ci porta lungo il fosso del Freddo al Mulino dei Cognassi. A metà percorso troviamo un muro di cinta costruito con pietre del posto. Il mulino è nascosto tra la vegetazione: una piccola deviazione ci porta al mulino, realizzato interamente in sasso e costituito da più edifici, comprendenti una stalla e una cascina. La ruota di questo mulino è molto stretta e alta una decina di metri. Il mulino era un punto importante per l’economia della zona: infatti, produttori e agricoltori di frazioni limitrofe, come Cencerate, Valformosa e Barostro, vi portavano mais, grano e castagne per la produzione di farina, prezioso elemento per il sostentamento e perno fondamentale per l’economia del territorio. Sopra il mulino troviamo una vasca costruita in terra che dava alimento e forza alle pale. Proseguendo sul sentiero prima di Bralello incontrano alcuni castagni secolari, patrimonio naturale di questo incontaminato territorio dalle caratteristiche boschive.
Risalendo troviamo il bivio per Negruzzo. Qui troviamo la Parrocchiale di San Bartolomeo, in posizione dominante. Per raggiungerla occorre percorrere le strette vie del paese costruite in pietra fino alla parte alta del paese. La costruzione dell’edificio risale all’inizio del XVIII secolo: da un punto di vista artistico, pregevole l’altare maggiore in marmo nero e stile barocco, del diciottesimo secolo.
Una stradella che esce da Negruzzo giunge a Casale Staffora. La Chiesa di San Lorenzo è situata su un promontorio a lato del paese. Immersa nel verde, la chiesa fu edificata nel 1570. La facciata presenta un profilo del tetto a capanna, mentre la pianta è rettangolare, a navata unica, con due cappelle laterali: sopra l’ingresso, c’è il dipinto raffigurante San Lorenzo. Oltre alla tradizione orale, la presenza di un eremo in questa zona pare essere suffragata dai resti murari in sasso ritrovati negli anni ’30; inoltre, sulle mappe, resta ancora l’indicazione della Fontana del Convento.
Nate in un periodo storico assai più recente, le località di Pian del Poggio e Pian dell’Armà costituiscono una meta turistica nel territorio dell’Oltrepò Pavese: numerosi sciatori e amanti dello sport in genere trovano alloggio qui, immersi in un luogo tranquillo e ricco di bellezze naturali. Le due località sono altresì un punto strategico di appoggio per le visite ai Monti Chiappo e Lesima: i due fari dell’Oltrepò Pavese, luoghi di passaggio di antiche e odierne vie. Abitanti e villeggianti si sono regalati la chiesa, voluta dal parroco del paese: Don Lino Tagliani. Il luogo è raccolto, all’interno stupendo, con alcune statue in legno: sembra una piccola baita. Risalendo nei pressi del Passo del Giovà troviamo la caratteristica chiesetta dedicata agli Alpini che però fa parte del comune di Zerba.
La strada bassa prosegue parallela al torrente Staffora ed incrocia Pianostano posta all’altezza delle strade che portano sui due versanti e danno origine alla parte alta della Valle Staffora. Nel paese, poche case e un mulino di antiche tradizioni con alcune parti ricondizionate del Mulino di Negruzzo.

Santa Maria Della Versa

◾VIDEO: Santa Maria Della Versa

LE FRAZIONI : Donelasco, Gariasco, Pizzofreddo, Sannazzaro Montarco, Soriasco, Torrazza, Torrone, Valdamonte, Villanova

Nel feudo di Soriasco, oltre al comune del capoluogo, esisteva anche quello di Donelasco, dove risiedeva il feudatario. La signoria dei Gambarana durò fino all’abolizione del feudalesimo. All’inizio del XIX secolo, a Soriasco fu unito il comune di Montarco, detto anche Sannazzaro, dal nome della chiesa parrocchiale. Era un luogo importante, essendo citato nel diploma di Federico I del 1164. Nel 1216 fu bruciato dai confederati lombardi, in lotta con Pavia. Apparteneva probabilmente ai Sannazzaro; e c’è chi sospetta che il cognome derivi da questo luogo. Fu incluso nel feudo di Broni, in cui restò fino alla fine e di cui rimase, isolato, il territorio più meridionale. Sempre nel XIX secolo, andò sviluppandosi, ai piedi del colle di Soriasco, a fondo valle, il nuovo centro detto Borgata Versa o Madonna della Versa, da una chiesetta ivi esistente, costruita per ricordare un’antica apparizione della Vergine a una fanciulla. In questo centro fu posta la sede comunale e, nel 1893, il nome del comune da Soriasco fu mutato in Santa Maria della Versa. Nel 1929 fu unito a Santa Maria anche il comune di Donelasco. Si trova nella collina dell’Oltrepò Pavese, nella media vallata del torrente Versa. Santa Maria della Versa è sicuramente uno dei centri più famosi a livello nazionale per la produzione di spumanti e vini particolari. Nel centro di Santa Maria della Versa e dalla piazza si percorre la via pedonale in salita, che porta fino al sagrato della Chiesa. Il nome del paese è profondamente legato all’immagine di Maria, alla quale si chiede protezione per tutta la Valle Versa. La Parrocchiale del Santissimo Nome di Maria è posizionata ove un tempo sorgeva una cappella chiamata Madonna Val Versa. Anche se di antiche origini risalenti ai primi anni del 1600, è solo nel 1940 che divenne parrocchia. All’interno si trovano vari affreschi e statue di notevole pregio nonché un dipinto ad olio di Maria, infine una lapide che ricorda una rappresaglia nazifascista, che qui, come in tutto l’Oltrepò, ha sparso dolore e morte, ma anche ispirato una forte resistenza partigiana. Piccoli paesi costituiscono il comune, posti lungo i crinali delle due sponde della Val Versa. A Soriasco, piccolo e grazioso borgo, entrando in paese, l’occhio volge subito al cielo dove il campanile della chiesa e la torre medievale, ultima rimasta delle dodici che componevano il muro di cinta del paese, fanno a gara a chi si erge più in alto. Quello che rimane del castello oggi è un’abitazione privata. A ridosso della torre troviamo la Parrocchiale di Santa Maria del Carmine. La chiesa, datata 1518, era dedicata a San Gaudenzio: nel 1800, sono stati aggiunti i nomi della Beata Vergine del Carmine e di San Giacomo. Particolare è il fatto che la torre campanaria della chiesa e la torre medioevale, di quello che era un castello, siano estremamente vicine, quasi affiancate.
A Pizzofreddo, più precisamente in località La Torre, una casa ricostruita in pietra, è facilmente riconoscibile una piccola torre. L’oratorio è di recente costruzione, con una semplice torre campanaria, costruita in ferro, in cui risiedono tre piccole campane.
Da Santa Maria della Versa, sulla strada che conduce a Castana, c’è il borgo di Sannazzaro che rievoca un nome nobiliare altisonante per questi luoghi. La Parrocchiale dei Santi Nazzaro e Celso, piuttosto antica, sta subendo il degrado del tempo: lo dimostrano le numerose crepe che si notano all’esterno. Il retro della chiesa, che poi corrisponde alla zona dove è posizionato l’altare, è stato restaurato con mattoni a vista. Carina e interessante è la breve scalinata che porta all’ingresso principale: due filari di alberi, fiori e una piccola nicchia dove risiede la statua della Madonna e una bambina che prega.
Sulla strada che da Santa Maria della Versa porta a Rovescala, si nota una villa con giardino: sul retro presenta muri che fanno pensare ad un vecchio castello; in fianco, nascosto al passaggio, c’è un oratorio. Nella parte alta sopra il portale, l’affresco è in cattivo stato di conservazione, mentre il resto sembra che stia resistendo alle incurie del tempo. Sul fianco sinistro sorge la torre campanaria.
Se da Santa Maria della Versa ci si porta sulla strada che conduce a San Damiano al Colle, dopo una ripida salita, s’incontra Donelasco e la sua Parrocchiale di San Giorgio, eretta nel 1560, presenta una facciata assai interessante sotto il profilo architettonico.

Silvano Pietra

◾VIDEO: Silvano Pietra

LE FRAZIONI :

Il territorio di Silvano Pietra faceva parte della Corte regia di Corana, che l’imperatrice Adelaide donò nel 969 al monastero di San Salvatore di Pavia. In quell’epoca non era ancora noto Silvano, bensì il castello dell’Armentaria, attuale cascina Armentera. Silvano è citato dal XII secolo, allorché passa con i centri vicini sotto il dominio pavese. L’alta signoria del monastero del Salvatore, che si mantiene nei vicini centri di Corana e Bastida d È Dossi, viene di fatto a cessare a Silvano, che cade sotto il dominio dei Beccaria nel XIV secolo; seguono brevi infeudazioni dapprima agli Orsini di Lavello (1430-1468) e poi ai Bottigella di Pavia (1468), che furono grandi proprietari terrieri, per cui a lungo anche successivamente il paese fu detto Silvano Bottigella. Già nel 1483 tuttavia il feudo venne loro sottratto, e dopo una breve infeudazione ai Sanseverino passò nel 1528 a Brunorio Pietra, ministro ducale, ai cui discendenti rimarrà fino all’abolizione del feudalesimo nel 1797. Al nome di Silvano Bottigella si sostituirà quindi il nome attuale. Nella piazza centrale di Silvano Pietra si trova il castello (datato 1329) con alta torre già dei Beccaria. Probabilmente la costruzione del forte castello munito di tre torri fu iniziata dai Beccaria e terminata entro il primo quarto del XIV secolo ed utilizzato nei primi anni come prigione. Del castello originario oggi sopravvive soltanto l’ala sud con ancora visibili sulla facciata tracce del vecchio ponte levatoio, monofore ed archi a sesto acuto ed a tutto sesto. La chiesa romanica dedicata Santa Maria e San Pietro e alcune case in mattoni a vista.

Someglio

◾VIDEO: Someglio

LE FRAZIONI : frazione di Brallo di Pregola

Sempre dal Passo del Brallo, restando sempre sulla Valle Avagnone, s’incontra Someglio e veniamo ripagati dalla vista di questo tranquillo paesino ai piedi del crinale che collega i Monti Lesima alla Cima Colletta. La Chiesa dei Santi Protasio e Gervasio, così come la Parrocchiale di Montebello della Battaglia, è dedicata ai due martiri.  È un vero gioiello da ammirare: è in stile romanico, costruito in pietra a vista e coperto da lastre di pietra locale, con il campanile eretto dai Malaspina e adibito anche a torre di avvistamento. L’edificio è di piccole dimensioni così come il sagrato, accessibile per mezzo di un portale costruito in arenaria. All’interno troviamo i dipinti, oltre a quello dei santi Gervasio e Protasio, di San Fermo, qui venerato il 9 agosto, e di Sant’Ambrogio. Troviamo anche una fonte battesimale in pietra locale, scoperta durante gli scavi di restauro.

Stradella

◾VIDEO: Stradella

LE FRAZIONI : Boccazza, Casa Agati, Casa Berni, Casamassimini, Cassinello, Colombetta-Piane, Montebruciato, Orzoni, Plessa, Santa Croce, Santa Maria, Sant’Antonio, Solinga, Torre Sacchetti, Valle Muto

parte prima

Geograficamente posta all’inizio della Valle versa, Stradella è uno dei punti focali dell’Oltrepò Pavese. La sua posizione conserva un’importanza fondamentale e strategica, se si pensa all’antica Via Postumia, segno del passaggio e presenza dei Romani. Non solo. Studi recenti testimoniano la presenza di Liguri e Celti. Le antiche mura sono andate perse nei numerosi. La storia di Stradella si confonde, nel Medioevo, con quella dell’antica località di Montalino, situata su una modesta altura alla periferia meridionale della città attuale, dove ancor oggi si trova l’oratorio di San Marcello in Montalino testimonianza dell’epoca romana. Per arrivare alla basilica, bisogna percorrere la strada alta sulle prime colline sopra Stradella che porta in Valle Versa, al termine di Via Montalino, nei pressi di un incrocio semaforico, alla vista della vicina Rocca di Montalino. La basilica, anche se di chiara estrazione d’arte romanica, di forma a “capanna”, costruita in mattoni e arenaria, ha origine incerta, risalente all’anno Mille: fu fatta erigere dai primi Vescovi di Pavia, feudatari di Stradella e della Rocca di Montalino, che acquistarono la signoria attorno al 950 d.c. La sua funzione, in questo lunghissimo periodo, è passata da basilica a parrocchiale, da lazzaretto a magazzino agricolo e, solo dopo parecchi anni e più precisamente tra gli anni 1950 e 1960, iniziarono i restauri per riportarla alle sue origini sia funzionali che architettoniche, tanto che la si considera uno dei più preziosi monumenti dell’Oltrepò Pavese. Da Stradella ci portiamo in Valle Versa e dalla strada che porta a Canneto Pavese si stacca la stradina che conduce sotto la Rocca di Montalino. La costruzione esternamente è scarna, ma dà comunque l’idea di quanto questo fortilizio abbia avuto un passato guerriero, che ha resistito agli assalti di numerosi invasori. Si è poi trasformata in una residenza privata ricca di arredi e affreschi importanti. Sulle mappe CTR è visualizzata come Rocca Ticozzi, dal nome di uno dei proprietari. La signoria del vescovo, Conte di Stradella, cessò con l’abolizione del feudalesimo. A Stradella la proprietà terriera era molto frazionata, essendovi molti proprietari, anche borghesi, segno della prosperità del borgo. Esso andò crescendo nei secoli successivi la fine del Medioevo: nel XIX secolo, era divenuto il secondo comune dell’Oltrepò per popolazione, meritando nel 1865 il titolo di città. A Stradella vi era un castello che, tra battaglie e fatti d’arme, subì una serie di distruzioni fino a quella finale del 1845 quando furono demoliti gli ultimi resti. Andato distrutto pure il campanile della chiesa, si decise di sostituirlo e di costruirlo sulla torre merlata. Questa strana e particolare struttura la possiamo vedere nella piazza principale di Stradella. Legato alla città è il nome di Agostino Depretis, che qui aveva il collegio elettorale e che qui morì nel 1887. Stradella è stata per molti decenni uno dei principali centri di produzione di fisarmoniche nel mondo. La Chiesa Parrocchiale dell’Assunta e dei Santi Naborre e Felice è situata in Piazza Vittorio Veneto, dove risiedono molte bellezze architettoniche, come la statua di Depretis, la Torre Civica e il Palazzo Isimbardi. La Parrocchiale è datata 1491 ed è stata restaurata nel 1837: della struttura originaria rimangono solo il presbiterio e il transetto. Le opere sono di artisti locali, tra cui il pittore vogherese Paolo Borroni. All’imbocco con la Valle Versa, su quella che un tempo era la romana Via Postumia, si trova la Chiesa della Versa, del XVII secolo. L’iscrizione indica “Già Oratorio di San Fermo”. All’interno troviamo un affresco absidale di Pietro Delfitto. La parte posteriore della chiesa ha mantenuto caratteri antichi, con mattoni a vista; di fianco si trova una costruzione anch’essa in pietra (la probabile casa del custode) e una torre medievale. In Via Fontana, di fianco a Palazzo Longhi, si trova l’Oratorio della Beata Vergine della Misericordia che risale al ‘600: all’interno c’è un crocefisso in legno, di splendida fattura, e l’urna con le ossa di San Deodato. Di fronte al palazzo comunale in una piazzetta: la fontana dei Quattro Cannoni è così denominata per le quattro canne dalle quali, fin dal primo ‘500, sgorga l’acqua, poi convogliata in condotti medievali che si immettono in due grandi vasche di granito, sovrastate da una costruzione. In passato, la fontana serviva per le necessità alimentari degli stradellini, ma anche per abbeverare cavalli e altri animali nonché per le esigenze degli artigiani locali.

parte seconda

La storia della fisarmonica a Stradella è ampiamente documentata nel “Museo della fisarmonica“, ospitato all’interno di Palazzo Garibaldi, in via Montebello, che custodisce anche il primo prototipo costruito da Dallapè. Come il museo di Santa Giuletta dedicato alle bambole, anche il Museo della fisarmonica di Stradella nasce da quello che un tempo era una fiorente attività industriale, conosciuta in tutto il mondo, soprattutto nel periodo antecedente la Seconda Guerra Mondiale. Il museo si prefigge di conservare la memoria storica di un precursore delle moderne fisarmoniche, Mariano Dallapè che nel riparare con successo il suo vecchio “akkordion” (uno dei precursori delle fisarmoniche così come l’antenata “physarmonica” e la “concertina”), capì che una strada imprenditoriale poteva iniziare con sviluppi davvero sorprendenti. Una delle prime fisarmoniche fu prodotta nel 1876 da Mariano Dallapè, trasferitosi a Stradella pochi anni prima dalla città di Cavedine (Trentino) e realizzò il primo prototipo di fisarmonica denominata “cassetta” iniziandone, nella bottega artigianale. Il successo del prototipo indusse il Dallapè ad aprire una bottega per la produzione di fisarmoniche. Il suo esempio fu seguito negli anni successivi da vari altri artigiani, che aprirono prima semplici botteghe e poi vere e proprie fabbriche. A mano a mano, il successo portò alla espansione dell’azienda nonché a notevoli miglioramenti e trasformazioni della fisarmonica. Adottando il sistema di accordi precostituiti chiamati i “bassi di Stradella”, favorì per l’azienda una svolta internazionale. Come per il museo delle bambole, anche qui gli operai non erano solo esecutori, ma veri e propri artisti, trasformando le fisarmoniche in vere opere d’arte, che possiamo vedere e ammirare all’interno del museo. Nacquero diverse aziende che si specializzarono nella produzione di fisarmoniche, tutte sotto l’ala e l’insegnamento del primo maestro: Mariano Dallapè. Nel periodo di massimo sviluppo, tra le due guerre mondiali, lo stabilimento di Dallapè contava circa 300 operai. In quegli anni, su dieci mila persone che abitavano a Stradella, più di un migliaio erano occupate nella produzione di fisarmoniche. Nel secondo dopoguerra e soprattutto nel periodo alla fine degli anni ’50, le cose non andarono più nel verso giusto, il cambiamento dei gusti musicali e l’incapacità delle aziende di adattarsi alle nuove condizioni di mercato hanno determinato un progressivo declino che arrivò ai primi anni ’70 con la chiusura definitiva delle fabbriche stradelline. Ne rimangono solo alcune, tra cui quella di Dallapè, che sono rivolte ad una produzione di artigianato di elevata qualità. Il museo si trova all’interno del Palazzo Garibaldi in Stradella (così come il Museo Naturalistico) e, attraverso un percorso guidato in alcune stanze del palazzo, vi si può visualizzare la storia della fisarmonica dalle origini fino ai giorni nostri. Attraverso una suddivisione in tre settori, si possono ammirare foto e documenti del primo costruttore nonché il famoso prototipo di fisarmonica, le tecniche di lavoro e alcuni strumenti per realizzarle e una serie di innumerevoli fisarmoniche, che lasciano stupito il visitatore perché esteticamente e funzionalmente sono vere opere d’arte. Il Museo Naturalistico è dedicato a Ferruccio Lombardi del quale possiamo notare la statua bronzea posta all’ingresso del museo, all’interno del Palazzo Garibaldi in Stradella. Il simbolo indicato nel logo raffigura la spilla di origine celtica che si può ammirare in una bacheca all’interno del museo. Nato come “Museo del Po”, il grande fiume che ha fornito molti dei reperti esposti, testimonia l’ambiente naturalistico, fossile e archeologico dell’Oltrepò Pavese e, più in generale, delle Quattro Province. Le stanze del museo sono allestite con ambienti tematici. Per quanto concerne la Geologia, troviamo esposizioni di rocce, minerali, cristalli oltre alle tracce dell’oro del Po che si trovava nelle sabbie del fiume. Si passa alla stanza dedicata all’Antropologia, con resti umani e fossili. E poi la Paleontologia, che espone i resti di mammuth, bisonti e uro. Spazio anche agli animali che popolano il fiume Po e a un’esposizione di farfalle e insetti e alle specie legnose dell’Oltrepò Pavese. Torre Sacchetti è situata sotto la grande torre di Colombara. Qui, nella piazza, c’è la chiesa dedicata a Sant’Anna.


◾MUSEI: Museo della Fisarmonica + link video su youtube

◾MUSEI: Museo Naturalistico + link video su youtube

PAESI | T

Torrazza Coste

◾VIDEO: Torrazza Coste

LE FRAZIONI : Barisonzo, Buffalora, Cadelazzi, Casa Nuova, Castellaro, Colombara, Mogliazza, Nebbiolo, Pragate, Sant’Antonino, Trebbio

Dopo aver subito la dominazione spagnola prima e quella austriaca poi, Torrazza Coste fu annessa nel 1743 al Regno Sabaudo e, alcuni anni dopo, Carlo Emanuele III la considerò Libero Stato, dopo aver eretto Voghera al rango di città. Fino al 1815, la sede comunale era a Sant’Antonino e, solo in seguito, si trasferì a Torrazza Coste. Si racconta che l’imperatore francese Napoleone Bonaparte soggiornò per qualche tempo a Torrazza Coste, nel Palazzo Gallotti, ancora oggi in perfette condizioni. Terra di religiosità silenziosa, intensamente vissuta: lo dimostrano le chiese di San Carlo Borromeo e di San Rocco. L’Oratorio nasce dalle ceneri dell’antica chiesa, luogo di ristoro per i pellegrini in viaggio lungo la Via Romea oppure verso l’Abbazia di San Colombano lungo la Via Francigena nella variante dell’Oltrepò Pavese. Sulle mappe il luogo viene indicato come Cadè. Il profilo collinare di Torrazza Coste offre immagini di spontanea e rigogliosa vegetazione, di caratteristici nuclei abitativi e di ordinate esposizioni al sole di pregiati vigneti, in perfetta conformità all’Oltrepò Pavese. L’economia locale è in prevalenza vitivinicola; oggi vi si aggiungono anche le attività di nuovi imprenditori artigiani, commercianti e industriali. Inoltre, emergono nuove attività nel settore agro-turistico ed eno-gastronomico; attività per le quali il territorio e la locale cultura rurale sono particolarmente vocati. Il paese trova nelle ville, oggi ristrutturate, il ricordo di altrettanti castelli o residenze castellate, con una vita nobiliare intensa. Palazzo Racagni e Palazzo Paleari Gallotti sono situati all’interno del paese. Nei pressi s’incontra Villa Riccagioia ora Centro di Ricerca Formazione e Servizi della vite e del vino dove ci accoglie maestoso, sul campo di fronte alla struttura, un bellissimo esemplare di rovere. Appena fuori paese, sulla strada che porta in Valle Schizzola, si colloca Villa Maresco, di cui si può apprezzare la torre merlata. Salendo verso Castellaro, s’incontra una di colore giallo: è Villa Branca, ormai in stato di decadimento. Sulla strada per Sant’Antonino è bene fare una deviazione verso Nebbiolo dove si intravedono quelli che un tempo erano i resti di un castello, proprio di fronte agli spettacolari Orridi di Marcellino. La chiesa di Sant’Antonino è situata poco prima di arrivare in paese, all’interno di un piazzale in vista panoramica sulle colline che portano in Valle Schizzola e nella valletta del torrente Rile di Retorbido. In fronte alla chiesa si trova il bivio che porta ad una altura: qui si trova un cascinale probabile trasformazione di un castello. La storia di Sant’Antonino, raffigurato in un dipinto sulla facciata, è lunga e tortuosa: durante il periodo di conquista da parte dei Romani di questi territori, Sant’Antonino, allora soldato romano, sfuggì all’eccidio della sua legione, ma venne poi martirizzato nel 301 d.c. a Travo, nei pressi di Piacenza. Sigfrido, vescovo di Piacenza, inviò le reliquie del santo in vari luoghi tra cui proprio a Sant’Antonino, che allora rivestiva un’importanza superiore rispetto a Torrazza Coste.

Torricella Verzate

◾VIDEO: Torricella Verzate

LE FRAZIONI : Bosco Madio, Verzate

Torricella e Verzate, sotto il dominio pavese dal 1164, appartenuta alla podesteria o squadra di Montalto, infeudata ai Belcredi, fino al XVIII secolo. Nel 1470, la frazione Bosco Madio fu infeudata con Corvino San Quirico agli Arcimboldi e i feudatari di Corvino, i Mezzabarba di Pavia, continuarono a intitolarsi conti di Corvino e Torricella. Si narra che Torricella corrisponda a una località Isella (isoletta, dal latino), nota dal medioevo – il nome sarebbe da interpretarsi come Turris Isella – ipotesi non trascurabile anche per via della forma della collina su cui sorge il paese, che sembra appunto un’isoletta in mezzo a una valle. Certo è che il toponimo apparve come Turricella nel XIII secolo. Nella frazione Verzate sorgeva una casa dei Templari (Santa Maria del Verzario): con gli altri beni del Tempio, dopo la soppressione dell’Ordine, fu assegnata agli Ospitalieri di San Giovanni, cui rimase fino all’epoca napoleonica. Vi è chi ipotizza che i Templari stessi abbiano avuto un ruolo nello sviluppo di Torricella. Torricella Verzate è collocata nella valletta del torrente Verzate al suo sbocco in pianura; il capoluogo si trova su un monticello calcareo in mezzo alla vallata, la frazione Verzate in pianura. All’interno del suo comune operano alcune delle più importanti aziende vitivinicole dell’Oltrepò Pavese. L’aspetto architettonico del paese è riconducibile al Santuario della Passione, chiesa parrocchiale intitolata alla Natività di Maria Vergine, uno dei santuari più antichi dell’Oltrepo e alquanto suggestivo sotto il profilo storico-artistico. L’edificio fu costruito direttamente sulla roccia d’origine vulcanica che domina la valle del Verzate. Il santuario sorge sulla collina dalla quale già dominava in epoca medievale il castello, di cui sono rimasti solo i resti della torre e parte delle mura esterne. Sono ravvisabili tracce del ponte levatoio, ancora oggi visibile all’inizio della strada dei Dolori della Vergine. Nel secolo XVI, esisteva una chiesa intitolata a Santa Maria nello stesso luogo del santuario. Tant’è che, nella cripta dell’attuale tempio, c’è una scultura lignea raffigurante la Vergine, rinvenuta in un sottoscala nel 1996 durante il restauro. Il complesso del santuario si completa con la presenza delle sette cappelle rappresentanti i dolori della Vergine, tutte affrescate già dal 1880. Entrando dalla canonica, ci si appresta a percorrere un luogo di silenzio e di preghiera. Nel 1877, Papa Pio IX concesse nove anni di indulgenza ai fedeli che percorressero in ginocchio i 28 gradini della Scala Santa (dapprima scoperta, ma in seguito coperta da tetto). I basamenti della “Torre Saracena” poggiano sulla terra che, portata dai Cavalieri Templari, proviene dalla Palestina. I rintocchi di una campanella richiamano al silenzio della preghiera. Nella piazzetta di fronte all’entrata della chiesa, ci sono 14 cappellette che descrivono la Passione di Cristo con statue costruite, in gesso e ceramica, dallo scultore Pietro Ferroni. Le stazioni e il piazzale sono stati edificati per volere di Filippo Montagna, parroco nel periodo dal 1776 al 1780.

◾LUOGHI DI CULTO: Santuario della Passione + link video su youtube

PAESI | V

Val di Nizza

◾VIDEO: Val di Nizza

LE FRAZIONI : Casa Ponte, Casa Schiavo, Casarasco, Cassano Superiore, Costa Croce, Molino Cassano, Montacuto, Monticelli, Mossago, Nizza, Oramala, Paravello, Poggio Ferrato, Fontanino, Pratolungo, Sant’Albano, Spessa

prima parte

Si trova nell’alta collina dell’Oltrepò Pavese, nella valle del torrente Nizza, affluente dello Staffora. Nel territorio attuale di Val di Nizza si distinguevano tre comuni: Val di Nizza, Oramala e Sant’Albano, che sopravvissero all’abolizione del feudalesimo. Unito con il Bobbiese al Regno di Sardegna nel 1743, in base al Trattato di Worms, entrò a far parte della Provincia di Bobbio. Nel 1801, il territorio fu annesso alla Francia napoleonica fino al 1814. Nel 1817, il comune di Oramala – un tempo centro principale della zona, ma ormai decaduto dopo la fine della signoria malaspiniana – fu aggregato a Val di Nizza. Nel 1859, entrò a far parte nel Circondario di Bobbio della nuova provincia di Pavia e quindi della Lombardia. Nel 1923, venne smembrato il Circondario di Bobbio e suddiviso fra più province. Sant’Albano, che dopo l’unità d’Italia aveva preso il nome di Sant’Albano di Bobbio, fu soppresso e unito a Val di Nizza nel 1929. La storia del territorio di Val di Nizza si incentra sull’antico castello di Oramala, una delle più importanti fortezze dei Malaspina. Il borgo di Oramala, costituito da poche case avvolte da un’atmosfera silenziosa tra costruzioni rustiche e caratteristiche – dominate, come in un presepe, dal castello – venne anche inserito nel 2005 nel Club dei “Borghi più belli d’Italia” Particolarmente bella anche la chiesa all’interno del paesino. La famiglia Malaspina deriva da quella degli Obertenghi che, insieme con gli Aleramici del Carretto e altre famiglie, domina la zona dell’Appennino Ligure. Che cosa significa Malaspina? Alcuni studiosi, tra cui il Muratori, riprendono la leggenda secondo cui Accino, un antenato del capostipite dei Malaspina, vissuto nel 549, uccide per errore con una spina Teodoberto I, re dei Franchi, mentre preparano insieme un attacco a un nemico comune. La famiglia degli Obertenghi è una delle quattro importanti famiglie che hanno dominato la Liguria. Il castello di Oramala rappresenta la culla degli Obertenghi e poi dei Malaspina. Quella degli Obertenghi è considerata una famiglia di origine probabilmente franca, forse longobarda. L’antenato dei Malaspina è Bonifacio I, detto il Bavaro, vissuto all’inizio del IX secolo, riconosciuto da Carlo Magno come duca. Oberto, il capostipite dei Malaspina, ottiene da Ottone di Sassonia, re del Sacro Romano Impero, la carica di conte del Sacro Palazzo, ossia rappresentante del re, e il feudo della Liguria Orientale; i suoi possedimenti si estendono così su Toscana, Liguria e Piemonte, arrivando quasi a Tortona. Attivo protagonista delle vicende politiche del tempo, Oberto riesce ad occupare alcuni possedimenti fondiari di importanti monasteri come San Colombano a Bobbio ed è coinvolto in numerosi contrasti con l’abate di Bobbio Gerberto d’Aurillac, che diventerà papa con il nome di Silvestro II. I discendenti di Oberto si suddividono in vari rami che danno origine ad alcune importanti famiglie del territorio italiano: oltre al ramo principale dei Malaspina, la linea degli estensi da cui discendono anche gli Hannover, che occupano Ferrara, Modena e Reggio Emilia; il ramo dei Pelavicino (dal cognome molto significativo di uno dei discendenti), che occupano Parma, Piacenza e Fidenza; e altri rami con feudi sparsi nell’Appennino tosco-ligure-piemontese. Nel X secolo, gli Obertenghi s’insediano nella fortificazione di Oramala.

seconda parte

Secondo lo storico Guido Guagnini, esisteva una torre a base quadrata di epoca romana, alta 15/20 metri, che faceva parte della linea retta che collega Oramala con le torri di Pozzolgroppo e Sant’Alberto di Butrio. Il primo documento che nomina Oramala risale al 1029: il diacono Gerardo dona al marchese Ugo degli Obertenghi, insieme ad altri beni, la rocca di Oramala. Questa passa ad Alberto Azzo I e a Oberto Obizzo che vi risiede e, nel documento del 1056, viene nominato suo vassallo Rustico da Oramala. Con il termine rocca, Oramala è individuata come fortificazione sulla sommità del monte. Il castello, per brevi periodi, è in possesso dei marchesi d’Este (1157) e del Vescovo di Tortona, anche se è poco chiaro quando avvenga questo passaggio e che cosa precisamente rappresenti Oramala ma, nel 1164, Federico Barbarossa riconsegna il possedimento a Obizzo Malaspina. Nel 1167, il Barbarossa viene aiutato da Obizzo a raggiungere Pavia attraverso i sentieri tracciati dai mulattieri nell’Appennino e passa una notte ad Oramala. Nel 1184, nei documenti, viene indicato il “dongione”, ossia un ridotto difensivo interno al castello, circondato da un recinto murato, quindi non una torre nel castello, ma un “castello nel castello”. Situazioni simili si trovano nell’area geografica dell’Oltrepò. In quel periodo, quindi, Oramala è individuata dal dongione a dalla torre. Tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo, la corte di Oramala vive il periodo di maggior splendore sotto il profilo culturale: viene celebrato il joi, la gioia della giovinezza, dell’amor cortese. Importanti trovatori, originari della Provenza, vengono accolti dai nobili delle corti del Nord, tra cui i marchesi di Monferrato, e dai Malaspina. Il castello di Oramala, è posto in formidabile posizione sull’antica strada del sale che da Genova risaliva attraverso il passo della Scoffera in Val Trebbia e, attraverso il passo del Brallo, in Val Staffora, tra Tortona e Pavia. I traffici erano anche verso la Val Tidone, importante via verso la Val Trebbia, questo provocò conflitti con i signori di Piacenza che ambiva ad estendere i loro territori a controlla dei traffici. Obbligarono i Malaspina a consegnare il castello che però, dopo le divisioni del 1275, rimase ai Malaspina. Unico castello malaspiniano nominato nei testi trobadorici, a testimonianza dell’importanza strategica rivestita da questa corte nell’ambito del sistema di comunicazione e delle relazioni di potere del tempo. Il primo trovatore a entrare in contatto con i Malaspina è Raimbaut de Vaqueiras, originario della Valchiusa, resa famosa dai versi di Francesco Petrarca. Raimbaut sosta alla corte di Obizzo il Grande: oltre ad essere un eccezionale testimone delle vicende politiche e militari che coinvolgono i Malaspina, è famoso per essere il primo poeta a comporre delle strofe in un volgare italiano: il genovese (nel celebre contrasto con la donna genovese: Donna, vi ho tanto pregata). Negli anni seguenti, durante il periodo della condivisione del potere tra Guglielmo e Corrado (ricordato da Dante come “l’Antico”), altri importanti trovatori vengono accolti a Oramala e celebrano la fama dei Marchesi, che sul modello della corte del Monferrato trovano nella poesia dei compositori itineranti un significativo elemento di prestigio. Aimeric de Peguilhan canterà il suo signore Guglielmo in uno splendido compianto funebre; Peire Raimon crea un componimento basato sul gioco allegorico intorno al nome Malaspina, ripreso poi da Dante e Cino da Pistoia; Albertet de Sisteron, Aimeric de Belenoi e Guihem de la Tor si cimentano nel genere del cortège de dames (corteo di dame), chiamando a raccolta attorno a Selvaggia e Beatrice Malaspina le più importanti nobildonne dell’epoca. Nel 1221, dopo la morte di Guglielmo, avviene la storica divisione dei beni e la distinzione araldica tra i cugini Corrado e Obizzino, con il fiume Magra come termine divisorio: a Corrado, capostipite del ramo dello Spino Secco, toccano le terre poste sulla riva destra del fiume, con capoluogo Mulazzo; a Obizzino, quelle poste sulla riva sinistra, con capoluogo Filattiera. In base alla spartizione, le valli Staffora e Curone vengono assegnate, unitamente a una porzione dei feudi lunigianesi, a Obizzino. Nel 1275, un’ulteriore spartizione assegna ad Alberto, figlio di Obizzino, i castelli di Oramala, Monfalcone e Valverde; al nipote Francesco, Pozzolgroppo, Bagnaria e Pietragavina; agli altri nipoti, Varzi, Santa Margherita e Casanova. Nella seconda metà del ‘700 i marchesi di Oramala andarono a stabilirsi a Pavia oppure nella villa di Staghiglione. Questo ha provocato il lento declino del castello che man mano venne abbandonato tanto che il marchese Filippo lo vendette. Andò rapidamente in rovina tanto che, nel 1985, per volontà dei fratelli Panigazzi, inizia l’opera di ricostruzione delle parti crollate della struttura. L’imponente mastio centrale è ben visibile da molte parti ed è punto di riferimento panoramico. Una volta entrati nel cortile del castello, a sinistra troviamo l’entrata al piano terra della torre, nella sala del pozzo. Il lavoro di raccolta durante il restauro del castello è stato minuzioso e importante per molti versi. La testimonianza di tutta la tradizione contadina è racchiusa in questo luogo nel piccolo museo posto in una delle tante stanze del castello: affermare però che solo questo sia il museo è riduttivo, dal momento che qui tutto ciò che si guarda è un museo, dagli arazzi, alle statue e così via, arricchita da più di duemila pezzi tra attrezzi del lavoro contadino, manufatti di ferro battuto, attrezzi utilizzati per il lavoro artigiano quali mugnai, falegnami, fabbri. Troviamo poi alcuni pezzi pregiati e di immenso valore storico: la “zangola” per fabbricare il burro, uno stampo per fabbricare le ostie, cinque grossi macinacaffè, due dei quali sono del 1600, una lanterna parafulmine del 1700, frecce del 1700. Troviamo inoltre un “cadreghè” per modellare il legno e costruire sedie in legno; e anche un “arcolaio” usato dalle donne per confezionare maglie. Insomma, si tratta di un archivio storico dal valore inestimabile, soprattutto per la mente del viaggiatore.

terza parte

A Oramala ma in paese sorge anche la chiesa, un tempo dedicata a Sant’Eufemia.

Tante frazioni e altrettante strutture religiose che arricchiscono il comune:

Da Casa Ponte, sede comunale del comune di Val di Nizza, sulla strada che porta a Poggio Ferrato, in posizione elevata, sorge l’imponente Parrocchiale, eretta nel XVIII secolo sui resti di un edificio medievale. L’oratorio dedicato alla Madonna di Casa Schiavo, appena prima di Casa Ponte, sulla strada che conduce a Casarasco. I locali lo chiamano l’Oratorio della Madonnina: sull’altare, infatti, c’è il dipinto della Vergine. Percorrendo la Val di Nizza, ci imbattiamo nel bivio per la frazione di Casarasco, dove un tempo esisteva un castello del quale oggi è visibile solo la torre che, in fase di ristrutturazione, è stata abbassata. Menzionato come Casalasco nel 1164 mentre nel 1275 assegnato ai Malaspina di Godiasco e nel 1351 al marchese Francesco la cui discendenza si estinse alla metà del ‘400. Passò così al ramo di Valverde e, successivamente lo vendette (1453) a Silvestro Malaspina del ramo di Oramala. Resta la torre oggi ribassata nella località oggi chiamata Casarasco, inglobata in una azienda agricola. Siamo in Val di Nizza in posizione ottima e, con tutta probabilità, poco influente e senza rilevanti fatti storici. Ai piedi della torre tra gli alberi da frutto, c’è l’oratorio dedicato a San Rocco. A Sant’Albano, ridente paese turistico, le strade sono state rimesse a nuovo ai piedi della Pieve dedicata a Sant’Albano Martire, ricostruita nel XV secolo, utilizzando il materiale di recupero di un castello scomparso. Un percorso che corre dal paese ci porta a vedere alcune fonti solforose. A Molino-Cassano si trova Oratorio della Beata Vergine di Loreto, esattamente al fianco della fontana solforosa. Da Cassano, un tempo, partivano i carri con destinazione Oramala: ora è rimasto poco più di un sentiero, in alcuni tratti ancora lastricato. L’Oratorio di San Carlo, è stato fortemente voluto dagli abitanti della zona. Costa Croce si trova vicino a Sant’Albano. L’ Oratorio di Sant’Ilario lo si trova sulla strada che porta a Montacuto, nella piana, in un luogo incantevole. A Montacuto, quindi verso la Valle Ardivestra, poco prima del bivio, in centro paese, troviamo l’Oratorio della Beata Vergine. Arrivando a Poggio Ferrato dalla strada su cui sorge la Parrocchiale di San Paolo, l’Oratorio di San Giulio si trova alla sinistra del paese. Per raggiungere il paese di Mossago, si deve imboccare la strada che da Varzi porta a Rosara: al bivio si entra nel paesino, in fondo al quale si raggiunge l’Oratorio della Madonna della Neve, restaurato con pietre locali.

◾CASTELLI: Castello di Oramala + link video su youtube

◾MUSEI: Castello di Oramala_Museo lavorazione del ferro + link video su youtube

◾FESTE : Poggio Ferrato, festa d’autunno + link video su youtube

Valformosa

◾VIDEO: Valformosa

LE FRAZIONI : frazione di Brallo di Pregola

Portandosi verso la Alta Valle Staffora, si incontrano in sequenza: Valformosa, con la bella parrocchiale dedicata a San Leonardo.

Varzi

◾VIDEO: Varzi

LE FRAZIONI : Bognassi, Bosmenso, Braia di Cella, Caposelva, Casa Bertella, Casa Cabano, Casa Fiori, Castellaro, Castello di Nivione, Cella, Dego, Fontana di Nivione, Monteforte, Nivione, Pietragavina, Rosara, Sagliano Crenna, San Martino, San Michele di Nivione, Santa Cristina

prima parte

Rappresenta uno dei borghi più belli d’Italia. Non si avranno dubbi e non si farà torto a nessuno se si considera come uno dei centri più belli non solo dell’Oltrepò, ma anche del territorio delle Quattro Province. La storia racconta del passaggio di San Colombano, dei numerosi pellegrini in viaggio verso l’Abbazia di Bobbio e dei mercanti diretti verso le coste liguri. Di probabile origine ligure, Varzi è nota dal 993, quando era possesso dell’abbazia di San Colombano di Bobbio, figura nel 1028 tra i luoghi lasciati al marchese Ugo dal diacono Gherardo. In origine Varzi era un borgo cinto dalle mura, il castello sembra di origine postuma. Quando i Malaspina vennero ad insediarsi facendone il centro del feudo. In quell’epoca, non era che una dipendenza della curtis di Ranzi, attualmente una piccola località nel territorio comunale. Come il resto della vallata, cadde sotto il potere dei Malaspina, anche se non viene citato nel diploma 1164 – il diploma imperiale non cita ancora Varzi, ma i castelli circostanti – lo è nelle divisioni del 1275. Il paese cominciava a svilupparsi grazie ai traffici dei mercanti, Varzi è infatti al centro delle Valli Tidone, che raccoglieva i mercanti provenienti dalla Val Trebbia, e della Val Curone, che, percorrendo la Via del sale lombarda, dalla pianura risalivano la valle per raggiungere la costa ligure. La fortuna di Varzi iniziò nel XIII secolo: le successive divisioni ereditarie tra i Malaspina determinarono nel 1221 la separazione tra i Malaspina dello Spino Secco e dello Spino Fiorito; questi ultimi si divisero nel 1275 tra altre tre linee; il marchese Azzolino, capostipite della linea di Varzi, vi prese dimora, costruì il castello e fortificò il borgo, facendone il capoluogo di una vasta signoria. Essa comprendeva, oltre che gran parte del comune di Varzi (tranne le Frazioni: Cella, Nivione e Sagliano, che appartenevano al marchesato di Godiasco), il comune di Menconico e parte di quelli di Santa Margherita di Staffora e di Fabbrica Curone. Nel 1320, i Malaspina diedero a Varzi gli Statuti, compilati dal giurisperito cremonese Alberto dal Pozzo. I Malaspina, seguendo il diritto longobardo che prevedeva la divisione ereditaria fra i discendenti maschi, si suddivisero in molteplici linee, ognuna delle quali aveva poteri sempre più limitati: o su frazioni del territorio (Menconico, Santa Margherita di Staffora, Fabbrica Curone, Pietragavina, Monteforte) o su quote del capoluogo, che finì per essere amministrato in condominio da una pluralità di marchesi Malaspina, non di rado rissosi e turbolenti. Ne derivò inevitabilmente la rovina del marchesato: non solo dovette riconoscere la supremazia del Duca di Milano, che prese a disporne a proprio piacimento, malgrado i diplomi imperiali, ma finì per cadere sotto il dominio di un estraneo: il conte Sforza di Santa Fiora che, dopo aver ottenuto l’investitura del terziere di Menconico in cui si era estinta la locale linea dei Malaspina, a poco a poco acquistò la maggior parte delle quote feudali finendo per essere riconosciuto unico feudatario di Varzi. Il conte usò il castello di Varzi come Pretorio feudale. La progressiva rovina dei Malaspina comunque non diminuì la prosperità di Varzi, che rimase il centro dei commerci della valle e uno dei maggiori centri dell’Oltrepò. Dopo altri passaggi andò per eredità agli Odetti di Marcorengo che ne detengono la proprietà ancora oggi. Oggi il castello completamente ristrutturato è un punto di incontro importante per eventi culturali e di supporto allo sviluppo del territorio. Importante è il periodo partigiano durante la seconda guerra mondiale; dopo l’8 settembre del 1943, come in tutto l’Oltrepò Pavese, si formarono le prime bande partigiane e Varzi divenne, sul finire del settembre del 1944, il centro di una zona libera (le cosiddette “repubbliche partigiane”), comprendente 17 comuni circostanti.

seconda parte

Rimase territorio libero fino al 29 novembre. Il centro di Varzi conserva le sue stradine interne, uniche e affascinanti, poste in doppia fila, dove numerose, oltre alle torri Soprana e Sottana, sono le presenze di antica origine. Troviamo graziosi ristoranti che mantengono la cultura gastronomica tipica del luogo coi piatti tradizionali della zona: torta di mandorle, ravioli di brasato e il famoso salame di Varzi ormai riconosciuto a tutti i livelli e affermato DOP. La Chiesa Parrocchiale di San Germano, costruita nel 1580 dove sorgeva l’oratorio di San Salvatore, si trova stretta tra le case del centro storico di Varzi, in una piazzetta. La chiesa è stata ristrutturata anche negli affreschi esterni che hanno dato maggiore pregio alla facciata. All’interno ci sono opere di notevole interesse tra cui un altare in marmo bianco. La prima pieve della Valle Staffora fu senz’altro quella di Varzi, costruita non molto tempo dopo la morte di San Germano, vescovo di Auxerre (in Borgogna), avvenuta nel 448 d.C. a Ravenna. La leggenda vuole che il corpo del santo, durante la traslazione nella località d’origine, sia transitato per Varzi. L’emozione creata da questo passaggio indusse gli abitanti, qualche tempo dopo, a dedicargli la pieve; al di là di quello che si tramanda, un fatto certo è che nel 702 d.C. una pieve esisteva già in Varzi. Nel 1160, la chiesa di Varzi dipendeva dal monastero di San Colombano di Bobbio. Nel 1175, la pieve di Varzi era ancora l’unica citata nella valle Staffora. La chiesa ha iniziato la trasformazione nel 1100 e fu completata in stile romanico nel 1300. La parte superiore della facciata è in cotto, mentre quella inferiore è costituita da fasce in pietra locale dai toni chiari e scuri, con il portale strombato a colonnine e decorato da due ante fisse a bassorilievi simbolici. Il pregevole affresco nella lunetta è del periodo barocco. La chiesa fu per quattro secoli parrocchia di Varzi e pieve dell’Alta Valle Staffora e cioè fino al 1594, quando fu inaugurata l’attuale chiesa parrocchiale. Nel 1623, vi si stabilirono per la prima volta i Cappuccini (Chiesa dei Cappuccini è il nome odierno), che costruirono a fianco della chiesa il convento, sulle macerie della vecchia canonica esistente, e sistemarono la chiesa dandogli un aspetto più consono ai canoni ecclesiastici. Così è stato per quasi un secolo. Napoleone, nel 1802, soppresse convento e chiesa, venduti all’asta e poi affittati ai contadini. La chiesa fu sconsacrata. I contadini abitarono il convento e adibirono la chiesa a fienile, legnaia, deposito di carri agricoli, rifugio per girovaghi ecc… Per facilitarne l’accesso e l’uso la colmarono di terra fino al livello del piazzale e così rimase per cento anni. Nel 1903, i Cappuccini riscattarono il convento e riconsacrarono la chiesa: vi lavorarono duramente, riportandola al primitivo carattere romanico. Durante altri lavori di restauro, vennero alla luce, di fianco all’altare, una parte di un grosso affresco che copriva tutta la parete, rappresentante l’Annunciazione: con ogni probabilità, si può attribuire ai fratelli Franceschino e Manfredino Boxillo, nativi di Castelnuovo Scrivia. Altri restauri vennero poi eseguiti per volere del frate Giovanni Maria Tognazzi, nel periodo tra il 1971 e il 1996, tra cui l’abbassamento del pavimento che ha liberato i plinti delle colonne. Oltrepassando un piccolo ponte di fronte alla strada che porta a Fabbrica Curone, in una piazzetta all’interno del paese proprio sotto la torre soprana, troviamo i due oratori, posti quasi uno di fronte all’altro. La storia li unisce oltre che per la data di costruzione (primi decenni del 1600), anche per la storia che li vede opposti per il “colore”. La Chiesa dei Rossi è così denominata perché qui si radunava la Confraternita della Santissima Trinità, che indossava una caratteristica mantellina rossa, mentre la Chiesa dei Bianchi univa la Compagnia dei Battuti di Varzi e l’Arciconfraternita del Gonfalone di Roma, il cui vestiario era caratterizzato dal colore bianco. La Chiesa dei Rossi è la chiesa storica del paese mentre la chiesa dei Bianchi è stata costruita a seguito dei continui allagamenti da parte del torrente Staffora, della vecchia sede presso la chiesa dell’Annunziata, posta nelle vicinanze della torre Sottana. La Chiesa dei Bianchi è stata poi ristrutturata con l’aggiunta di una nuova facciata, che ha modificato la struttura originale della Chiesa. All’interno delle due chiese troviamo preziose opere d’arte. La piazza di Varzi, assai ampia, è un punto di passaggio per i numerosi turisti. Ancora oggi il mercato di Varzi costituisce un punto di richiamo per gli abitanti che qui trovano concretizzazione per scambi di idee e per realizzare qualche buon affare legato alla vendita di merce e di bestiame. Da visitare è Villa Mangini, una villa storica di Varzi.

terza parte

Altre Frazioni

Caposelva. Appena prima di entrare in paese, alla confluenza di molti sentieri che collegano alla Valle Curone, c’è l’Oratorio di San Carlo con le sue festose campane.
Nivione.La valletta del torrente Lella conduce da Varzi a Fabbrica Curone: a metà strada c’è Nivione, con il suo castello e una chiesa, dedicata a San Marcellino, posta su un’altura. Fa parte delle località infeudate nel 1164 ad Obizzo Malaspina, ma è ricoradato solo nelle divisioni del 1275 e fu assegnato a Maria di Antiochia, vedova di Barnabò Malaspina. Il castello fu distrutto dai vogheresi e non fu più ricostruito. Oggi ne possiamo vedere pochi ruderi in località Castello di Nivione, lungo la strada che unisce Varzi a San Sebastiano Curone. Sul sagrato della chiesa ci si può arrivare attraverso una scaletta in sasso. L’interno conserva alcuni affreschi raffiguranti una Madonna con bambino, un Vescovo benedicente e San Marcellino in preghiera: affreschi analoghi si trovano nell’Abbazia di Sant’Alberto. Di questa chiesa non si hanno comunque molte notizie: la costruzione potrebbe risalire al 1500.
Rosara. Sulla strada che porta a Pietragavina, partendo dal centro di Varzi, c’è una chiesetta incastonata tra le case, tutta costruita in pietra locale così come il campanile.
Sagliano. Come tanti anche il castello di Sagliano fu lasciato nel 1028 dal diacono Gherardo al marchese Obertengo Ugo e rimase ai Malaspina che ne confermarono la proprietà nell’investitura del 1164. Nelle divisioni del 1275 fu assegnato ai Malaspina di Varzi, passando, nel ‘500, al ramo di Oramala. Il castello sorgeva su di una altura alla sinistra della strada (ora sterrata) che si dirigeva verso la montagna. Questa antica via, se percorsa ora, ci porta ad Oramala, mantenendo, in alcuni punti, parti di ciotolato facenti parte della antica mulattiera. Tornando al castello possiamo dire è praticamente scomparso e se esiste ancora qualche resto è sicuramente inghiottito dalla vegetazione. La Parrocchiale di Santa Maria Assunta è nella parte più alta del paese: per raggiungerla, bisogna oltrepassare una ripida scalinata. La Parrocchiale fu costruita nell’anno 1000. Nella parte bassa del paese, lungo i sentieri che portano a Varzi, troviamo isolato l’oratorio di San Fermo, costruito interamente in pietra locale.
San Martino. La Chiesa del Turista Edificata nel 1969, richiama costruzioni sacre analoghe in Germania e Austria. All’interno si possono ammirare opere in legno: “La Madonna del buon viaggio” e “San Martino” al quale è dedicata la chiesa, che vanta anche artistiche vetrate. Di fianco, un piccolo giardino e una cappella con la statua della Madonna.
Santa Cristina. Santa Cristina ha la sua chiesa dedicata alla patrona del paese. Una piccola chiesa, ristrutturata, il cui campanile è datato 1882.
Torretta. La cascata del torrente Morcione è posta nei pressi della località: i racconti degli abitanti del piccolo paese le ricordano con nostalgia; dopo una bella passeggiata, si arriva nella stretta valletta del torrente Morcione. Fuori dal bosco la si nota. Dalla cappelletta, poco prima del paesino, parte il sentiero (quello che partiva dal paese è franato): ci si arriva con molta fatica, dal momento che bisogna proseguire sul greto del fosso, alla congiunzione con il torrente Morcione. Lo si risale brevemente e si arriva in un luogo inospitale, molto infrascato, sotto alcune piccole frane. Molto meglio, appena prima di scendere verso la parte bassa, osservarla dall’alto: si arriva alla prima cascata, una decina di metri con laghetto, e poi alla seconda, molto più alta. Insomma, bisogna scendere lungo la prima; e non è così semplice ma ne vale la pena.

◾LUOGHI DI CULTO: Cella di Varzi_Museo Tempio della Fraternità + link video su youtube

Vendemiassi

◾VIDEO: Vendemiassi

LE FRAZIONI : frazione di Santa Margherita di Staffora

Seguendo la deviazione verso Casanova, si trova Vendemiassi, in posizione panoramica verso Casanova.

Verretto

◾VIDEO: Verretto

LE FRAZIONI : Borgo, Carantano, Dorna, Filiberta, Lottona

Verretto nacque nei pressi dell’importante corte carolingia di Ceresola, comprendente anche una chiesa dedicata a Sant’Ambrogio. Nel 1250 è citato in un estimo del territorio pavese il luogo Cirixola cum Verreto. Successivamente è nominato il solo Verretto. Nel XIV secolo apparteneva a Fiorello Beccaria, i cui discendenti furono detti anche Beccaria di Verretto. Faceva parte del feudo di Montebello, di cui seguì sempre le sorti nei successivi passaggi dai Beccaria (del ramo di Montebello) agli Orozco, Machado e infine Spinola. Da vedere è la chiesa Parrocchiale di San Matteo. L’area del parco è costituita dalle “Cave Ronchi”. Si tratta di due profonde cave dai contorni irregolari, ricavate dall’estrazione di argilla cessata una trentina di anni fa. Inizialmente sono stati veri bacini lacustri poi, a causa delle consistenti oscillazioni della falda, si sono trasformati in ambienti più asciutti. Sulla strada che porta a Verretto, dietro la fabbrica di produzione di mattoni, inizia il breve circuito. Alcuni cartelli indicano le varie tipologie delle piante che a mano a mano s’incontrano. Il sentiero prosegue ed esce sulla Bressana-Salice. Attraversiamo e siamo a Lungavilla, ragion per cui vale la pena di unire i percorsi e visitare entrambi i parchi.

◾GIARDINI, PARCHI, RISERVE: Parco dei Ronchi + link video su youtube

Verrua Po

◾VIDEO: Verretto

LE FRAZIONI : Ca’ Nova

Il nome Verrua Po, deriva probabilmente da quello latino Verruca Viqueriensium ossia, “Verruca dei Vogheresi”; in latino, il termine “Verruca” vuol dire “dosso o poggio”, cioè piccola altura. L’ipotesi più attendibile, sostiene che il nome del paese, fu dato proprio in riferimento a un’altura emersa, anticamente, sulla riva sinistra del fiume Po. Fino al XVII secolo il Po scorreva attorno all’attuale territorio di Verrua, lungo il tortuoso confine con gli altri comuni dell’Oltrepò (Rea, Pinarolo Po, Casanova Lonati ecc.). Verrua si trovava infatti a nord del fiume, su una sorta di penisola facente parte della regione del Siccomario. Col passare dei secoli, a causa delle frequenti inondazioni periodiche del grande fiume, l’altura e il piccolo borgo sorto su di essa, scomparvero travolti dalle acque; fu così che gli abitanti di allora, furono costretti a trasferire il loro paese altrove, molto probabilmente nel luogo in cui si trova oggi. Se ne hanno notizie solo dal XVI secolo, quando era nel comune di Valbona (attuale frazione di Travacò Siccomario). Attorno al 1700 il Po mutò il suo corso, e la penisola di Verrua fu divisa dal Siccomario e lentamente andò saldandosi all’Oltrepò, quando la lanca che rimaneva del vecchio corso del fiume si andò prosciugando (cosa che avvenne prima della metà del XVIII secolo). L’attuale chiesa dedicata a San Giovanni Battista si trova in centro paese.

◾GIARDINI, PARCHI, RISERVE: Parco dei Ronchi + link video su youtube

◾VIDEO: Verretto

LE FRAZIONI : Borgo, Carantano, Dorna, Filiberta, Lottona

Verretto nacque nei pressi dell’importante corte carolingia di Ceresola, comprendente anche una chiesa dedicata a Sant’Ambrogio. Nel 1250 è citato in un estimo del territorio pavese il luogo Cirixola cum Verreto. Successivamente è nominato il solo Verretto. Nel XIV secolo apparteneva a Fiorello Beccaria, i cui discendenti furono detti anche Beccaria di Verretto. Faceva parte del feudo di Montebello, di cui seguì sempre le sorti nei successivi passaggi dai Beccaria (del ramo di Montebello) agli Orozco, Machado e infine Spinola. Da vedere è la chiesa Parrocchiale di San Matteo. L’area del parco è costituita dalle “Cave Ronchi”. Si tratta di due profonde cave dai contorni irregolari, ricavate dall’estrazione di argilla cessata una trentina di anni fa. Inizialmente sono stati veri bacini lacustri poi, a causa delle consistenti oscillazioni della falda, si sono trasformati in ambienti più asciutti. Sulla strada che porta a Verretto, dietro la fabbrica di produzione di mattoni, inizia il breve circuito. Alcuni cartelli indicano le varie tipologie delle piante che a mano a mano s’incontrano. Il sentiero prosegue ed esce sulla Bressana-Salice. Attraversiamo e siamo a Lungavilla, ragion per cui vale la pena di unire i percorsi e visitare entrambi i parchi.

◾GIARDINI, PARCHI, RISERVE: Parco dei Ronchi + link video su youtube

Voghera

◾VIDEO: Voghera

LE FRAZIONI : Campoferro, Medassino, Oriolo, Torremenapace, Valle

prima parte

I primi insediamenti sul territorio ora occupato da Voghera risalgono al Neolitico e sono dovuti, probabilmente, al clima mite e alla presenza di corsi d’acqua. L’antica Voghera viene riconosciuta nella romana Iria, erede di un precedente villaggio abitato da popolazioni iberiche, celtiche e da Liguri Iriati (da cui ebbe origine il toponimo). Alla fine del VI secolo Iria ritorna ad essere un villaggio, un “vicus” per l’appunto, ed è in questo periodo che il nome si modifica, dando origine a quello attuale: “Vicus Iriae” poi volgarizzato in “Vicus Eira” e quindi “Viqueria”. Il borgo medioevale viene edificato sui resti dell’antica colonia romana. Durante il VII e l’VIII secolo il nucleo urbano, a causa dei benefici della vicinanza della capitale longobarda Pavia, si sviluppa sul vecchio “castrum” e vede sorgere le prime opere di fortificazione. La sua principale fonte di irrigazione è data dal torrente Staffora e dalla sua derivazione, il canale Lagozzo che serve ad alimentare i nove mulini presenti nel borgo. Nel 774, con la sottomissione del Regno Longobardo a Carlo Magno ed in base alla nuova suddivisione in contee, il borgo di Viqueria viene annesso alla diocesi di Tortona. È in questo periodo che Voghera, oltre a divenire un centro di intensi scambi commerciali, sede di mercati settimanali e di almeno due fiere annuali, vede accrescere la sua importanza come luogo di transito e di sosta per i pellegrini diretti in Terra Santa e a Roma. Ne sono prova la presenza di molti ospedali, di ricoveri per viandanti e la morte di San Bovo, avvenuta nel 986 di ritorno da un pellegrinaggio a Roma. Per Voghera transitava la via del sale lombarda controllata dai Malaspina, percorsa da colonne di muli che partendo da Pavia percorrendo la valle Staffora raggiungevano Genova attraverso il passo del Giovà e il monte Antola. Sotto il regno di Arrigo VI (figlio del Barbarossa) il borgo si emancipa dal potere vescovile, aumentando così la sua autonomia. Comprova una ulteriore possibilità di autonomia il documento pergamenaceo dato in Pavia il 26 giugno 1271 (conservato presso l’Archivio storico del comune di Voghera), dal quale risulta che il comune di Pavia ha venduto alla comunità di Voghera il diritto di eleggersi il podestà (ed i consoli di giustizia), con decorrenza dal 1° gennaio 1272, con riserva di riscattare tale diritto. Dal 1358 Voghera passa sotto il dominio dei Visconti; fa eccezione il periodo maggio 1363 – luglio 1364, nel quale viene occupata dal marchese di Monferrato. Nel 1361 i Visconti fortificano il borgo, circondandolo di mura e fossato e dando inizio alla costruzione del castello. Sotto Carlo Emanuele III, che eleva nel 1748 Voghera a capoluogo della provincia vogherese comprendente parte dell’Oltrepò e il Siccomario, provincia che resterà tale dal 1748 fino al 1859. A seguito del grande aumento demografico, vede necessaria ed urgente la stesura di un piano regolatore (1835), la progettazione di opere di abbellimento e di ornato che permettono l’ampliamento, il rinnovamento e l’ammodernamento della città. Pertanto vengono abbattute la mura (1821 – 1830) e sul loro tracciato si sviluppa l’attuale circonvallazione interna. Durante il secolo appena trascorso tale sviluppo architettonico e demografico si è intensificato, così come la modernizzazione della città, corredata da grandi opere strutturali e viarie. Per mostrare fedeltà a Federico Barbarossa il Comune di Voghera utilizzò come stemma, sovrastato da una corona, su sfondo rosso e posato su sbarre bianche e nere, il capo dell’impero: l’aquila. Tuttavia, vi furono apportate delle modifiche: sottostante il capo dell’Impero fu riprodotto, come prevista da una legge il capo del Littorio. Le sbarre bianche furono sostituite da quelle color argento. Sotto di esse fu posizionata una zona di colore rosso che termina a punta. È presente una scritta bianca su sfondo blu nella zona sottostante il disegno con scritto: “Signo Sacrati Imperii Durabit Viqueria tempore longo si sciet vivere cauta” (spesso abbreviata in “Signo Sacrati Imperii Durabit Viqueria”). Un ramo di alloro legato con uno di quercia tramite un nastro tricolore. Voghera conserva inoltre alcune chicche nascoste, come ad esempio gli alberi racchiusi all’interno dell’ex Monastero delle Grazie e poi all’ ex Ospedale Psichiatrico. Gli alberi del giardino in fronte alla stazione.

seconda parte

La piazza più importante è la Piazza Duomo, con la cà d’ Nava ed il palazzo Gounela, sede del Municipio, il cui nome è ispirato ad un omonimo usciere del ‘700, personaggio storico vogherese. Il Duomo risalente al XVII secolo, dedicato a S. Lorenzo Martire oggi ristrutturato internamente conservare e mantenere i meravigliosi affreschi presenti ed anche parti delle strutture. Edificato nel 1605 sui resti della vecchia Chiesa, il Duomo di Voghera è uno dei più importanti monumenti dell’Oltrepò Pavese. All’interno si possono ammirare opere di rilevanza artistica: un organo “Serassi” del 1833 e affreschi del pittore vogherese Paolo Borroni. Le spoglie di San Bovo, patrono della città, sono conservate sotto il maestoso altare maggiore. Il Teatro Sociale di Voghera (ora intitolato a Valentino Garavani) è da sempre stato considerato un piccolo gioiello, con tre file di palchi decorati in legno dorato, loggione e platea. Il teatro è la copia esatta del più famoso Teatro alla Scala.  È stato chiuso per lunghissimo tempo, dopo essere stato solo un cinematografo, oggi ristrutturato completamente e riaperto; si prospetta un futuro ricco di eventi.

terza parte

Molte sono le chiese esistenti in città ci permettono un tour cittadino di notevole interesse.

La Chiesa di Santa Maria Assunta detta anche Chiesa del Carmine, già Chiesa del Gonfalone, nome derivato dalla Confraternita del Gonfalone, e detta anche dei “Battuti”, vede l’antico Oratorio facente parte dell’Ospedale dei Battuti, questa chiesa è situata in Via Mazzini, strada che collega la Via Emilia alla Via Garibaldi, all’angolo di Via Galilei. All’interno si può ammirare, oltre alla tela del pittore vogherese Paolo Borroni “Transito di San Giuseppe”, la cupola affrescata dal pittore Giovan Battista Cane, dichiarata di pregevole importanza dalla Sovrintendenza dei Beni Culturali.
La Chiesa di San Giovanni posta in Via Cavagna, nelle vicinanze della Piazza del Duomo, fu edificata nel 1630 sulle ceneri di un precedente edificio sacro. Venne restaurata nel 1987. Vi si può ammirare l’opera di Carlo Francesco Nuvolone raffigurante la Nascita di San Giovanni Battista.
La Chiesa di San Rocco posta all’imbocco della Via Emilia, arrivando da Piazza Meardi. Fu costruita nel 1525 sui resti della Chiesa di Sant’Enrico, e annessa all’ospedale omonimo, detto anche del Salvatore. I Padri Domenicani, grazie alle offerte della popolazione, a seguito dello scampato pericolo della peste del 1524, fecero costruire l’opera,ì. Al suo interno sono conservati i resti del santo.
La Chiesa di San Giuseppe Calasanzio è stata edificata dai Padri Scolopi nel 1691, fu poi ampliata nel 1828 dai Padri Gesuiti che la intitolarono a Sant’Ignazio di Loyola e la dotarono di un organo e del campanile. Si trova in Via Plana, di fianco a quello che era, fino a qualche tempo fa, il Palazzo di Giustizia.
La Chiesa di San Sebastiano sorge all’angolo di Via Mazzini con la Via Emilia. Fu costruita nel 1610 sul luogo dove sorgeva la precedente chiesa: la facciata fu poi rifatta nel 1844 in stile neo-classico. All’interno si può trovare la lapide del pittore vogherese Paolo Borroni.
L’Oratorio di Santa Caterina un tempo parte integrante dell’antico Palazzo dal Verme, nell’omonima via, quest’oratorio conserva alcuni pregevoli affreschi raffiguranti Santa Caterina.
L’Oratorio del Crocefisso é situato in Piazza San Bovo, all’incrocio con Via Barenghi, l’oratorio conserva un affresco di Paolo Borroni raffigurante il Cristo morente. Fu restaurato nel 1930 e nel 1971.
La Chiesa di Santa Maria delle Grazie, detta Chiesa del Rosario, é situata lungo Corso Rosselli, sul lato opposto rispetto alla Caserma della Cavalleria. Fu eretta nel 1492 per volere dei Padri Domenicani, in stile romanico-gotico. In epoca napoleonica, si trasformò in asilo e magazzino militare ospitando persino un maneggio; nel 1927, fu restaurata, riconsacrata e consegnata ai Padri Francescani. Spicca nell’interno il tetto a vista.
La Chiesa parrocchiale di San Pietro, facente parte della Congregazione di Don Orione, si trova sul lato più ad est della Via Emilia.
La Chiesa Parrocchiale Santa Maria della Salute si trova in fondo a Via Garibaldi, nei pressi del ponte sul torrente Staffora, una volta chiamato “Ponte Rosso”. La chiesa è gestita dalla Congregazione dei Padri Barnabiti.
La Chiesa Parrocchiale del Gesù Bambino Lavoratore si trova nel quartiere Pombio. Di forma circolare, fu inaugurata nel 1958: è stata impreziosita della tela di Paolo Borroni raffigurante l’Ultima Cena.
La Chiesa Parrocchiale della Natività di Maria Vergine si trova nel quartiere San Vittore.  È stata concepita in epoca moderna, così come il suo campanile, costruito in cemento armato. All’interno troviamo numerose opere di pregevole fattura.

quarta parte

Tra i tanti mulini vale la pena ricordare il “Mulino Quattro Ruote” a Voghera (strada per Retorbido) che, sebbene sia un mulino moderno, è un esempio di mulino funzionante che produce farina di ottima qualità con prodotti rigorosamente delle terre d’Oltrepò Pavese. La sua storia, che risale a molto tempo fa, si snoda tra numerosi passaggi di proprietà che hanno coinvolto molte delle più importanti famiglie nobili del territorio. Senza stare a raccontare tutta la storia del mulino (tra l’altro ben descritta in un libretto scritto dallo storico locale Fabrizio Bernini), ci limitiamo a dire che parte da due mulini e poi si espande con quattro, rilevando l’esigenza di una più importante richiesta di produzione. Si arriva nell’Ottocento con lo smantellamento delle quattro ruote, sostituite da un’unica ruota in ghisa.
Voghera, Ex Caserma della cavalleria. Esige sicuramente una ristrutturazione anche se alcune parti lo sono state. Al suo interno sono state inserite alcune zone di interesse culturale quali il Museo di Scienze Naturali di Voghera. Con il Museo Archeologico di Casteggio e il Museo Naturalistico di Stradella, completa il quadro di riferimento per gli studiosi e gli appassionati della storia naturalistica, archeologica, storica, zoologica e paleontologica dell’Oltrepò Pavese. Le stanze sono state arredate con bacheche e vetrine, in cui sono stati posti una serie di reperti che riguardano la mineralogia, la zoologia, la botanica e la paleontologia. Spiccano l’omero di plesiosauro trovato nelle vicinanze di Zavattarello e il cranio di un grande cervo ora estinto. Il museo riveste anche un’importante funzione didattica: numerosi gli eventi che durante l’anno coinvolgono numerosi studenti.

quinta parte

L’ex Ospedale Psichiatrico è stato per anni un punto di riferimento importante per la cura delle malattie mentali: un luogo ormai abbandonato, che oggi viene riscoperto attraverso visite guidate. All’interno dell’area, anche dal punto di vista ambientale, si scopre un piccolo mondo, con alberi di notevole bellezza, tra cui un cipresso e una magnolia.
Nella frazione Medassino si trova la Chiesa Parrocchiale di San Calogero. L’edificio è sicuramente molto antico tanto che il suo altare è datato 1607. Ha subito diversi restauri, tra cui quello più importante nel 1904, quando è la chiesa è stata ampliata con il rifacimento della facciata e del campanile.
Campoferro è una piccola frazione del comune di Voghera, ma sembra che per gli alberi abbia una particolare affinità. Degno di nota, ad esempio, un esemplare di Pioppo Bianco: lo si vede percorrendo la nuova tangenziale che corre tra Voghera e Casteggio. Si tratta di un esemplare storico visto che la tradizione – o meglio: la leggenda – lo indica come l’albero della “Piccola vedetta lombarda”, descritta e resa celebre nel libro “Cuore” di Edmondo De Amicis. Bisogna avventurarsi lungo il prato sottostante la tangenziale per assicurarsi delle sue effettive dimensioni: 600 cm di circonferenza, 28 metri di altezza e 120 anni di età.
All’interno della frazione si trova la Chiesa Parrocchiale di San Fermo. Esistente già dal XVI secolo al suo interno c’è la statua raffigurante San Fermo che ha dato il nome alla stessa chiesa. Campoferro possiede alcune cascine molto importanti tra cui Villa Gualdana e Lazzaretto che un tempo facevano parte di un gruppo fortilizio che ci portano sicuramente ai tempi medievali. Villa Gualdana, una dimora storica del vogherese. Il viale sterrato, lungo e particolare, contornato da due file di robinie, porta direttamente all’ingresso. Alcune piante sono davvero imponenti: sembrano tanti alberi che si sono fusi in una sola pianta, avvolti in un vortice che sembra voglia spingerli verso l’alto. Il viale regala emozioni. Se poi si lancia uno sguardo alla villa, anche solo dall’esterno, ci si può accorgere di altre piante, siepi e giardini molto ben curati.
Sempre a Campoferro, proseguendo oltre l’Azienda Agrituristica della Duronetta, si trovano alcuni cipressi che puntano verso il cielo. Purtroppo i cipressi sono pochi: quanto rimane di un viale immenso, parte del quale è andato irrimediabilmente perduto.
Sulla strada che unisce Voghera a Cervesina, sul lato destro, nel centro della frazione Oriolo, c’è la Chiesa Parrocchiale di San Bernardo. In stile gotico-lombardo, datata 1928, mostra una facciata di pregevole fattura con guglie e capitelli. Nei pressi della parrocchiale troviamo i resti una antica rocchetta.
Sulla strada che collega Voghera a Silvano Pietra, nella frazione Torremenapace, si trova la Parrocchiale di San Colombano, costruita sui resti di una più antica chiesa.

◾MUSEI: Museo della Scienza + link video su youtube

◾MUSEI: Museo Storico + link video su youtube

Il Museo storico è completamente dedicato alle guerre combattute ancora con cavalli, fucili e baionette. Mentre nel Tempio Sacrario della Cavalleria (la “Chiesa Rossa” di Voghera) si possono ammirare tutti gli stemmi dei reggimenti di cavalleria italiani, costruiti in pietra, all’interno del Museo si possono ammirare gli stessi stemmi, però costruiti in legno. Entrando, si è subito accolti da una stanza immensa che oggi funziona da sala per convegni, sulle cui pareti si possono ammirare grandi bacheche: all’interno, una moltitudine di divise militari, nelle varie forme, dedicate alla Marina, alla Cavalleria, alla Fanteria e all’Aviazione. Una stanza in particolare, dedicata alla Cavalleria, è stata allestita in quelle che un tempo ospitavano i cavalli. All’interno del Museo ci sono poi curiosità di assoluto interesse, come l’auto crivellata di colpi di arma da fuoco nella quale furono uccisi il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e la moglie Emanuela Setti Carraro. Potremo vedere la pistola Beretta che uccise Benito Mussolini e Claretta Petacci. Troveremo quindi una collezione di uniformi militari, armi da fuoco, elmetti, stemmi, bandiere originali. L’archivio di calendari militari, stampe, manifesti, libri e cartoline, molte delle quali sono affrancate quindi di assoluto valore storico e filatelico, è davvero impressionante. Una quantità di tempere di Tino Vescovo, nome storico della grafica militare, quadri di pittori locali e di Mario Maserati, uno dei fondatori della famosa casa automobilistica, per la quale realizzò anche lo stemma a tre punte che possiamo vedere sulle auto. Fondatore del Museo Storico di Voghera è stato Giuseppe Beccari, insignito del titolo di Grand’Ufficiale della Repubblica Italiana, dirigente a livello generale dell’Associazione del Fante, di cui ricostituì la sezione vogherese nel 1969.

◾ CASTELLI: Castello Visconteo + link video su youtube

Il castello Visconteo di Voghera è stato finora recuperato in minima parte. Prima i francesi e poi l’avvento di un carcere e del palazzo di giustizia hanno tagliato una notevole fetta della bellezza originaria. Secondo alcuni documenti storici redatti tra l’IX e il X secolo, il castello Visconteo di Voghera avrebbe avuto origine all’epoca dei Berengari e precisamente fra l’888 e il 950. Si presume comunque che già durante le invasioni barbariche l’abitato di Voghera (Iria) fosse dotato di una fortezza circondata da cinta muraria. Lo storico Antonio Cavagna Sangiuliani, concordando con la versione del suo collega Manfredi, afferma che già dal X secolo sia provata l’esistenza del castello in quanto costruzione realizzata nella sua completezza; munita quindi di un largo fossato che circondava la fortezza e di numerose e solide mura sostenute da torri. Nei secoli XI e XII Voghera è munita di uno tra i castelli più potenti e solidi dell’Oltrepò. Durante questo periodo vi è inoltre testimonianza di molte trasformazioni in “castra” di manieri siti nelle zone circostanti. Un significativo consolidamento avviene per mano di Galeazzo II Visconti, divenuto signore di Voghera dopo la conquista di Pavia. Egli infatti pensa ad una costruzione difensiva più valida e più resistente. In origine il castello possedeva 6 torri, quattro ai lati e due poste a nord e a sud; ne rimangono le quattro agli angoli e quella rivolta verso sud, quella del lato fronte giardino (in fronte al giardino di Piazza Castello è stata abbattuta dai Francesi. Sempre dal quel lato venne costruita una balconata e due possenti colonne, visibili ancora oggi. In questo lato vi era il Tribunale e, in seguito, gli Uffici della Finanza. Il lato opposto rimase adibito a carcere, lasciando l’edificio solo alla fine del 1986. Il castello è continuamente oggetto di interventi conservativi. Solo di recente il 24 e 25 marzo 2007 sono state aperte tre sale del castello per la visita dei cittadini: in una di esse, lo Studiolo delle Muse, sono brani di affreschi attribuiti al Bramantino.

◾LUOGHI DI CULTO: Chiesa Rossa,Tempio Sacrario della Cavalleria Italiana + link video su youtube

Il Tempio Sacrario della Cavalleria Italiana o Chiesa di Sant’Ilario è la più antica di Voghera, viene fatta risalire, anche se non vi sono elementi probanti, al IV secolo. Alcuni studiosi datano la fabbrica A.D. 732 attribuendone la fondazione al Re longobardo Liutprando; l’appiglio a questa tesi è offerto da un’anonima annotazione posta nell’inventario, datato 1877, dell’ufficio tecnico comunale. Su quali basi storiche sia stata redatta non è dato sapere; quasi certamente ciò fu dettato dal convincimento ottocentesco che considerava monumenti longobardi edifici in stile romanico pavese. Il motivo per cui la chiesa fu dedicata a Sant’Ilario è ignoto; forse si è voluto onorare un santo che tanta parte ebbe nella condanna al movimento eretico di Ario e che con le sue tesi, nel VII secolo, facilitò il processo che portò gli stessi Longobardi ad abbandonare in modo progressivo l’eresia. Altre fonti identificano Ilario nel Vescovo di Pavia (358-376), quindi contemporaneo del primo, di cui storicamente non è provata l’esistenza, anch’egli santo e fustigatore della dottrina ariana. Altra leggenda vuole che la chiesetta sorgesse su un Locus Sacer dove posavano i resti di un tempio pagano. Non lontana dalla verità l’ipotesi che prima del Mille sia esistita una chiesuola, che successivamente sia stata rimaneggiata o comunque trasformata nell’attuale edificio in stile romanico. La costruzione sorgeva entro proprietà terriere del monastero di Santa Maria e Aureliano di Pavia, volgarmente detto del Senatore, che aveva una succursale in Voghera con propri edifici anche alla Porta di Sant’Ilario. I primi documenti risalenti al XII secolo testimoniano, unitamente a quelli dei secoli XIII e XIV, che la chiesa di Sant’Ilario fu indipendente dall’ingerenza temporale e spirituale della Curia di Tortona e della Pieve di San Lorenzo di Voghera. La presenza del monastero a Porta Sant’Ilario fu determinante per lo sviluppo urbanistico della zona, che ebbe nei possedimenti delle suore tutte quelle strutture produttive (forni, mulini, torchio) che ne fecero un centro di potere finanziario, determinando così anche diatribe con il comune di Voghera, composte nel 1230 con l’arbitrato del Podestà di Pavia. Scarse le testimonianze riguardanti i secoli XV, XVI e XVII; per lo più trattasi dei rapporti intrattenuti dal cenobio con il comune di Voghera a proposito di diritti, doveri e affitti (se ne trovano tracce nell’archivio civico – notarile). Dai documenti di una visita pastorale si legge: “La cappella è stata abbandonata”. Ciò viene confermato negli scritti relativi alla diatriba con la curia di Tortona a proposito di decime; oltretutto la comunità monastica di Sant’Ilario rientrò definitivamente a Pavia nel 1563, per disciplina alle disposizioni del concilio di Trento. Quanto sopra ci induce a credere che l’edificio fosse in decadenza e che probabilmente in quegli anni le mura presentassero lesioni e crepe. Durante la peste detta di San Carlo (1630), nel cimitero annesso e nella stessa chiesa trovarono riposo i borghigiani deceduti a seguito del morbo. Appare assai dettagliata la relazione sull’edificio redatta a seguito della visita del Vescovo Andujar nel 1754. Lo stato dell’infrastruttura descritto è simile a quello testimoniato dalle foto scattate nel 1932 in occasione del sopralluogo commissionato dalla Soprintendenza. La sconsacrazione definitiva ci fu in epoca napoleonica, a seguito della confisca dei beni religiosi: l’immobile e i terreni annessi divennero proprietà del Comune. Dapprima Sant’Ilario servì da magazzino; come riportato nell’inventario redatto nel 1877 dall’ufficio tecnico comunale: “Da oltre un secolo non fu più officiata e serve da deposito delle polveri piriche del Distretto Militare”. Risale al 1878 la totale demolizione dell’abside. Solamente nel 1916 ci si rese conto dello scempio fatto: era necessario salvaguardare il monumento da ulteriore degrado; le vicende belliche non consentirono di por mano al progetto. Al termine della Prima Guerra Mondiale, iniziarono i lavori per il recupero della struttura originaria; infatti, a causa delle piene dello Staffora, era stato giocoforza rialzare i pavimenti e di conseguenza i muri perimetrali. La copertura, inoltre, era stata trasformata a volte rinascimentali. Il 27 gennaio 1933, la Soprintendenza, dopo un sopralluogo, dette il beneplacito ai lavori per il restauro: i lavori si protrassero sino al 1938. La ricostruzione dell’abside avvenne nel ’37 o nel ’38. Le vicende belliche connesse al secondo conflitto mondiale determinarono, purtroppo, una sosta forzata. Il 24 giugno 1952, si destinava la “Chiesa Rossa” a Tempio Sacrario della Cavalleria Italiana: iniziavano i definitivi lavori di ripristino e quindi la riapertura al culto. La struttura architettonica, anche se modesta, ma organica ed esemplare, richiama gli stessi schemi della Pieve di San Zaccaria presso Godiasco e delle chiese di San Michele, San Lanfranco e San Lazzaro di Pavia. Alla Cappella bisognava però conferire il carattere per cui era stata destinata: “Tempio Sacrario della Cavalleria Italiana”. Per questo motivo vennero incassati lungo le due pareti laterali interne, gli stemmi policromi in cotto, a rilievo, della Scuola di Cavalleria, dei Reggimenti montati a cavallo e degli squadroni Sardo e Coloniali, più quelli, in numero di sette, dei Reggimenti di Cavalleria Blindata; vennero collocati, nei pressi dell’entrata, le lapidi con i nomi dei cavalieri decorati dell’Ordine Militare di Savoia e d’Italia e di quelli decorati di Medaglia d’Oro al valore; vennero murati lungo il terrapieno gli stemmi in pietra offerti dalle province italiane e dalle città che ospitarono scuole e reparti dell’Arma e quelli dei Comuni che diedero il loro nome ai Reggimenti di Cavalleria. Il 21 aprile 1956, il Tempio venne riconsacrato. Dalla sua costituzione, a somiglianza degli ordinamenti di alcuni antichi Ordini Cavallereschi, il Tempio è retto da un Priorato che, oltre ai compiti amministrativi, ha anche quello di tener vivo il ricordo dei Caduti dell’Arma.

Volpara

◾VIDEO: Volpara

LE FRAZIONI : Casa Persoli, Poggio

Volpara apparteneva al conte di Piacenza Lanfranco, poi passò al genero Uberto, conte di Pombia. Nel 1014 fu tolto dall’imperatore Enrico II per la sua adesione alla ribellione di Arduino d’Ivrea. Compare poi nel 1250 nell’elenco delle terre del dominio pavese. Appartenne al feudo di Montecalvo Versiggia e con esso passò dai Beccaria di Montebello ai Dal Pozzo e infine ai Belcredi, che lo tennero fino all’abolizione del feudalesimo. Volpara si trova nell’alta collina dell’Oltrepò Pavese, nella valle del torrente Versa. Percorrendo tutta la Valle Versa, Volpara si presenta come un paesino di origini romane, visti alcuni ritrovamenti risalenti a quel periodo. Il paesino conserva una bella Parrocchiale. La Chiesa dei Santi Cosma e Damiano e Oratorio si trova un poco spostata rispetto al centro del paese e vicina al Municipio. Di piccole dimensioni, ha una storia antica. Tuttavia, fu nel periodo del fascismo che il presbiterio fu affrescato con scene tratte dalla vita di Cristo. Particolare è l’affresco che raffigura la Guarigione del cieco di Gerico. La piazzetta del Municipio è molto graziosa, con dipinti dedicati al lavoro nelle viti, qui assai fiorente. Nella parte interna del paese, in Via Castello, notiamo una costruzione che conserva fattezze medioevali: un tempo era il castello di Volpara. Volpara, insieme con altri comuni della Valle Versa, è un centro di produzione dell’ottimo vino Moscato, che qui ha trovato il suo habitat naturale: vanto e orgoglio della produzione vitivinicola dell’Oltrepò Pavese. Quale luogo allora potrebbe essere più adatto per questo museo dedicato al vino alla cantina? Lo si trova nei pressi del Municipio e della chiesa: viene chiamato “Il Tempietto”, una chiesa sconsacrata al cui interno si può ammirare una collezione di bottiglie antiche e anche più recenti, etichettate dai produttori odierni di Volpara; tutte raccontano la storia e la vita di questo vino. Non ci si deve attendere un museo di grandi dimensioni, ma ciò che si respira e si assaggia qui ha certo grande valore. Sappiamo tutti quanto il vino moscato e le sue derivazioni, che spaziano dal liquoroso al passito, sia il giusto accompagnamento per dolci, dessert e anche per la frutta.

PAESI | Z

Zavattarello

◾VIDEO: Zavattarello

LE FRAZIONI : Casa Marchese, Crociglia, Lagagnolo, Le Moline, Ossenisio, Panigà, Perducco, Pradelle, Rossone, San Silverio, Tovazza

Il piccolo borgo, situato nell’Alta Val Tidone, fa parte del circuito dei borghi più belli d’Italia ed è dominato dalla mole del castello di Zavattarello. Vive soprattutto di agricoltura (uva e mele) e di turismo (residenze estive, agriturismo e turismo panoramico motorizzato). Unito con il Bobbiese al Regno di Sardegna nel 1743, in base al Trattato di Worms, entrò a far parte della Provincia di Bobbio. Nel 1923, dopo lo smembramento del circondario di Bobbio, passò alla provincia di Piacenza e quindi all’Emilia-Romagna; ritornò, nel 1925, alla provincia di Pavia e alla Lombardia. Nel 1929, il comune di Valverde venne unito a Zavattarello, che prese il nome di Zavattarello Valverde; fu quindi ricostituito nel 1956. Zavattarello è dotato di uno stemma che raffigura un drago incatenato a custodia di un albero di mele rosse: riprende l’affresco che sovrasta il portale di ingresso al castello, in cui è rappresentata anche un’aquila con le ali aperte. La scritta latina – “Praeda vigil vigilataque poma”, “la preda è vigile i suoi frutti sono (ben) custoditi” – è un avvertimento ai nemici: la rocca era assolutamente ben difesa. Zavattarello deve il suo nome alla attività che fu prevalente nel borgo per secoli: quella dei ciabattini; il volgare “savattarellum” indica proprio letteralmente “il luogo dove si confezionano le ciabatte (savatte)”. Ancora oggi, nel dialetto locale, il paese è chiamato “Savataré”.
La Parrocchiale di San Paolo Apostolo è all’inizio del paese. La facciata fu sovrapposta nel XVIII secolo a quella originaria. La chiesa fu edificata nel X secolo, rimaneggiata, e di conseguenza restaurata a più riprese nei secoli successivi. Sul retro si vede il campanile costruito interamente in pietra. Nella piazzetta del paese si trova l’Oratorio di San Rocco. Si trova di fianco al Municipio, all’inizio della strada che porta nel borgo e al Castello Dal Verme: risale al XIV secolo quando faceva parte di un monastero ora scomparso. Presenta una particolarità: la chiesa comunica con il Municipio attraverso il campanile.
Al San Silverio vi è l’oratorio omonimo, l’antico San Severo. C’è chi sostiene che in paese ci sia stato uno xenodochio, ricovero per i pellegrini di passaggio; quindi quest’oratorio, anche se restaurato e rifatto, è sicuramente uno tra i più antichi.
A Perducco, prima di arrivare in paese troviamo questo piccolo oratorio posto sulla strada, costruito in pietra: sopra la porta d’ingresso c’è una statuetta.
Provenienti da Valverde, Crociglia è il paese che precede Zavattarello. L’Oratorio di San Domenico è nella parte alta del paese: sulla facciata, sopra la porta d’ingresso, si può ammirare l’immagine di San Domenico.
Sulla strada che porta a San Silverio, si opera una deviazione verso Tovazza: in fondo al paese, tra case rimesse a nuovo e altre che stanno ormai per cedere all’usura del tempo e al degrado dell’abbandono, si trova l’Oratorio di San Michele.
Lungo la strada che proviene da Zavattarello e che prosegue per mezzo di sterrata fino a raggiungere Romagnese, si trova l’Oratorio di Pradelle: una lapide ricorda i fratelli Negruzzi, giovani partigiani caduti durante le rappresaglie fasciste della Seconda Guerra Mondiale.
Moline, addentriamoci nel paese che si trova al confine con la provincia di Piacenza. Al fianco di un vecchio mulino, del quale è visibile la grande ruota, incastonato tra le case, c’è l’Oratorio di San Martino. Il campanile fu edificato in un secondo tempo così da collocarvi la campana che, fino ad allora si trovava sui tetti della vicina casa privata.
Proseguendo da Moline, si trova Casa Marchese e il bivio che porta al Carmine; poco dopo, la strada che conduce a Cascine; in fondo al paese c’è l’Oratorio di Santo Stefano. Fu edificato nel 1858 per volere degli abitanti del paese per esaudire un voto fatto per la grazia ricevuta: essere stati risparmiati dalla tremenda epidemia di colera.

◾MUSEI: Magazzino dei Ricordi + link video su youtube

Particolare è il Magazzino dei Ricordi, Museo d’arte, cultura e agricoltura.  È come compiere un viaggio immersi nella vita e nel lavoro artigianale dei nostri nonni, con una serie di ricordi; un vero tuffo nostalgico, che attira gente di tutte le età da ogni parte del mondo. L’idea del magazzino è venuta a Virgilio Bruni, che iniziò a raccogliere qualsiasi attrezzo; con una sorta di tam tam, gli abitanti del luogo iniziarono una vera e propria processione con il solo scopo di arricchire questo luogo. Il magazzino è diviso in piccole stanze; così si è riuscito ad accomunare tutti questi attrezzi con le attività lavorative e artigianali di un tempo. Nelle varie stanze troviamo l’angolo del sarto, il negozio del barbiere, una scuola, il calzolaio, il fabbro, il falegname: tutte le stanze sono piene di attrezzi da lavoro nelle varie forme e dimensioni. Contiene anche fotografie e molte chicche da scoprire. Tutto il materiale è di notevole interesse anche per le attività didattiche delle scuole, che ogni anno usufruiscono di questo luogo per ricerche e visite istruttive.

◾CASTELLI: Castello Dal Verme + link video su youtube

Centro della immagine culturale del paese è il castello Dal Verme, al quale si arriva da una stradina facile, ma non asfaltata. Domina la verde vallata del Tidone. Dalla cima del castello, lo sguardo si perde nelle dolci colline occupate da boschi e vigneti: è possibile avvistare quattro castelli collocati nei borghi vicini: Valverde, Montalto Pavese, Torre degli Alberi e Pietragavina. I primi documenti in cui viene nominato il castello di Zavattarello risalgono alla seconda metà del X secolo quando il maniero viene menzionato tra i possessi di Ottone I. Nel 971, Zavatarellum viene concessa al monastero di San Colombano a Bobbio e l’infeudazione è confermata da un secondo documento del 972 con Ottone II. Tra il XII e il XIII secolo, come molti borghi della zona, Zavattarello è contesa tra il comune di Piacenza e il vescovo di Bobbio. Nel 1169, infatti, passa al comune di Piacenza che aderisce alla Lega Lombarda dopo i contrasti con Federico Barbarossa che ha scelto e imposto un podestà alla città. Nel 1209, Zavattarello però torna al vescovo di Bobbio per volere di Ottone IV; il successivo vescovo, Giovanni Gobbo, restituisce il feudo ai Piacentini. Nel 1264, il territorio di Zavattarello, insieme a Trebecco e Romagnese, passa dal vescovo Alberto de Andito al ghibellino Ubertino dell’Andito chiamato d È Landi, uomo feroce e spregiudicato, personaggio importante nella vita politica del tempo, temuto per la sua crudeltà e pluriscomunicato dai pontefici. Ubertino compie molti atti violenti e di saccheggio in tutta la valle e in questo modo aumenta le ricchezze dei propri possedimenti; nel frattempo, s’incrementa anche la popolazione del borgo poiché Ubertino si dimostra in grado di proteggere i prigionieri e coloro che sono in fuga dai borghi vicini. Ormai anziano, non avendo più la forza di opporsi, nel 1290, Ubertino si vede costretto a cedere il feudo di Zavattarello agli assalitori piacentini, guidati da Alberto Scotto. Quest’ultimo ottiene la formale investitura dal vescovo di Bobbio nel 1291. Fin dal Medioevo, Zavattarello è luogo di scontri e di assedi per la posizione strategica e ottiene la fama di castello quasi inespugnabile. Lo stesso Ubertino d È Landi aumenta le fortificazioni, soprattutto nella parte orientale. Nel 1358, a Zavattarello viene fondata una lega (promossa da Gian Galeazzo Visconti) tra i Landi e i Beccaria per sostenere la città di Voghera contro i pavesi. Ben presto, l’alleanza tra i Landi e i Visconti si rompe a causa dell’importanza sempre più evidente della casata dei Dal Verme. La famiglia Dal Verme è di origine veneta e in seguito si stabilirà nei territori tra Milano, Piacenza e Voghera. Luchino Dal Verme inizia l’attività di abile condottiero al soldo dei grandi signori di Milano, imitato poi dai successori. Jacopo Dal Verme, figlio del grande condottiero Luchino, diviene feudatario del castello nel 1372 per concessione di Galeazzo Visconti. Offre molteplici servigi al suo signore conquistando, tra gli altri, Vigevano, Mortara, Garlasco, Casteggio, Fortunago e Borgo Priolo. Nel canto XXXIII dell’Orlando Furioso, Ariosto ricorda la sua leggendaria vittoria ad Alessandria contro le truppe francesi del conte Armagnac. Il castello rimane in possesso dei Dal Verme fino al 1975, anno in cui viene donato al comune. Nel 1743, Zavattarello, come gran parte dei possedimenti dell’Oltrepò Pavese, il novarese, la zona di Vigevano e il piacentino, viene ceduto ai Savoia da parte dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria in cambio di protezione e appoggio contro i francesi e gli spagnoli durante la guerra di successione austriaca. Gli abitanti di queste zone cercano di ribellarsi nei confronti di tutte le forze straniere che tentano di distruggere e devastare interi quartieri e borghi con particolare crudeltà. Zavattarello non viene risparmiata e, nel 1747, il castello subisce un grave incendio: si ha testimonianza documentaria di un grave scontro, nel 1755, durante il quale il generale Linz, a capo di uno squadrone di austro-sardi, interviene per sconfiggere i francesi e gli spagnoli. In epoca napoleonica, l’Oltrepò Pavese viene diviso in tre circondari: Voghera, Bobbio (nel quale rientra Zavattarello) e Broni. La dominazione francese non è però accettata dagli abitanti del borgo, che cercano di ribellarsi organizzando insurrezioni duramente represse. Si diffonde perciò il brigantaggio e, per cercare di reprimerlo, Napoleone fissa proprio a Zavattarello un posto fisso di gendarmeria che non sarà più abolito, ma trasformato in seguito in stazione dei carabinieri. Nel 1895, per volere del Conte Carlo Dal Verme, viene effettua un’importante ristrutturazione del castello. Nel 1923, viene smembrato il circondario di Bobbio e Zavattarello, insieme ad altre località minori, passa a Piacenza con grande disappunto degli abitanti del piccolo borgo. Dopo molte proteste anche violente e addirittura una marcia su Bobbio, nel 1925 viene votato un referendum con il quale le comunità della Val Tidone si dichiarano fedeli alla provincia di Pavia. Durante la Seconda Guerra Mondiale, le montagne dell’Oltrepò Pavese diventano il luogo ideale per i nascondigli dei partigiani. Nel 1945, a causa delle incursioni per il grande rastrellamento da parte della divisione “Turkestan”, composta da ex prigionieri di guerra sovietici e provenienti dall’Asia centrale e dal Caucaso, Zavattarello, come altri comuni della zona, subisce gravi danni. Il castello viene assalito e incendiato, anche con lanciafiamme, e viene distrutta quasi interamente la biblioteca e la raccolta di quadri. Molte vicende storiche e leggendarie si legano alla storia del castello: ad esempio il poeta e trovatore Sordello da Goito fu ospitato a Zavattarello intorno al 1230 insieme all’amante Cunizza da Romano, figlia del grande ghibellino Ezzelino II; e qui scrisse alcune mirabili poesie. All’interno del castello vi è una bella rovere. Si tratta di una pianta maestosa tanto che le fronde coprono lo sguardo a una parte del castello. Non è l’unica pianta all’interno: ve ne sono molte altre.  Come al Museo di Arte Contemporanea all’interno del Castello di Montesegale, anche nel castello di Zavattarello possiamo ammirare numerose opere di Arte Contemporanea italiana. Nelle sale e lungo i corridoi, lungo il perimetro interno del castello, si trovano opere di artisti famosi.

◾GIARDINI, PARCHI, RISERVE: Parco Castello dal Verme + link video su youtube

Fanno parte del Parco del Castello Dal Verme. Il parco si estende per la maggior parte fra i boschi, ai piedi del castello di Zavattarello. Grazie a strutture attrezzate per la sosta, il parco si presta come ideale luogo per lo svago, infatti sul sentiero di accesso troviamo alcuni punti attrezzati a percorso vitae, con paline indicative sugli esercizi da compiere durante le fermate del tragitto. Come al Museo di Arte Contemporanea all’interno del Castello di Montesegale, anche nel castello di Zavattarello possiamo ammirare numerose opere di Arte Contemporanea italiana. Nelle sale e lungo i corridoi, lungo il perimetro interno del castello, si trovano opere di artisti famosi.

Zenevredo

◾VIDEO: Zenevredo

LE FRAZIONI : Campagnasso, Casa Gramegna, Cascina Vecchia, Fontanelle, Orzola, Poalone, Poggio Pelato

Di antica origine, il paese è posizionato sulle prime colline, percorrendo la strada che porta a Montù Beccaria, a poca distanza dalla pianura, alla destra del torrente Versa. Zenevredo è tra i centri che nel 1164 furono, per diploma imperiale, posti sotto la giurisdizione di Pavia: doveva dunque essere un luogo di una certa importanza, dotato di un castello e di una propria signoria locale. Apparteneva al Monastero pavese di Santa Maria Teodote, detto della Pusterla, per cui il paese era anche chiamato Zenevredo della Pusterla. La signoria del monastero durò fino alla fine del feudalesimo. Piccolo, ma grazioso, conserva una bella Parrocchiale ed un monumento dedicato ai partigiani. La Parrocchiale di San Vincenzo viene nominata fin dal XIII secolo. Si trova al centro del paese, nei pressi del quale si trova una torre in mattoni a vista e un monumento a ricordo dei caduti in guerra. Sulla facciata, le immagini di Don Bosco e di Pio X. Il castello e il monastero sorgevano dove oggi c’è la parrocchiale. Di fianco, una torre rimessa a nuovo con mattoni.